venerdì 4 dicembre 2009

LANDSCAPE


CAREZZE


Ho le mani libere per le carezze

Il grande eretico della politica sta per compiere 80 anni. Dal primo sciopero della fame al capodanno con Berlusconi, qui racconta il suo passato (e il nostro futuro)
• da "Vanity Fair"

di Marco Pannella

Era una calda mattina di primavera del 1961. All’Arc de Triomphe, a Parigi, un vecchio anarchico nonviolento digiunava per protestare contro la guerra in Algeria, «Si chiamava Louis Lecoin, uno che, contro la tradizione anarchica aveva chiesto addirittura al papa di intervenire per salvare Sacco e Vanzetti. Io allora vivevo là come corrispondente del Giorno, e mi unii a lui. Dopo cinque giorni lui smise, e smisi anch’io. Però la causa, quella contro la guerra coloniale, la riportai con me quando tornai in Italia».
Il primo sciopero della fame non si scorda mai. Marco Pannella aveva 31 anni, era giornalista e radicale: lo era in politica (aveva fondato il partito con Scalfari, Valiani, Pannunzio, Carandini nel 1956) lo era nella vita; come racconta nella lunga intervista raccolta da Stefano Rolando nel libro Le nostre storie sono i nostri orti (ma anche i nostri ghetti) appena arrivato nelle librerie e che ricostruisce i suoi 65 anni di militanza politica (si è iscritto al partito liberale quando ne aveva 15). Pannella, che tra pochi mesi compirà 80 anni e mi accoglie nella vecchia sede dei radicali, a Roma così: «Questa sì che è una notizia! Un giornalista nella nostra sede. Sembra che ormai nessun organo d’informazione sia interessato a ciò che diciamo».
Vuole dirmi che si sente solo?
«Sono loro che sono soli! Loro con le loro scorte! Se io cammino per strada nessuno mi chiede raccomandazioni, ma se prendiamo una iniziativa tutti gli italiani ne discutono e prendono posizione. Perchè i problemi che noi poniamo sono quelli delle famiglie italiane».
Al recente congresso radicale di Chianciano ha lanciato un appello ai verdi e ai socialisti per una nuova alleanza e una nuova coalizione fondata sui temi dell’ambientalismo: si è ispirato all’unica forza di sinistra vincente in Europa, quella di Daniel Cohn Bendit in Francia?
«Ciò che il mio amico Daniel ha detto, e cioè che la battaglia ecologista è troppo importante per stare chiusa dentro uno schieramento, è esattamente il senso della nostra storia politica. Secondo me, sia sull’ecologia sia sui diritti civili e umani, qualche ideuzza a Daniel l’abbiamo ispirata anche noi che da molti anni, e spesso al parlamento europeo, abbiamo condotto battaglie di questo tipo. Io, ora, vorrei aiutare verdi e socialisti a venire fuori dalla situazione di isolamento politico per ripartire. Insieme».
Una nuova rosa nel pugno.
«Bello quel simbolo, eh? Pensi che Mitterand lo volle dare a noi e non al Pci: lo comprammo nel 1976. Ed era nostro anche il simbolo del sole che ride, poi l’abbiamo regalato ai verdi: noi l’avevamo preso dai danesi nel 1973.
Mi sta dicendo che quella di Chiancino non è una novità, che la linea politica radicale non è mai cambiata?
«Esatto. È una linea che ha 55 anni ed è sopravvissuta con grande continuità. Le altre proposte politiche sono tutte morte nel frattempo. Siamo il più vecchio partito italiano e, a naso, direi anche quello che durerà di più tra quelli che ci sono oggi».
Davvero Bersani le sta simpatico come ha sostenuto a Chianciano?
«Bersani mi è molto simpatico. Ma è davanti a un compito molto difficile…»
Perché?
«Perché gli ex comunisti hanno cambiato tutto ma senza metabolizzare niente. Trent’anni fa per il mondo marxista lo stato di diritto era un inganno di classe, anche la democrazia politica lo era. Ora invece difendono lo stato di diritto e la democrazia politica e il mercato, ma al loro interno non c’è mai stato un dibattito, una riflessione come successe al congresso del 1959 a Bad Godesberg per la Spd (in quel congresso la socialdemocrazia tedesca abbandonò il marxismo, ndr): devono fare i conti con una vecchia storia che non riescono a rinnovare.
Però lei, sempre a Chianciano ha detto che bisogna allearsi al Pd.
«Da una vita inseguo i comunisti per assorbirli, megalomane come sono, nella rivoluzione liberale. Cito come esempio il referendum sul divorzio: lì riuscimmo ad assorbirli. Prima erano contrari, poi all’ultimo momento accettarono di sostenerlo e vennero con noi. Il loro popolo era d’accordo con quella iniziativa politica, ma i dirigenti avevano paura di perdere, e avevano paura che andasse a culo il rapporto con la Dc. La battaglia sul divorzio e l’aborto ha unito l’Italia: è la democrazia che unisce. Ne discutevano tutti: giovani, anziani, uomini, donne, al nord come al sud…».
Parliamo del presente: Berlusconi come sta?
