domenica 28 marzo 2010

EMMA


Ambizione radicale


. da Tempi del 25 marzo 2010


di Mattia Ferraresi

C'è la faccenda enorme degli indecisi, ovviamente. C'è la reazione
ecclesiastica di ritorno, la mobilitazione sotterranea, la piazza azzurra
che piove sulle regionali come un collante, l'alemanni ano colpo di reni. Ma
se le urne confermassero quei cinque punti di vantaggio di Emma Bonino nel
Lazio attribuiti dal sondaggio Ipsos-ilSole24ore, o anche soltanto il punto
e mezzo del sondaggio Euromedia commissionato da Panorama, la notizia
sarebbe da prima pagina del New York Times, forse anche da apertura di Al
Jazeera. Una storica leader radicale alla guida della regione di Roma, il
ventre molle del potere che cinge il contropotere d'Oltretevere, in
collisione esplicita con il candidato della sinistra dopo un avvio di
campagna all'insegna del basso profilo.
Al netto della strutturale imprevedibilità dell'urna, la voce che gira nei
palazzi romani è che Emma ce la farà. Non soltanto grazie al grande
pasticcio e alla conseguente esclusione della lista del Pdl, che certo è un'aggravante
per il centrodestra, ma in virtù di un'immagine pubblica consolidata e alla
sua carica esplicita di ideologia. Nessun infingimento per quel monolite
politico che è Emma Bonino. Ma sotto l'epidermide elettorale, le molte
domande che si aggirano sulla possibile affermazione radicale sono il
riflesso in scala delle grandi domande sul futuro del centrosinistra a
livello nazionale. Emma sarà capace di affrontare la "strana" sfida di
governo? Sapranno i militanti reinventarsi manovratori delle leve di un
potere che non si gestisce con minoritarie disidratazioni e principi
astratti (buoni o cattivi che siano)? La consistenza della candidatura
Bonino stava tutta nell'occupazione di spazi lasciati vuoti da una classe
dirigente romana ancora stordita dai montanti sul ring del Campidoglio, un
abile gioco di contrasti e trampolini. Ma poi qualcosa è cambiato.
Quando dalle parti dei radicali è arrivata una colomba con un rametto d'ulivo
nel becco, segno di una vittoria possibile, la sportività con l'amica-avversaria
Renata Polverini si è dileguata ed è iniziata la guerra di Emma, un
conflitto su due fronti in perfetto stile radicale. Da una parte, la
corazzata della destra orchestrata dalla coppia Berlusconi-Alemanno («A
volte ho la sensazione di non correre contro la Polverini, ma contro
Alemanno o Berlusconi. È lui che guida la campagna elettorale. Questa scarsa
autonomia dagli altri poteri non è un buon viatico per governare una
Regione», ha detto all'inizio di questa settimana); sull'altro fronte, c'è
la sua stessa coalizione in crisi d'identità.

Pazza idea di governo
Il paradosso radicale è tutto qui: partita come una fronda eretta a
sistema - anche a causa di una classe dirigente Pd non pervenuta - la
campagna della Bonino in Lazio è diventata il test per capire quanto e come
il segmento radicale della sinistra possa avanzare pretese di governo,
dentro e fuori dai confini regionali. Per questo si aggira nei palazzi una
domanda più seria che faceta: se la Bonino conquistasse il Lazio, cosa le
impedirebbe di candidarsi alla guida della sinistra nazionale? A confermare
la suggestione è il deputato del Pdl Benedetto Della Vedova, che il mondo
radicale lo conosce bene e nella lista Bonino è stato anche eletto all'Europarlamento.
«Con questa campagna elettorale - dice a Tempi Della Vedova - Bonino gioca
la carta alta per diventare uno dei leader in prospettiva della sinistra.
Sta mettendo a frutto tutte le qualità e capacità maturate in questi anni.
Si tratta naturalmente di una scelta di campo molto precisa, che articola le
qualità personali con la capacità dei radicali di avere l'amalgama di un
partito». L'aspetto fragile di un progetto di ampio respiro è forse una
connotazione politica troppo esplicita, poco disposta al compromesso. «Io
credo invece che il vantaggio de la sua candidatura sia proprio quello di
avere connotati politici molto forti. Meglio partire da un punto fermo che
avere soltanto mezze idee con il pretesto di tenere tutti insieme. Per l'elettroencefalogramma
piatto della sinistra la Bonino è un sussulto enorme». Della Vedova è tutt'altro
che stupito dall'ipotesi di una Bonino leader della sinistra nazionale di
domani e, anzi, rincara la dose: «Penso che se la Bonino dovesse vincere in
Lazio con un certo margine, diventerebbe uno dei potenziali candidati di una
sinistra intelligente e moderna. Sarebbe una scelta importante». Una scelta,
che, aggiungono diverse fonti, solleverebbe la sinistra dall'irrisolta
guerra correntizia fra ex Margherita e Ds, chiuderebbe la stagione del Pd
postveltroniano e si mangerebbe in un boccone l'incompiuta creatura di
Bersani. Certo, la chiarificazione ideologica avrebbe un costo in termini di
numeri, ma costringerebbe tutti gli attori a scelte chiare e distinte,
facendo emergere, forse, un'identità chiara.
Non si sa se Emma mediti nel suo cuore questi progetti, ma i tratti della
sua campagna elettorale mostrano ragionamenti in prospettiva. Innanzitutto,
il movimento a più velocità.