«Male, sta come sta il Paese. Nel ‘94 si era illuso davvero di potere giocare un ruolo liberaldemocratico e fino al ’96, sia pure decrescendo d’intensità, lo ha giocato. Ma oggi è l’ultimo di loro: l’ultimo rappresentante della partitocrazia. Come un auto in folle su una strada in discesa: precipita sempre più velocemente senza riuscire ad aggrapparsi a nulla. Non governa la maggioranza? Ma non ha mai governato nulla, nel senso liberale della parola. E oggi lo fa con tutte le frustrazioni dei potenti impotenti che diventano prepotenti. Con un’aggravante: che ha assunto potere e forza in un Paese che non è più democratico, che non è più uno stato di diritto».
Addirittura...
«L’Italia è un regime antidemocratico. E soprattutto non è uno stato di diritto. Nessuno guarda alla legalità. Il presidente della Repubblica è costretto continuamente ad azioni e parole da arbitro verso i partiti, ma siccome fuori dai partiti non ci sono poteri, anche il capo dello Stato non è arbitro di nulla. È questo il nodo del problema. Tutti dicono: salviamo la democrazia, ma non fanno nulla per fermare il degrado. E io avverto: quando non c’è democrazia, è un miracolo che la società non si trasformi da civile in incivile seguendo la strada della violenza».
Ed è colpa di Berlusconi?
«No, è stata la Prima Repubblica che ha distrutto la Costituzione. Parlo del periodo dagli anni ’50 in poi. Perché non c’è una differenza antropologica tra destra e sinistra, anche se questo non vuol dire che sono uguali. Sessant’anni di partitocrazia antifascista, venuta dopo 20 di partitocrazia fascista: è la metamorfosi del Male. L’abbiamo scritto nella Peste italiana, ed è un documento che spiega come siamo arrivati a uno nuovo regime totalitario».
Quindi colpa dei partiti. Tutti.
«Esatto. Sono stati loro che hanno stracciato le regole democratiche che i padri costituenti intesero porre alla base della Carta fondamentale dello Stato. Sono stati loro che si sono impadroniti del sistema politico-istituzionale del nostro Paese. Noi, per parte nostra, siamo partigiani, siamo sulla montagna. E abbiamo le mani libere per le carezze. Perchè non le abbiamo occupate dal “bottino”».
Torniamo a Berlusconi.
«Quando entrò in politica, nella campagna del ‘94, io dissi: quello è davvero, ma davvero capace di tutto. Contro di lui c’erano i “quasi buoni a niente”, per questo feci la Rosa nel pugno per cercare di stimolare i “quasi buoni a niente”. Perché pensavo: se “il capace di tutto” va a sbattere, bisogna impedire che sbatta con tutto il Paese. E lì fummo determinanti, perchè portammo via 400 mila voti a Berlusconi».
Ma in quell’occasione ci fu una convergenza elettorale con Berlusconi.
«Lui aveva molta stima nei miei confronti. Fu un suo atto di liberalità a farci avere diversi eletti: 6 deputati e 2 senatori. Allora gli piaceva ancora essere l’antipartitocrate liberale. Ma piano piano la storia ci insegue… e dal ‘96 è diventato l’ultimo di loro. Da quel momento per lui è finita la novità che lo aveva molto motivato in politica, e ha avuto bisogno di distrarsi: forse è lì che ha cominciato ad andare a puttane...».
Qualche aneddoto personale sul suo conto?
«Mi ricordo quando andai a Drive In. Parlai con lui e c’era Confalonieri. Mi dissero: non abbiamo spazio politico in cui ospitarti, di molto popolare per ora abbiamo solo Drive In ma è una trasmissione di intrattenimento: belle cosce, comici, quelle cose lì... Io dico: va benissimo. E vidi uno sguardo sgomento. Sembrava dicesse: come, questo fa lo sciopero della fame, fa il radicale e… va a Drive In? Mi colpì l’ingenuità, e qualche volta l’ingenuità ha parentela con l’innocenza... Un’altra volta mi invitò a Natale a Sankt Moritz. Mi disse: vieni siamo solo Veronica, che era molto simpatizzante dei radicali, io e i bambini. Per convincermi mi raccontò che mamma Rosa gli diceva sempre: l’unico di cui puoi fidarti è Pannella. Io non andai, pensavo di trovarmi in mezzo a gente che non mi andava. Invece erano veramente solo loro così per capodanno mandò un aereo a prendermi e festeggiammo insieme».
Lei ha definito Emma Bonino l’«Obama europea», riuscirete a candidarla pr le regionali nel Lazio?
«Quando lanciammo “Emma for president” successe una cosa senza precedenti: una donna, radicale -e cioè una che era favorevole a tutte quelle cose per cui veniamo messi sempre all’indice: aborto, froci, lesbiche… -,una così era in testa a tutti i sondaggi senza andare in tv e senza nessun mezzo d’informazione che la sosteneva. Una cosa che è durata dei mesi. Aprile ‘99: a dieci giorni dalla convocazione del Parlamento per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, Emma era in testa nei sondaggi di 40 punti, 65% contro poco più del 20 degli altri. E anche in Parlamento c’era un movimento che la sosteneva. Poi Berlusconi bloccò tutto. Ma tutta la vicenda di “Emma for president” è una storia che ricorda molto da vicino la storia di Obama. La nostra lista sarà presente alle Regionali, vedremo». (notizieradicali, 1036)
NOTE
Intervista di Roberto Delera