Il ritorno di Bettini
Emma ha cavalcato il caso del distributore di preservativi al Liceo Keplero
di Roma, «una bellissima idea» che ha scatenato le critiche del vescovo
ausiliario di Roma, il cardinale Agostino Vallini. Il direttore di Avvenire,
Marco Tarquinio, ha poi abbandonato la prudenza iniziale per andare
esplicitamente al punto: «E noi che pure nessuno consideriamo interlocutore
impossibile, ai politici radicali ragione non possiamo e non vogliamo dare.
Se hanno davvero popolo, lo dimostrino».
Uno scontro emerso esplicitamente e raccolto, con segno opposto, da Renata
Polverini, che - visto anche il ruolo strategico dell'Udc - sta passando le
sue giornate più religiose dai tempi del collegio delle suore a Focene. La
settimana scorsa ha risposto (in modo piuttosto vago) alle domandein un
incontro pubblico organizzato dalla Compagnia delle Opere; domenica ha preso
Messa a Montecassino, ha presenziato all'inaugurazione di una chiesa, ha
incontrato la comunità Nuovi Orizzonti e ha concluso con una seconda Messa a
Subiaco. Un'agenda che sembra disegnata apposta in modo speculare a quella
ultralaica di Emma. Ma se il copione della lotta è rispettato, la candidata
radicale ha tirato fuori conigli dal cilindro di governo.
Primo fra tutti il ritorno di Goffredo Bettini dopo quattro mesi di silenzio
pubblico. Lui, padre del modello romano, sta spendendo tutta la sua
esperienza al servizio del progetto di Emma, tanto da difenderla
pubblicamente sul Riformista quando l'accenno di sciopero della fame aveva
fatto mugugnare un pezzo di sinistra per nulla nostalgico dei minoritari
metodi radicali.
Se da una parte Emma tuona nel dibattito televisivo con la Polverini contro
l'invasività della politica in materia di sanità, dall'altra si mormora di
importanti movimenti sottotraccia con i potentissimi costruttori romani, che
teoricamente dovrebbero guardare con scetticismo la foga radicale ma in
pratica si esercitano nell'arte dell'equidistanza. Emma alterna con grande
duttilità stili e parole della sua campagna permanente e da quando ha avuto
il primo sentore che portare a casa la Regione era un'impresa possibile, non
si è risparmiata in nessun campo. Il bersaglio preferito è il sindaco Gianni
Alemanno il più prezioso asset strategico nelle mani della Polverini e
certificato da importanti amicizie al di là del Tevere. E chissà se Emma
Bonino vedendo piazza San Giovanni piena di gente per quell'«imbarazzante»
consesso a metà «fra Pontida e una prima comunione», si è chiesta se non
fosse quel palco lungo il vero terreno della sua personale contesa politica.

sabato 27 marzo 2010

AMBASCIATE


E’ ARRIVATO L’AMBASCIATORE………

“ La svolta del futuro”, “il 12 Marzo sia il giorno del riscatto degli onesti e di Prato”, “ Prato può diventare la città della moda più importante di Europa “, “Il Comune ora non è più solo perché può contare sull’ambasciata cinese “, “ Si volta pagina, grande risultato del P.D.L.”. Sono una parte dei titoli che nei giorni dal 12 al 14 Marzo, hanno riempito pagine e pagine della cronaca pratese de La Nazione. Cosa è successo per intonare un cosi solenne corale te deum, per giustificare questa incontenibile ottimistica visione del distretto pratese agonizzante? Chi può avere miracolosamente tramutato lamentazioni disperate, ammissioni catastrofiche di situazioni irrecuperabili, nella collettiva gioiosa convinzione di aver superato il guado, di essere a pieno titolo, per l’appunto, alla “Svolta del futuro”. Ma allora.. cosa è successo? E’ arrivato l’Ambasciatore ( cinese ) senza la piuma sul cappello ma, re mago novello, portando dal lontano misterioso oriente, i doni preziosi di serenità, amore, comprensione e solidarietà al popolo pratese irritato e depresso. L’oracolo del Sol Levante, accolto con studiata cerimoniosa esagerazione nei palazzi del potere, si è seduto, cinesemente composto e, immobile come si conviene ad un discendente di Buddha, ha ascoltato e letto la pignola enumerazione delle lagnanze della città nei riguardi dei suoi compatrioti: inosservanza sistematica delle regole del vivere civile, evasione fiscale continuata, diffusa clandestinità e corrispondente lavoro nero, scarso senso civico ( inteso come sporcizia collettiva, sputi per terra e cattivi odori). I colloqui, proseguiti riservatamente in un ristorante cinese, stando ai titoli dei giornali, si sono svolti in una atmosfera di reciproca soddisfazione e di amichevole collaborazione. Lo so, qualcuno dice che sono un misto irritante fra un Pasquino provinciale e un grillo parlante campagnolo. Sarà, ma a me questo tripudio smodato, questo ottimismo di maniera, questa troppo declamata importanza dell’Uomo venuto da Roma, mi da provocato un leggero irritante fastidio, una percettibile mortificazione. D’altra parte è anche giusto che questa città, così provata, si attacchi anche alle funi del cielo Ma per dio, è cosi difficile sostenere le proprie buone ragioni senza iattanza violenta e presuntuosa ma anche senza cadere nella tentazione di una immotivata idolatria? Quello che si sta smarrendo a Prato come al Nord e al Sud, a destra e sinistra, è semplicemente il senso della misura. Cosi capita che fatti, incontri, eventi serissimi si tramutano in una opera buffa che non fa ridere più nessuno. Giova notare che dopo un incontro di cotale importanza, non ci sono state conclusioni concrete, non una parola è stata scritta. In Cina è abitudine irrecusabile, anche per gli incontri più marginali, approvare un protocollo che inizia con la collaudata affermazione : “Premessa la tradizionale amicizia fra l’Italia e la Repubblica popolare cinese”
Vediamo. Sua Eccellenza, naturale custode di due essenziali virtù (la millenaria riservatezza cinese e la forbita prudenza diplomatica), ha ammesso, ha auspicato, preso atto, concordato. Ecco, quasi testualmente, il sunto del suo verbo catartico .
Le autorità pratesi hanno diritto a fare i controlli ma è auspicabile che, oltre a questi, ci siano altre azioni per accelerare l’integrazione e che durante le operazioni di verifica, vengano rispettati i diritti dei lavoratori cinesi ( e chi deve intendere intenda ) ; i miei connazionali devono rispettare le leggi ( che altro poteva dire: i cinesi possono comportarsi a loro piacimento nella vostra città ?); per i clandestini io sono a Roma e non so cosa succede in Toscana (chissà che ci sta a fare il console cinese a Firenze!): comunque noi siamo contrari all’immigrazione clandestina ( in Cina ?) ; l’evasione fiscale deve essere punita e la Cina è contraria alla contraffazione (e chi ha mai pensato il contrario!); è bene che aziende cinesi assumano lavoratori italiani (come è umana Sua Eccellenza a rispondere positivamente ad una richiesta indefinibile dei suoi autorevoli interlocutori !)
Colpiti dalla foga entusiastica delle interviste e delle dichiarazioni post –visitam ci verrebbe da esclamare, parodiando gli appassionati gridolini filo-americani delle signore della Milano bene, “ siamo tutti cinesi!” . Ma di un aspetto indecente, forse volutamente ignorato, è obbligatorio parlare con stupito realismo. Durante lo storico incontro gli argomenti di fondo hanno riguardato il distretto tessile e il suo futuro. E loro, gli interlocutori naturali, le icone simbolo indiscusso di questa città, protagonisti nel bene e nel male della crisi, fornitori privilegiati di capannoni in disuso e di macchinari ammortizzati ai colleghi orientali, non c’erano all’incontro con Sua Eccellenza. Cosa è successo? Le ragioni possono essere diverse. Primo. Gli industriali pratesi non sono stati invitati dagli organizzatori dell’incontro, tipo “ ragazzi, lasciateci lavorare” Secondo. Sono stati invitati ma, arrivati in ritardo il cerimoniere, certamente di sinistra, non li ha fatti entrare ( le regole valgono più della sostanza) Terzo. Nessuno di loro era informato dell’avvenimento (quei pochi che leggono i giornali erano a giocare a golf ) Quarto. Se ne sono volutamente disinteressati come segnale di orgogliosa autonomia. Quinto. Hanno considerato il Sindaco-industriale come loro delegato con pieni poteri (e noi modestamente siamo di questo avviso). Comunque sia la situazione è grave ma non è seria. Finché c’è la salute!