ETRUSCHI


COREOGRAFIA
Si è tenuto questa mattina nell'aula consiliare della Provincia di Prato l'annunciato convegno su Gonfienti e gli etruschi. Alla presenza dell'assessore Edoardo Nesi, di Gabriella Poggesi della Soprintendenza e di Paola Perazzi, esperta dell'età del bronzo.
Appare ormai chiaro che la Provincia sta preparando una bella coreografia per un uso turistico mordi e fuggi, senza approfondire le relazioni che legano il sito archeologico di Gonfienti con i ricchi reperti ritrovati e soprattutto, senza un collegamento temporale e sociale con la realtà di Poggio Castiglioni e di Pizzidimonte. Oggi la Poggesi ha apertamente dichiarato che sulla Calvana non ci sono tracce che segnalano un precedente sviluppo di quella civiltà che ha dato vita a Gonfienti. Nesi si é augurato che i lavori per Gonfienti possano partire a primavera, non prima comunque di aver messo d'accordo i 4 comuni (Carmignano, Poggio a Caiano, Campi Bisenzio e Prato) sul progetto del futuro parco archeologico provinciale.

CARCERI


Carceri: Radicali sospendono sciopero della fame e ringraziano Franceschini. Ora dalle parole si passi ai fatti.

Roma, 4 dicembre 2009

Apprendiamo con molta soddisfazione la notizia dell’iniziativa del Capogruppo PD alla Camera dei deputati Dario Franceschini che stamane ha inviato una lettera al Presidente della Camera Gianfranco Fini nella quale preannuncia la richiesta da parte del Gruppo PD di inserire nel calendario dei lavori dell’Assemblea del mese di gennaio, l’esame delle mozioni concernenti la grave situazione di vita nelle carceri italiane.
Lo afferma Rita Bernardini anche a nome di coloro che assieme a lei hanno condotto per 16 giorni uno sciopero della fame per la calendarizzazione della mozione sulle carceri che ha raccolto le firme di 89 deputati appartenenti a diversi gruppi parlamentari.
“Con Irene Testa, Claudia Sterzi, Annarita Di Giorgio, Riccardo Magi, Luisa Simeoni, Donatella Trevisan e Donatella Corleo, abbiamo condotto questa prima parte della lotta nonviolenta, che oggi decidiamo di sospendere, per il ripristino della legalità e della dignità nelle carceri italiane. Il dialogo nonviolento ha, ancora una volta, dato i suoi risultati. Ne siamo convinti: le armi della nonviolenza sono davvero le uniche efficaci contro le illegalità protratte dello Stato nei confronti di tutta la comunità penitenziaria. Ora si tratterà di vigilare a che dalle parole si passi ai fatti e alle soluzioni che non possono più essere rimandate.
Anche queste sono le ore scandite dalle morti in carcere; un detenuto è morto all’Ucciardone e due a Secondigliano. Sono 168 dall’inizio dell’anno di cui 66 suicidi: questo stillicidio di vite che se ne vanno impongono a tutta la classe politica di mobilitarsi e di agire per rendere le carceri – come afferma Franceschini nella sua lettera a Fini – degne di un paese civile.
(radicali.it)

MARSEGLIA


Savino Marseglia

Dall’arte, al territorio della progettualità.

Pensiamo sia giunto il momento di pensare all’arte contemporanea, non solo come investimento speculativo di interessi commerciali, ma come un’opportunità per intervenire sul territorio, contribuendo a rendere meno scandalosa l’assoluta mancanza di qualità estetica in conseguenza di un processo di “bruttificazione” che sembra contraddistinguerla. Anche la città di Prato non fa quanto dovrebbe per preservare aree di notevole interesse storico ed archeologico. Un esempio, in tal senso, è sicuramente l’antica città etrusca di Gonfienti, che gli studiosi hanno definito la più importante dell’intera Etruria Settentrionale e che versa in uno stato di totale abbandono e incuria, che nega alla collettività e alle generazioni future la fruizione di un bene così prezioso. Un vero scempio ! È necessario essere consapevoli del ruolo dei beni culturali e della produzione di arte contemporanea, in particolare in questo momento storico così travagliato. In altri termini, bisogna pensare ad un produzione artistica che si sposi e si integri con il paesaggio esistente, ridefinendo gli spazi architettonici su cui va ad operare. La qualità del tessuto urbano, può rafforzare la coesione sociale, ma anche indebolire l’identità del singolo e della collettività. È su questa linea che l’arte contemporanea può svolgere un nuovo compito finora inedito, ovvero quello di contribuire a valorizzare un territorio come quello pratese e toscano che custodisce la più grande concentrazione del patrimonio culturale del mondo, un tesoro di inestimabile bellezza. I processi di mercificazione dell’arte e del territorio, orami da tempo hanno finito di “ottimizzarsi” con le nuove tecnologie, nel modo più spregiudicato. Hanno appiattito e banalizzato in modo volgare la stessa natura progettuale dell’arte, applicata al territorio. Nel contempo, assistiamo passivamente alla “monetizzazione” e alla svendita di importanti risorse paesaggistiche, dei beni artistici e del demanio architettonico. Di fronte alla tecnologia e ai nuovi media, nel nome di una cultura mediatica e virtuale, l’arte progettuale, ha perso le sue radici storiche e antropologiche con il territorio, in tutte le sue accezioni, consolidando nel tempo quelle con il potere mediatico e con il mercato, che è stato addirittura capace di recuperare aspetti profondamente antitetici ad esso, come, nel caso di quella produzione in origine volutamente effimera, come quella concettuale, radicale e contestativa che hanno subito un vero e proprio processo di assimilazione. E’ giunto il momento di fare uscire gli artisti dalla “bolla esistenziale” in cui si trovano loro malgrado ad operare, per riportarli dentro la vita della comunità; di abbandonare la produzione di opere d’arte che finiscono “recluse” all’interno di asettici Musei d’Arte Contemporanea, o nel viatico canonico, che attraverso le gallerie, le aste, le collezioni private, porta al consenso mediatico, culmine di un processo anestetico, sterilizzante, disarmante a cui storicamente l’arte, da molto tempo è sottoposta. Un sistema di interessi commerciali, dotato di una forza decisiva per il successo o la sfortuna delle tendenze artistiche. Perfino, alcuni artisti o presunti tali , vengono costruiti “a tavolino”, per soddisfare le necessità del mercato, con un procedimento simile a qualsiasi prodotto da lanciare in una campagna promozionale. Un mercato che determina un rapido consumo di tendenze, rendendole in breve tempo, obsolete e prive di valenze estetiche. Non è un caso che la crisi della grande nozione del bello, iniziata nel XIX secolo con il Dadaismo, ha introdotto nella storia dell’arte il coefficiente concettuale dell’anti-arte accanto alla produzione di un’estetica della bruttezza, nella consapevolezza della “morte dell’arte”, è paradossalmente utilizzata in quest’era post-moderna e telematica, da gran parte di artisti italiani, asserviti ad un sistema dell’arte, sempre più famelico, di una estetica del brutto, da vendere a tutti i costi. In Italia la ricerca artistica si sta polarizzando sempre più verso forme ampiamente superate nello scorso secolo, che trovano riferimento in un certo “accademismo concettuale”. In quest'ambito, un contributo importante nella ricerca di una estetica “diffusa” sul territorio, ci proviene da Marco Perniola, anche se dobbiamo dire che ancor oggi che nella prassi progettuale che lega l’arte al territorio d’appartenenza questo incontro non sembra ancora realizzarsi. Il paradosso è che molti critici, artisti e curatori sono spesso complici di questo sistema, non esitando a prestare il loro contributo nell'avvalorare vere e proprie “brutture”, viste le continue e monotone provocazioni pseudo intellettuali che ci propongono in musei omologati sparsi in Italia e nel mondo. Un sistema perverso che toglie ogni spinta emotiva verso la ricerca della bellezza applicata al territorio. Spero un giorno che almeno gli storici dell'arte sappiano fare giustizia di questa perversa deviazione culturale. Eppure un barlume di speranza sembra affacciarsi all'orizzonte: vi è ancora voglia di produrre opere d’arte pubbliche al servizio della comunità. Ciò al di là della commercializzazione, sempre più triviale, sempre più al servizio di sottoprodotti che proliferano, nella confusione del consenso mediatico. Oggi l’arte non ha più bisogno di teorici, di critici, di oracoli e curatori, che, arbitrariamente, attribuiscono valore all’arte, perché il valore dell’arte è irrimediabilmente da tempo, finito nelle fauci fameliche di una finanza spregiudicata e incontenibile, una sorta di “esofago vivente” che ingurgita le fiere d’arte e le varie manifestazioni che incessantemente, in ogni angolo del mondo, si susseguono, dove tutto viene digerito e commercializzato, anche oggetti ingombranti, che molti si ostinano a decretare come opere di grande “valore celeste”. Mi domando: quale beneficio apportano alla qualità della vita urbana dell'individuo e più in generale alla collettività ? Rimango allibito, quando, si parla di arte contemporanea che denuncia, provoca, in un impeto di energia e vitalità. Mi chiedo, se tranne alcune eccezioni di arte applicata al servizio della collettività, non si tratti, in fondo, che di idee fine a se stesse, che non suscitano alcun entusiasmo o interesse da parte di nessuno. E’ forse, per questa ragione e per non perdere la speranza che sembra necessario rilanciare non tanto correnti e mode, ma recuperare una progettualità perduta, urgente e necessaria per salvarci da quella bruttezza che oramai domina nell’arte contemporanea. L’arte contemporanea dovrebbe rinnovarsi nelle sue fondamenta e conseguire un nuovo ruolo capace di reagire alla sopravvivenza del nostro ambiente naturale. Dovrebbe trovare le strade che la liberino da un mercato famelico, per aprirsi veramente alla vita alle istanze sociali di partecipazione, ponendosi in dialogo con la scienza e la tecnologia al servizio della collettività, che è poi, alla fine, la vera ed autentica riscoperta delle nostre radici rinascimentali: quell’essenza progettuale totale che si è sviluppata dentro il processo naturale della vita. Un’arte che sia in grado di sprigionare una nuova energia, un movimento progettuale serio e dinamico, che sappia rispondere alla crisi globale della cultura, con proposte costruttive, dentro un processo non elitario, ma naturale della vita individuale e collettiva. Non si salva il territorio dal saccheggio, con le provocazioni artistiche, ma neanche attraverso il potere persuasivo delle immagini si giunge ad una crescita estetica e culturale dell’individuo. Occorre, perseguire, con convinzione, la strada della progettualità e della socializzazione dell’arte. L‘artista dovrebbe, innanzitutto liberarsi da una visione romantica che si porta dietro e riproporre una visione più ragionevole e nello stesso tempo critica del potere temporaneo. Solo così l’arte potrà diffondere tutta quella forza vitale che è tipica del cambiamento. Questo rinnovamento dovrebbe avvenire all’interno di quelle dinamiche temporali e spaziali del territorio d’appartenenza, per farsi finalmente, non solo territorio e città deputata alla rappresentazione dell’arte, ma laboratorio permanente, che elabora e progetta una nuova idea di società, di progresso civile e culturale, in un contesto che guarda ad un mondo egualitario, sia nella partecipazione, che nelle differenze di identità culturali, religiose dei popoli. In questo ambito, l’incontro tra un gruppo di artisti e la Circoscrizione Prato Sud, può spiegarsi come un’unica aspirazione a inquadrare l’arte contemporanea in una prospettiva storico-culturale nuova, ma soprattutto civile, che non fa che confermare questa scelta, ricercata proprio nel territorio pratese, attraverso la realizzazione di opere site specific con la partecipazione e l’apporto concreto dei cittadini. Il valore progettuale e la scelta degli artisti che hanno realizzato interventi nel Parco delle Cascine di Tavola, sottolinea istanze etiche di segno “forte”. Il Parco, diviene così l’insegna, per la rivendicazione di una visione dell’arte a misura d’uomo e non di profitto. La logica del costruire, in questo senso, si misura lucidamente, nel confronto con la memoria, dal passato al futuro, (senza il passato il futuro neppure può rinascere) dovrà essere riaffermata come impegno civile, riconoscendone l’impianto storico dall’assunto teorico di partenza. In questi termini, l’evento di Tavola, si presenta come progetto permanente, documento storico, perché frutto di interventi diversi sia pur convergenti, aperto anche all’informazione multimediale, in una parola, progettualità applicata al servizio del territorio e della comunità. Un progetto che si è sviluppato in stretto rapporto con l’ambiente, la vegetazione, i materiali, le tecniche e le radici antropologiche, agrarie, che poi non sono altro, che la storia del paesaggio antropizzato italiano. In parole povere: l’unità tra uomo e territorio, una visione delle vita basata sull’equilibrio tra fare e progettare, che legga il sapere non solo come conoscenza mentale delle cose, ma anche come sapienza nel realizzarle e nel saper bene utilizzarle. Questa prassi, trova la propria matrice nella progettualità rinascimentale, al servizio dei bisogni materiali e spirituali dell’uomo e della natura.