Carlo Montaini


21 marzo 2010

mercoledì 24 marzo 2010

BERBERI


Dal Veltrusconi ai Berberi

di Guido Biancardi

Cosa sia il Veltrusconismo (anche nella sua versione franceschiniana) è chiaro da tempo, per i Radicali. Il Regime dei 20+60 anni si mantiene sorreggendosi ora sui due pilastri del bipolarismo coatto ottenuto con ripetuti affinamenti di sistemi elettorali atti a sfoltire da ogni resto alcuni players esclusivi della partita italiana, ciascuno con il suo debitamente autorizzato scudiero elettorale convenzionato e preventivamente autorizzato, quando non puramente costruito ad hoc per esserlo a mezzo della comunicazione bipolare di Raiset in tutte le sue estensioni anche quelle cartacee. E' già moltissimo essere arrivati a diagnosticare e denunziare il male oscuro, la peste italiana, che trasfigura in democrazia occidentale un assetto politico e statuale plasmato più sul dominio antidemocratico di oligopoli legittimati istituzionalmente (Corporazioni e Concordati) che sulla affermata ma subito stravolta (ed il “libro giallo“ dei Radicali precisa le tappe) legalità costituzionale e sullo Stato di Diritto.
Berberi (da leggersi Ber-Ber-i) è invece un neologismo tanto facile quanto accuratamente evitato nella dialettica politica conseguente alla premessa della denunzia del Regime; perchè non attualizzare il Veltrusconi in Ber-sani + Ber-lusconi, quindi, anche senza scomodare troppo Gheddafi che berbero dovrebbe essere per etnia, il nuovo regime che sarebbe aggiornato con il riferimento all'ultimo dei Segretari del sopravvissuto PD alle sue stesse macerie politiche?
E' invece davvero Bersani la stella del mattino di una possibile ma sempre rifiutata aurora finalmente democratica di un Paese le cui basi popolari (comuniste e cattoliche in particolare) si rivelassero in grado di esprimere i loro veri bisogni e le loro contiguità ideologiche sottratte al dominio della propria nomenclatura assolutista votata al loro continuo tradimento in vista della conservazione del proprio potere?
L'”effetto Bersani”, sarebbe, il segno di discontinuità da una politica ferocemente conservatrice del proprio dominio ideologico e politico a scapito della possibilità che si innestasse nel tronco ormai marcito dalle radici dell'ottantennio di regime antidemocratico italiano, il nuovo ramo dei principi del liberalesimo occidentale con i suoi corollari inscindibili di liberismo e libertarismo. La sua dimostrazione risiederebbe nell'apertura all'apparenza generosa e non condizionata in ogni suo possibile effetto di sviluppo, a Bonino (ed a Vendola) nella prospettiva delle imminenti elezioni regionali la cui importanza le fa equivalere ad una tornata politica nazionale.
E' possibile che questa apertura di credito strategico sia doverosa e legittimata dalle premesse di una realtà davvero mutata nelle sue strutture di fondo. Che, al momento in cui ci si affacci sull'orlo del burrone, si devii da una rotta tragica e distruttiva del Paese, in un soprassalto di resipiscenza. Dio lo voglia. Ed a Emma Bonino è dato il compito di levare il vessillo della Riforma sui colli fatali.
Ma restano come macigni alcuni fatti politici da cui è impossibile prescindere: dalla candidatura di D'Alema a mister PECS (ad ambasciatore della UE), avanzata dal premier Berlusconi, alla sua nomina a controllore dei servizi italiani, sino al più recente episodio di un'iniziativa legislativa a prime firme D'Alema/Bocchino tesa a costituire come esercito supplementare della Repubblica la Guardia di Finanza a capo della quale dovrebbe essere designato un generale dell'Esercito.
L'ex dalemiano Bersani sarebbe ormai sciolto dal suo mentore politico così da costituire la speranza di un'inversione di tendenza dal consolidarsi del Regime bicefalo da cui dovremmo necessariamente emanciparci per non sottostarvi senza speranza e nel rischio drammatico, conclamato come sempre più attuale, di una sua espansione al di là dei confini d'Italia.
Propongo una lettura della situazione politica a suo modo ancor più, se possibile, drammatica dalla quale è necessaria una messa in guardia chiara. In un momento particolare. Quello della vigilia delle elezioni regionali che possono costituire un giro di boa da cui il rientro può divenire impossibile.
Stante il Regime che non considero né una drammatizzazione opportunistica e nemmeno una fantasiosa ipotesi, come sono schierate (e dissimulate) le forze in campo di quel risiko del potere interno alla maggioranza ed all'opposizione che non può trovare sosta e che, anzi, accelera le mosse per la conquista finale della vittoria? Nel Governo alcuni ministeri chiave sono stati assegnati (come postazioni di fondamentale importanza da presidiare) ad esponenti di due delle componenti del polo governativo che si tengono reciprocamente in scacco: l'ex AN e la Lega. Parlo del Ministero degli Interni di Maroni e di quello della Difesa di La Russa, in particolare (Alfano sarebbe un discorso da trattare affatto a parte).
Le elezioni Regionali giungono al traguardo di una asserita conquista da parte della Lega del “federalismo”, fiscale e non. Autonomia compiuta e responsabile per alcuni, essa è considerata da altri premessa possibile della fine della coesione nazionale, sino al rischio più volte ventilato di una “secessione”. Mentre Berlusconi, stretto a Bossi “promette” il “suo presidenzialismo”.
Per questo le prossime elezioni non saranno decisive solo come ulteriore momento di verifica della distribuzione nazionale dei consenso degli elettori, ma per come si disegnerà il contorno del dominio territoriale che esse comporranno per vincitori e vinti (non vincerà tanto che conquisterà più regioni, ma perderà, irrimediabilmente o quasi, chi non conquisterà “certe” Regioni).
La partita del Nord vede dichiaratamente la Lega puntare all'egemonia di una macroregione omogenea da contrapporre alle altre, in particolare al “parassitario” territorio del Mezzogiorno. Gli Interni dovrebbero essere un punto di garanzia contro ogni possibile manovra antagonistica in nome dell'unità nazionale. La Difesa costituisce già il contropotere da attivare in quest'ottica, in una temperie ove si dà per credibile la voce secondo cui il Presidente della Repubblica rivendichi esplicitamente (non pubblicamente, ma di fronte al Presidente del Consiglio) il suo ruolo, come capo dello Stato, di Comandante in capo delle Forze Armate. La Guardia di Finanza vi aggiungerebbe forza ulteriore? Ma, guarda caso, è ad un noto collaboratore del Presidente della Camera Fini ed ex Segretario di AN ( Italo Bocchino) che è affidato il tentativo di rafforzare un asse del Sud (con D'Alema e La Russa, e con le Regioni centrali ”rosse” e meridionali” nere”) da contrapporre a quello del Nord Azzurro/Verde (Berlusconi, Bossi, Maroni, Scaiola, Formigoni e fra poco con Zaia con, forse, Cota; ed in Liguria?).
Le Regioni sarebbero, nel risiko, aree di conquista e contemporaneamente fornitrici di forze da mettere in campo in una speriamo solo sincopata partita di un sostituto virtuale di guerra civile.
Le provenienze dei soggetti politici schierati sono d'altronde interessanti. Berlusconi e Bossi da un vertice e D'Alema dall'altro sono troppo distanti. Ma Fini e Bersani (come Franceschini) sono entrambi emiliani; hanno nella memoria storica delle loro terre d'origine la cicatrice della linea gotica e la scansione dell'8 Settembre. La faglia della memoria storica passa da lì. Da una terra che ha vissuto la Repubblica Sociale assieme alla macchia partigiana “in famiglia”, ed insanabilmente. Dove si concepirono come non innaturali tradimenti di sangue e condivisione di tragici sogni.
Che esista una faglia trasversale nello stesso Regime che solo fittiziamente gioca sulla contrapposizione insanabile di schieramento ideologico fra i due poli per convincere gli italiani della rispettiva immutabile fede politica e valoriale è dimostrato ampiamente anche dal fatto che essa è chiaramente percepibile non solo in politica interna ma, quasi maggiormente, anche in politica estera. Su Gheddafi, Putin, politica Medio -Orientale e Mediterranea, Cina, e, per contrasto, USA (avolte con a volte senza Obama), si mostrano delle assonanze /dissonanze troppo forti fra alcuni esponenti di un polo con altrettanti dell'altro per essere frutto di semplici coincidenze di semplice spregiudicatezza o il prodotto di vicinanze di caratteri, storia e valori, più che di concrete coincidenze di spesso inconfessabili interessi.
Questa faglia, non fra civilizzazioni ma di poteri, è la garanzia di non essere spazzati via dall'altra parte incontrollabile di sé anche in caso di alterazione improvvisa del quadro civile e sociopolitico, nazionale o internazionale. É il tentativo, parzialmente inconsapevole ed “infantile” di precostituire un grande fossato là dove più o meno grandi muraglie non hanno retto.
E'” fatta “per i tempi della sospensione del diritto ordinario, per i tempi delle emergenze, per i tempi della guerra.
(notizie radicali, 1103)