EQUIPE

giovedì 3 dicembre 2009

INTRANSIGENTE


L'opposizione subalterna del Pd, tra dialoganti e intransigenti

di Marco Cappato

Fa una certa impressione, ma non stupisce, vedere Veltroni capeggiare il fronte anti-berlusconiano-duro interno al PD. E’ lo stesso Veltroni che un annetto fa intendeva usare assieme a Berlusconi il Parlamento dei nominati per aprire la stagione delle riforme, a partire da quelle “sulle regole”? E’ proprio lui. D’altronde la storia dei rapporti del PD, e prima quella del PCI-PdS-DS, con Berlusconi è fatta di balzi e frenate, dai baratti sul sistema radiotelevisivo degli anni ’70-’80, alla quotazione di Mediaset in borsa col Governo D’Alema, per arrivare a D’Alema candidato di Berlusconi in Europa. Anche nel Veltroni leader “dialogante” del PD si può trovare un segno chiaro, e apparentemente contradditorio, di attenzione privilegiata nei confronti di Di Pietro: all’Italia dei Valori fu infatti concesso l’apparentamento del simbolo elettorale negato alla Lista Bonino-Pannella.
La contraddizione è solo apparente, perché la rissa e l’intesa, lo scontro e la saldatura, si alternano inesorabilmente quando non si hanno proposte alternative a quelle dell’altro campo. Se prevalgono convenienze tattiche, è inevitabile che in un partito come il PD, dove non mancano fazioni contrapposte, quando una parte lavora per il dialogo, un’altra si trova aperto lo spazio dello scontro. E puntualmente ci si infila.
Quello che, come Radicali, non abbiamo smesso un attimo di proporre al Paese, e quindi anche al PD, è l’individuazione di riforme chiave per realizzare un’alternativa non solo a Berlusconi, ma allo sfascio delle istituzioni italiane che vive un processo di accelerazione ormai incontrollabile. Non basta dire, come fa Bersani, che bisogna tornare a eleggere i Parlamentari. Bisogna evitare di cadere nella restaurazione proporzionalista e offrire ai cittadini italiani l’eletto “del collegio”, cioè il rappresentante di quel preciso territorio, selezionato con un turno unico come vorremmo noi, oppure con un doppio turno alla francese, come pure era nel programma del PD veltroniano alle politiche. Solo un Parlamento più autorevole, cioè composto di rappresentanti dei cittadini invece che da emissari dei partiti, può rappresentare un contro-potere efficace nei confronti dell’esecutivo. Solo così il rafforzamento dei poteri del capo del governo, inclusa l’ipotesi di riforma presidenzialista, ci avvicinerebbe al modello degli Stati Uniti d’America invece che agli esempi centro-sud-americani di populismi democraticisti.
Sul versante della giustizia, alle controriforme ad uso personale messe in campo da Berlusconi è urgente contrapporre l’esigenza di sbloccare la macchina giustizia dai 9 milioni di processi pendenti, all’amnistia di fatto rappresentata dalle 170.000 prescrizioni l’anno contrapporre un’amnistia legale che selezioni i processi per i reati più gravi, risarcisca le vittime e liberi i tribunali dai reati senza vittima, primi fra tutti quelli in materia di droga e immigrazione. Senza dimenticare le carceri, e quello sciopero della fame di Rita Bernardini e degli altri Radicali che da ormai due settimane chiedono che una mozione per discuterne sia messa all’ordine del giorno del Parlamento.
L’urgenza di proposte alternative si avverte anche sul piano dell’economia e dell’ambiente, della politica internazionale e dei diritti civili. Se però l’Opposizione Ufficiale, l’unica che può parlare ogni giorno al Paese, si divide fra dialoganti e intransigenti, condanna se stessa ad essere subalterna, perfettamente integrata nello stesso sistema che contribuisce a conservare: quello di un regime antidemocratico che dura da sessant’anni e del quale è urgente liberarsi.
(notizie radicali, 1035)

OSPEDALE



MISERICORDIA E DOLCE


Nel banale e routinario mondo della politica italiana è ormai un costume storico. Quando non si sa come uscire da situazioni che imbarazzano il mondo della partitocrazia o qualche singolo esponente della (delle) casta (caste) ci si inventa un'apposita commissione d'inchiesta! Si può così essere matematicamente sicuri che la lunghissima durata, le relazioni finali (se ci saranno...), quasi sempre fintamente contrapposte, raggiungeranno l'obbiettivo voluto: stendere un velo di silenzio sulla questione che aveva originato la commissione. Quasi la stessa cosa avviene anche in campo urbanistico: quando non si sa che pesci prendere ovvero non si sa se i pesci che si vogliono catturare saranno di gradimento unanime, si sceglie di indire un concorso d'idee internazionale. Dove la parola magica non è "idee" ma "internazionale". In un paese provinciale e marginale com'è il nostro sapere che al concorso potranno partecipare professionisti belgi o francesi, tedeschi o inglesi, lituani o polacchi pare a tutti una cosa buona e giusta. Chi potrà mai mettere in dubbio la bontà della proposta! Se a questa avranno dato il loro apporto partecipativo anche intelligenze della comunità allargata! E' questa la via che, per il momento, pare essere stata prescelta per individuare i percorsi d'utilizzo futuro della grande area ospedaliera sotto e dentro le mura medievali che sarà libera non appena sarà costruito (4-6 anni) il nuovo nosocomio di San Paolo-Galciana.E' la stessa strada che fu intrapresa per il progetto di riqualificazione della Piazza Mercatale. Con gli esiti che stanno ancora, purtroppo, sotto i nostri occhi. Noi pensiamo che la politica cittadina non possa sfuggire a quello che appare come il compito primario di qualsiasi classe dirigente: fare le proprie scelte, individuare le soluzioni, proporre idee, sollecitare dibattito e partecipazione.Per la grande importanza strategica che l'area ospedaliera riveste il suo destino non può essere lasciato alle pensate, più o meno condivisibili, di professionisti estranei alla città. Quello su cui si deve mettere le mani non è soltanto un'area libera ma un pezzo, importante, per la ricostruzione di un'identità di Prato. Che non ha senso limitare solo a quella circoscritta porzione di città ma che deve poter esser inserita in una visione urbanistica complessiva. Dalle soluzioni che si vorranno dare dipenderà non soltanto il destino del Centro Storico ma quello dell'intera città.