giovedì 18 marzo 2010

INSTALLAZIONE



Tante ragioni per stare alla larga dal sistema malato dell'arte.


Video-installazione di Savino Marseglia.

Trasformare gli escrementi in oro non è oggi solo un'arte, ma addirittura la norma di mediazione su cui oggi si basa il sistema stesso dell'arte. Come accadde a Re Mida, che non riusciva più a distinguere tra cibo e escrementi, così oggi l'arte contemporanea subisce un inarrestabile processo di “merdificazione”. Un’ invisibile e insidiosa intossicazione interiore sta diventando la conseguenza di una produzione artistica che non conosce più misura. Il dramma “ecologico” come prodotto della civiltà post-capitalistica non porta solo alla decimazione delle risorse naturali, ma all'avvelenamento dell'uomo e, si badi bene, non solo del corpo, ma anche dello spirito. Questo ostinarsi ad ogni costo a mettere in circolo non solo merci inquinanti, ma anche “opere inquinanti” porterà non solo il pianeta a non salvarsi, ma sarà ciò che determinerà anche la fine stessa dell'arte. Se, per assurdo, ogni artista decidesse di realizzare opere d'arte a partire dai rifiuti, giungendo a farsi una “casetta-studio” di spazzatura, un simile gesto non eliminerebbe l’aberrante intossicazione da merce.
Nel corso dei secoli, spinta continuamente dalla necessità, la civiltà contadina aveva imparato a fare tesoro di tutto, ovvero a riciclare qualunque cosa a partire dagli avanzi di cibo ai manufatti di lavoro in disuso. Allo stesso modo vediamo in tante parti del mondo intere popolazioni costruirsi, per motivi di sopravvivenza abitazioni e utensili con i rifiuti dell’industria.
Nel bosco di Ripapietra, vicino al suggestivo Borgo medievale di Bovino (tra i cinquanta Borghi più belli d’Italia) in provincia di Foggia, l’artista Savino Marseglia, trasforma un riparo di contadini, realizzato con materiale di recupero in uno spazio di video- installazione. L’interno appare al visitatore colmo di oggetti domestici ingombranti, tra cui un frigo, sul quale troneggia un apparecchio televisivo. Un ambiente apparentemente irreale, ma che in verità infonde sicurezza: non fanno forse parte della nostra quotidianità comuni elettrodomestici e pertanto non ci restituiscono un senso di familiarità ? Così ciò che accade in città tra le tranquille mura domestiche, viene qui riprodotto nel bosco. Vediamo una televisione interfacciarsi con gli spettatori, spegnendosi e accendendosi, al loro passaggio. L'apparecchio video trasmette la voce dell'artista che, in dialetto locale, racconta storie di contadini, proverbi e detti sull’identità culturali perdute o in fase di catalogazione. Una simile ricerca si incentra sui meccanismi di appartenenza ad uno specifico territorio e sulla complessa relazione tra alienazione urbana e la conseguente mancanza di radici. L'artista si sente libero di ritrovare nei luoghi in cui soggiorna interessi e suggestioni che provengono non solo nelle relazioni antropologiche con la storia locale, ma anche dall'interazione con le persone di quella particolare comunità, attraverso pratiche di riappropriazione della memoria storica che vanno oltre il concetto stesso di produzione di opera d’arte. Se, come è noto, l'opera di arte contemporanea nasce di per sé “decontestualizzata”, la sua dislocazione in un ambiente diverso e marginale quale quello del bosco, la rende accessibile e di facile lettura a tutti, contro l'arroganza di chi esercita qualunque forma di controllo o potere su di essa.


Savino Marseglia – Tante ragioni di stare alla larga dal sistema malato dell’arte

Videoinstallazione nel bosco di Via Ripapietra- Bovino-Foggia



Dal 25 marzo al 29 aprile 2010

Autore: Savino Marseglia

Genere: Arte contemporanea

Inaugurazione: giovedì 25 marzo 2010 – ore 18.30

Via Ripapietra – Bovino – Foggia

Biglietti: ingresso libero

Orario d’apertura su appuntamento dalle 9.30 alle 12.30 /15.30 alle 18.30

Info: 3475712780 – s.marseglia@email.it

mercoledì 17 marzo 2010

TALKSHOW


Pd (Rai) PdL responsabili della chiusura dei talk show?

di Marco Beltrandi

Una cosa è certa: il dibattito che si è svolto in Vigilanza Rai oggi, alla presenza del Direttore Generale della Rai Mauro Masi, ha reso palesi le responsabilità della chiusura del talk show, improvvidamente decisa e riconfermata dalla maggioranza del CDA della Rai, su proposta del Direttore Generale.
Infatti, in tutti gli interventi numerosi dei componenti PD, è stato chiarito che il regolamento “Beltrandi” non imponeva affatto alla Rai la chiusura dei talk show. Anzi, il Senatore Procacci ha detto testualmente - a ragione - che la chiusura dei talk show è avvenuta in contrasto con il regolamento approvato in Vigilanza Rai.
Peccato che questa chiarezza e sincerità sia avvenuta solo oggi, dopo oltre un mese di campagna, anche televisiva Rai, in cui si è sostenuto l’esatto contrario, senza possibilità di contraddittorio, da parte degli esponenti PD, anticipandone la interpretazione distorta del regolamento fatta poi propria dai conduttori Rai. E dopo un mese di menzogne, è difficile essere credibili.
Loro quindi hanno fornito al CDA Rai il pretesto per chiudere i talk show, favorendo così il lavoro di quei settori dell’attuale maggioranza che volevano appunto le chiusure, senza nemmeno le tribune politiche, che sono iniziate solo ieri, in ritardo di 15 giorni da quanto disposto dalla Commissione.
Commissione che certamente non aveva alcun bisogno di “battere un colpo”, visto che lo aveva già fatto il 9 febbraio scorso. Il Parlamento dovrebbe essere rispettato dai vertici Rai, non dileggiato, come è accaduto anche oggi.
(notizieradicali, 1098)

lunedì 15 marzo 2010

IDENTITA' DUE


Identità 2

Il foyer
Sulla diatriba che investe il Metastasio infuocandosi ogni giorno di più, dovremo riflettere a bocce ferme perché, per ora, si recita un banale teatrino dei pupi dietro le quinte. Invece, a proposito di identità pratese e rivalutazione del centro storico, ci è sembrata rivoluzionaria e immaginifica l’idea di Marcello Bartoli, attore e regista, (La Nazione 27 Febbraio) : “Ecco cosa serve alla città: un teatro che viva 24 ore, c’è bisogno di reinvestirsi in tempi brevi “ Che l’idea dell’attore- regista abbia una sua eccezionale valenza catartica è certificato dalla impegnativa frase del Sindaco e dell’Assessore Beltrame :” il bar e il foyer del Metastasio devono rimanere aperti notte e giorno per la gente. Finalmente! Un’apertura europea riformista e socialdemocratica.
Il coprifuoco
Sere fa, per un imprevisto accidente, ho dovuto camminare dalle 21 alle 23 per le strade del centro . Giuro, tre ore, non ho incrociato più di venti persone. Deserto, tutto chiuso, fermo, silenzioso. Guardavo questa mia città sconsolato, io, che durante la guerra ho sofferto le strade sotto coprifuoco: nessuno in giro, solo qualche pattuglia di militari annoiati a vigilare le finestre per l’oscuramento. In Piazza del Duomo ho incontrato una pattuglia: due militari e un carabiniere che passeggiavano parlando. Ogni sera Prato è inutilmente cosi. Un infinito buio di silenzio intorno ai lampioni illuminati. Il bar e il foyer aperti di notte al Metastasio , potrebbero servire.

Dove vai, son cipolle
La frase del Ministro leghista Maroni, in seconda visita a Prato: “Non si costruisce la convivenza senza condividere i principi etici “, ha giustamente suscitato la reazione composta dell’On. Giacomelli : “ A nessuno può essere chiesto per essere considerato cittadino, di omologare idee, valori e principi del regime. Bravo Antonello! Hai visto? Ora, se qualcuno, come capita spesso, ha qualche dubbio sulla differenza fra destra e sinistra, fra conservatori reazionari e liberali democratici, eccolo servito! La frase di Maroni è una bestemmia costituzionale prima ancora che culturale, storica e politica. Ma siamo ormai abituati e quasi divertiti dalle battute dei leghisti incapaci di collegarsi con qualsiasi forma organizzata del pensiero. Sorprendente invece la risposta dell’On. Mazzoni che, a forza di difendere con sempre maggiore difficoltà tutto e tutti del suo partito con accenti a volte manichei, tradisce la sua indiscutibile formazione democratica e liberale. Così liquida la questione posta da Giacomelli: ”non si tratta di un eresia (quella di Maroni)….qui si dovrebbe parlare anche di etica di impresa……..che la sinistra ( e ridagli!) ha dolorosamente (?) ignorato. Da ragazzi, in casi del genere, si liquidava l’interlocutore con una sola battuta: dove vai, son cipolle.


Carlo Montaini, 14 Marzo 2010

lunedì 8 marzo 2010

IDENTITA'


L’identità
Parlane oggi, parlane domani, alla fine qualcosa si muove. A questa parola “ identità”, richiamata con preoccupante cadenza, nei discorsi ufficiali di questa inquieta città, si attribuiscono improprie e incongrue accezioni. Tuttavia questa libertà etimologica comincia a definirne contorni e contenuti seppure ancora discutibili e, in qualche caso, enigmatici. Lo spirito della ricerca è positivo e ci piace darne conto in questa “riflessione” e in quella della prossima settimana. Come stimolo per altri contributi da immettere in una civica competizione fra i tanti talenti che abbondano in questa città e dintorni. Annotiamo di seguito, sull’argomento, alcuni esempi disponibili della evoluzione del pensiero e suoi derivati.