GOULD

mercoledì 2 dicembre 2009

martedì 1 dicembre 2009

MINSK


Perché non ci piace Berlusconi a Minsk


Capiamo tutto, le ragioni della diplomazia, quelle dell'interesse nazionale, quelle della geopolitica e perfino quelle della pura e semplice amicizia, eppure Berlusconi alla corte di Aleksandr Lukashenko continua a non piacerci.
Sappiamo anche che l'Unione Europea aveva dato un generico benestare all'Italia perché si adoperasse a riaprire un canale con la Bielorussia. Un via libera che aveva fruttato all'"ultimo dittarore d'Europa" la prima visita ufficiale in una capitale europea - Roma appunto - dal 1995. Era il 27 aprile scorso.
Ora, dopo appena sette mesi Berlusconi torna trionfalmente a Minsk. Le cose intanto non sono cambiate in Bielorussia nonostante le aperture di credito. La pena di morte è ancora in vigore, i dubbi sulla correttezza delle elezioni non sono stati fugati e Lukashenko continua a farsi rieleggere presidente praticamente senza opposizione. Il dissenso continua ad essere punito con anni di galera e ogni manifestazione contro il regime è vietata.
Gli Stati Uniti non hanno mai condiviso le vaghe aperture della Ue e tanto meno la visita di Lukashenko a Roma dell'aprile scorso. Il presidente Bielorusso ha intrattenuto rapporti ambigui con l'Iraq di Saddam Hussein e con l'Iran che a Washington non sono stati dimenticati.
Ora Berlusconi torna a Minsk, primo leader europeo dopo 15 anni. Forse è convinto che la speranza sia l'ultima a morire e che per riportatare la Bielorussia sul terreno della democrazia sia meglio il dialogo dell'isolamento. Ci può stare. E può persino essere che ci riesca. Anche se la reputazione internazionale del presidente del Consiglio italiano - messa alla prova dalla infame campagna di stampa di questa estate - potrebbe darsi una rilucidata con imprese meno rischiose.
Ma quello che davvero è difficile mandare giù è sentire Berlusconi sostenere che Lukashenko è amato dal suo popolo. E' sbagliato ed è anche inutile
. (loccidentale.it)

AMNISTIA


Intervista a Mario Staderini: "La vera soluzione è un'amnistia mirata"


da La stampa del 1 dicembre 2009


di Alessandro Barbera

Il dramma del Paese non sono i processi di Berlusconi, ma i milioni di italiani senza giustizia, l’amnistia strisciante che ogni anno cancella duecentomila procedimenti. La prescrizione breve è una farsa, una soluzione peggiore del male. Noi abbiamo una proposta diversa ed estrema». Mario Staderini, classe 1973, è segretario di Radicali Italiani da due settimane. Come da tradizione della casa, non si iscrive al partito dei giudici né a quello dei loro detrattori. «Se la discussione è quella fra le due solite fazioni andrà a finire come sempre: non cambierà nulla».
E invece? Lei che propone?
«Bisogna avere il coraggio di spiegare agli italiani la necessità di una grande amnistia legale e selettiva, escludendo solo alcuni reati come quelli di mafia o di allarme sociale».
Il governo Prodi ha fatto una cosa simile. E’ opinione comune che non sia servita.
«Quello fu un indulto: si intervenne sugli effetti della pena, non sui processi. Ad esso poi non seguì nessuna riforma della Giustizia né del sistema carcerario, di cui ci sarebbe bisogno».
Ipotizziamo che la sua proposta faccia proseliti. Il centrodestra chiederà di far rientrare nell’amnistia i processi a carico del premier.
«Se fosse la condizione per restituire agli italiani una giustizia che funzioni, non sarebbe una tragedia».
Insomma, siete disposti ad un esercizio di realpolitik.
«Io la definisco una scelta laica per governare un problema enorme. Vorrei mettere in fila qualche numero. In Italia per ottenere ragione in una causa civile occorre attendere 1.400 giorni. In Francia ne bastano 75. Il 40% dei detenuti in carcere ci sta in conseguenza di reati senza vittime: dallo spaccio al mero consumo di stupefacenti. Circa la metà dei detenuti totali è in custodia cautelare, dunque presunti innocenti».
Dove sta la giustizia per i più deboli in questa proposta?
«Chi gode dell’amnistia dovrebbe pagare un risarcimento alle controparti. Entro tre mesi il giudice, sulla base degli atti a disposizione, stima l’entità dei danni. Facciamo il caso degli azionisti Parmalat: se Tanzi volesse godere dell’amnistia, dovrebbe mettersi le mani in tasca e restituire il maltolto. Con la prescrizione breve non pagherebbe una lira».
Nell’amnistia dovrebbe finire anche il reato di concorso esterno di associazione mafiosa?
«Noi Radicali lo diciamo dai tempi di Sciascia: quel reato è estraneo alla cultura giuridica occidentale».
Andrà al Berlusconi no-day?
«Capisco i buoni propositi del promotori, molti dei quali miei ottimi amici, ma eviterei di trasformare la piazza in una piazzata. Siamo abituati a manifestare per degli obiettivi. In questo caso non ne vedo».
L’obiettivo c’è eccome: far cadere Berlusconi.
«I governi non li si abbatte scendendo per strada, ma con un’alternativa politica».

CHISSAPPERCHE'


NAZIONALISTI


La Nazione torna sulla mostra "Lo Stile dello Zar" ancora in corso presso il Museo del Tessuto. Intervistando, lungamente, il direttore dell'APT pratese Alberto Peruzzini. Che, contrariamente a quanto vorrebbe dimostrare il titolo dell'articolo, dichiara che l'affluenza all'evento di Via Santa Chiara è, suppergiù, in linea con le aspettative degli organizzatori.

Peruzzini preconizza che il risultato finale non sarà lontano da quanto preventivato: 20.000 visitatori.

Nell'articolo si sostiene che al 25 novembre la mostra avrebbe avuto circa 11.000 visitatori (11.160 per la precisione, anche se il titolo, chissapperchè, arrotonda a 12.000....).
Noi, per la verità, eravamo fermi ai 6.850 visitatori (al 4 novembre), per una media di 146 ingressi al giorno, risultanti dalla classifica pubblicata su repubblica.it. Dove "Lo Stile dello Zar" si piazzava al 63° posto tra le 70 mostre prese in considerazione dal quotidiano romano.
Se dovessimo prendere per buono il nuovo dato della cronaca pratese de La Nazione dovremmo osservare che nel periodo 5-25 novembre, vi sarebbero stati 4.580 visitatori, con una media di 218 al giorno. Con un incremento pari al 50% rispetto al periodo precedente. Ci permettiamo di dubitare. E restiamo in attesa del nuovo numero ufficiale che sarà comunicato dagli organizzatori. O che potremo rilevare dalle nuove classifiche nazionali.

WINEHOUSE

lunedì 30 novembre 2009

MONTEMURLO




Partito Socialista Italiano

Sez. Sandro Pertini

Montemurlo






COMUNICATO STAMPA


Montemurlo, 30 novembre ’09



In riferimento a quanto si è appreso sugli ultimi Consigli Comunali, secondo anche quanto pubblicato dalla stampa locale, il P.S.I. intende stigmatizzare quanto accaduto, invitando sia la maggioranza, ed in primo luogo il Sindaco Lorenzini, sia l’opposizione a non far diventare la contrapposizione politica in qualcosa che di politico non ha niente.

Ai cittadini di Montemurlo non servono parti politiche che si attaccano pregiudizialmente senza porre attenzione alcuna ai compiti ed ai doveri che un Consiglio Comunale ha nei loro confronti.

E’ nostra intenzione non stabilire di chi siano le responsabilità di un così poco edificante accaduto ma invitare tutti i componenti a confrontarsi, sul piano politico e solo su questo, su quanto si ritiene che a Montemurlo sia necessario fare.

Il P.S.I., pur non essendo rappresentato in Consiglio, seguirà come sua consuetudine, con attenzione le vicende della città e non mancherà di far sentire la sua voce, da sempre libertaria e tollerante verso tutti.



Massimo Biancalani
Segretario Comunale P.S.I. Montemurlo

FRANCE

domenica 29 novembre 2009

SPIGOLI


Premessa eccezionale
Forse ci avrei pensato anche da solo ma alcuni amici,molto amici,mi hanno anticipato suggerendomi di riunire le “Riflessioni settimanali” del 2009 in un libretto,più propriamente un pamphlet.
Ottimista e remissivo come sono, ho obbedito volentieri con natalizia.. prontezza.
L’editore Attucci,oltre i confini dell’amicizia, ha accettato di stampare in fretta il libretto che con lo scontato titolo

CARLO MONTAINI
RIFLESSIONI
SETTIMANALI
2009

Verrà presentato

VENERDì 11 DICEMBRE ORE 21.00 presso la libreria
IL CASTELLO
da Bruno Gabellini,giornalista
Questa “premessa eccezionale” vale come amichevole e speranzoso invito.




SPIGOLATURE 4

Dipenderà da una mietitura a suo tempo frettolosa,ma di spighe in giro se ne trovano tante da farci una trebbiatura. Sentite.

L’EURODEPUTATO

Dicono le malelingue dei soliti ipernazionalisti che i rappresentanti italiani al Parlamento europeo se la spassano ben pagati e con poca fatica. Eppure ci sono esaltanti eccezioni che rischiano di non essere giustamente apprezzate:il rappresentante pratese in quella Assemblea,per esempio,oltre a seguire con tenace impegno e lucida intelligenza gli enormi problemi dei ventitre paesi associati,si sottopone a un lavoro aggiuntivo di alta qualità democratica. Dalle austere aule parlamentari dove si decidono i destini di un intero continente,Lui risponde,instancabile,al telefono:”i cittadini mi chiamano anche a Bruxelles perché non ce la fanno più in via Magnolfi(si,si,quella di Prato),la gente aspetta un segno di discontinuità”(La Nazione 6 settembre).
Secondo me siamo fortunati testimoni di una svolta oserei dire storica degli assetti,dei valori fondamentali e forse degli stessi destini della comunità europea. Se tutti si comportassero come il “nostro”,da ogni strada di Europa e di Italia da qualsiasi paese o città da ogni condominio,per fino dal monolocale di un rattristato single, si potrebbe contattare l’Europa con un “telefono amico” con risposta pubblica assicurata nel proprio quotidiano locale. Una cosa inaudita,nel senso etimologico della parola.
Ma c’è di più. Con Lui,si può costruire anche un rapporto più personale,quasi intimo. State a sentire.
All’iniziativa “ I giovani e il mondo della notte” ha difeso da par suo,con alati argomenti,le politiche giovanili del suo giovanissimo sodale leghista,consigliere pratese delegato dal Sindaco. Lo ha potuto fare dice lui,ringraziamo iddio, dopo le “confidenze di alcuni studenti”.
Si sa,il territorio deve essere(politicamente) segnato. Non come fanno i gatti con apposite movenze ma,come dimostra il nostro mobilissimo eurodeputato pratese,un modo c’è. Raccogliendo zitto zitto,le confidenze da alcuni giovani amici riuniti,mi immagino, in microscopici sodalizi di indiscusso valore democratico. Lo avevamo già pensato:questo eurodeputato porterà l’Europa a Prato e Prato in Europa.

IPSE DIXIT
Abbiamo,per ora,poochi elementi,per valutare obiettivamente il nuovo Sindaco,se non le dichiarazioni pubbliche rese periodicamente alla stampa. Ci riferiamo,qui di seguito,alle risposte ad una intervista(Tirreno del 15 novembre) che,nell’insieme,possono sembrare emblematiche. Si distinguono infatti per u nuovo particolare rapporto politico con la Lega e per il conseguente sbrigativo linguaggio simil Bossi.
Una doverosa premessa. Le frasi riportate sono estratte da un ampio contesto e possono non rappresentare pienamente il pensiero del Sindaco. Le abbiamo ridotte a confetti che offriamo senza commento,salvo qualche naturale esclamazione,al libero apprezzamento.

- “Voi(leghisti) siete il gruppo che mi è stato più vicino in campagna elettorale e potete immaginare quanto quel clima(quale,quello della vergognosa serata all’Art Hotel?) mi manchi,come mi manca il contatto con la gente e l’odore dell’azienda:è il prezzo da pagare per quella poltrona(?)”
- “Costringerò i cinesi a mettersi in regola così andranno tutti via da soli”(perdinci signor Sindaco ma non erano sessanta mila?)
- “Le rimesse che i cinesi fanno all’estero non sembrano frutto di lavoro”(e di che allora?)
- “Non ho tempo di ascoltare le critiche della sinistra. Se vogliono lavarsi la bocca se la lavino pure”(complimenti,locuzione sintetica e risoluta,magari un po’ grossier ma fa molto Padania)
- “Ogni cassetto che apriamo(dopo le elezioni) come minimo nasconde un serpente a sonagli”(non esageriamo signor Sindaco,il PD i serpenti se li è portati tutti a casa)
- “Non mi aspetto che la Lega venga a reclamare un assessore ma che mi difenda dagli affamati”(e chi vuole intendere,pazientemente,intenda)

FARINA DI CASTAGNE
La Nazione 23 novembre. Una pagine intera,titolo”Terra del gusto”. Sottotitolo a sei colonne:”Valbisenzio,la concorrenza è cinese”. Uno shock:vai,è andata-non c’è più scampo-hanno conquistato anche la strategica vallata. Leggendo meglio ci siamo ripresi,l’argomento dell’intervista era la farina di castagne.
Il Presidente della Comunità montana,persona corretta e di buon senso,risponde con malinconica concretezza sull’andamento non entusiasmante della raccolta di castagne e sulla produzione di farina.
Ma l’intervistatrice ha altro scopo per la testa e,come naturale escrescienza del titolo scoop,sfodera la domanda demenziale:”perfino i cinesi rovinano la produzione della farina in vallata?”
Con ammirevole compostezza il Presidente risponde:”ci sono stati degli episodi fastidiosi ma sporadici e isolati;clandestini(cinesi)che sono venuti nei boschi a raccogliere le castagne”.
Neinte meno! Ma questo è inaudito,non si può arrivare a tanto! Sono vere e proprie provocazioni, ora basta”rubare le castagne dagli alberi” come scrive,scandalizzata la emozionata intervistatrice.
Nessun italiano,aggiungiamo noi,ha mai pensato di introdursi clandestinamente nei boschi per raccattare castagne. Le regole devono essere uguali per tutti.
Sono sicuro che il buon presidente Ciani ,uomo anzitutto delle istituzioni, ha già provveduto a richiedere l’intervento delle pattuglie di militari che presidiano saldamente il nostro territorio per aumentare,come si dice oggi,la percezione di sicurezza. E anche perché,si sa,una castagna tira l’altra e se non si ferma in tempo questo minaccioso ladrocinio cinese,addio castagne,addio farina,addio Valbisenzio e chissà…
P.S Mi vergongo un po’ ma,per onestà, lo devo confessare. Dopo la guerra,ero ragazzino,anchio sono andato qualche volta,di nascosto,a raccogliere le castange all’Alpe di Poti. Perdonatemi era per fame. Non lo farò più. Lo giuro.

Carlo Montaini 29 novembre 2009

MANGANO

NOVITA'


DISCUTIAMONE


Ebbene sì. Da qualche giorno c'è una novità in città. Finalmente si comincia a discutere di alcune iniziative della Giunta Cenni e di qualche nodo urbanistico da risolvere.

La decisione di riaprire al traffico alcune, marginali, arterie che adesso stanno nella ZTL (con l'intento di favorire un accesso ai negozi del centro storico) ha rianimato il Partito Democratico, alcuni Comitati cittadini, gli abitanti del centro storico pratese. Così come la prossima (si fa per dire...) disponibilità dell'area dell'Ospedale ha riaperto una serie di interessanti disquisizioni sul destino da dare a quell'area strategica.

Nel frattempo è stata inaugurata ed aperta la nuova splendida Biblioteca nell'ex cimatoria Campolmi. Ed, allo stesso tempo, a Capezzana hanno preso il via la Multisala e il grande centro commerciale!

E, contemporaneamente, si riaccende pure l'attenzione sulla sorte di Piazza Mercatale e su quella del Mercato Nuovo di Viale Galilei.

Si sono già svolte, e si svolgeranno anche in settimana, iniziative pubbliche per dar modo ai cittadini di partecipare attivamente alle idee che si vengono elaborando da parte di Giunta, partiti politici e movimenti vari.

Occorre rallegrarsi di questo avvio di pubblico dibattito e fioritura di posizioni sulla città storica e su Prato in generale. E' una buona cosa che la discussione avvenga in maniera pubblica ed allargata. Poi sarà il momento delle scelte e delle responsabilità.