La filiera
C’è il suggerimento un po’ scomposto degli autoctoni veraci che, ai primi inserimenti cinesi nella sacra filiera del distretto, hanno eroicamente rilanciato il grido dei democratici durante la guerra di Spagna del ’39 (haimè perdente) : “non pasaran”. C’è, ma chi l’avrebbe mai pensato, l’idea ultramoderna di alzare i prezzi dei nostri tessuti per rientrare con giusta fierezza nel mercato internazionale. Da questo vociare (l’attesa era grande), si è percepita distintamente la teoria del Sindaco che la vuole lunga (la filiera), la immagina italo-cinese sorretta dal marchio di grandi Case di distribuzione di confezioni in tutto il mondo. Ancora più lunga, arriva fino in Cina, è quella disegnata dal Presidente della Scuola Superiore di Pisa, Prof. Riccardo Varaldo (Tirreno del 21 Febbraio) “ formare un pool di società pratesi che, superate le divisioni, (eccoci!) si metta alla ricerca di una multinazionale delle confezioni con sede in Cina che acquisti a prezzo più alto in cambio di un bel marchio pratese all’uopo elaborato. Bell’idea!. Invadere legalmente autorizzati ,e a prezzi per noi convenienti, un mercato di quasi due miliardi di persone con prodotti fatti a Prato da bistrattati immigrati cinesi. In ogni caso preavvisa il Professore, occorrerebbe l’accordo con la Regione Toscana e la mediazione dei due governi nazionali. A prima vista sembra un suggerimento irrealizzabile ma chissà. Mettete il caso che durante una visita in Cina di Berlusconi ……………Più sbrigativa, ma di una assoluta irritante verità, la constatazione dell’industriale Bellucci :”La concorrenza interna ha distrutto la filiera tessile “.

Il viale del tramonto
Allora non eravamo tutti comunisti a chiedere più buon senso per il problema dei cinesi. Non solo facile bellicismo sventolato tutti i giorni in tutte le salse, dicevamo, ma una seria prova di paziente ascolto, l’intelligente constatazione di un fenomeno ormai ineludibile, una manifestazione di umana solidarietà, magari di qualità e misura cristiana. Che non è soltanto il pacco della Charitas ma l’offerta attenta e leale del rispetto dovuto ad ogni persona. Registriamo perciò , con sincera soddisfazione che negli ultimi tempi, dopo la glorificata giornata dei rastrellamenti di tipo militare che ha turbato la sensibilità umana di molti, si discute anche senza urlare. E si scoprono sempre più italiani che, insieme ai cinesi, vivono fuori dalle regole e si ripensa alla semplicistica brutalità dell’assioma: ”se continuiamo con il massimo rigore, riusciamo a mandarli via tutti”. Cosi è apparsa significativa la dichiarazione dell’Assessore all'integrazione, Silli: ”Milone sta tentando di riportare la legalità………ma la ricetta è rigore e integrazione……….la questione deve essere gestita con maturità da entrambe le parti. Da entrambe le parti, complimenti assessore. E il Ministro Maroni , quello che aveva indicato a tutta l’Italia, come esempio il “caso Prato”, quello dell’elicottero e dei cani poliziotto ? E ’tornato a Prato e, bontà sua, ha espresso chiaramente un principio (La Nazione 16 Febbraio) : “non si risolvono i problemi con i blitz “ C’è più ragionevolezza in giro, forse l’intimidazione poliziesca come unico strumento per risolvere problemi di questa natura si avvia , insieme ai troppo acclamati attori, “verso il viale del tramonto”. Non a caso, noblesse oblige, è rimasto solo il Segretario del P.D.L a ripetere che “ la linea sulla sicurezza portata avanti da Milone è la stessa del P.D.L. “ Scusa non richiesta………

Erode
C’è da chiedersi come può succedere. Una mattina il Sindaco, appena alzato, si accorge che in tre anni sono spariti da questa città seicento bambini cinesi (Tirreno 20 Febbraio). Un fatto enorme, uno scandalo internazionale del quale informa immediatamente il Consiglio Comunale e da’ mandato al Comitato per la sicurezza di venirne a capo. Per giorni e giorni, con il cuore in gola, si è pensato al peggio, riassunto nella frase drammaticamente ultimativa del Sindaco: “voglio sapere a tutti i costi dove sono andati a finire” (Tirreno 28 Febbraio). Tranquilli , stanno tutti bene e crescono contenti nei Comuni della nostra Provincia in attesa di votare per le amministrative. Ci sono voluti otto giorni per risolvere un banale equivoco burocratico di incrocio di dati. Un adempimento che poteva essere assolto nel silenzio operoso degli uffici che lo avevano determinato e che, alla fine, vengono anche complimentati dal Sindaco. (La Nazione 2 Marzo). Speriamo bene !

Carlo Montaini


7 Marzo 2010

giovedì 4 marzo 2010

TOSCANA


Regionali Toscana: ammessa dopo il ricorso al tribunale di Pistoia la lista Bonino-Pannella

La Lista Bonino-Pannella, inizialmente esclusa dalla competizione elettorale per 12 firme nella Provincia di Pistoia, è stata oggi ufficialmente riammessa, con un atto dell’ufficio centrale regionale presso la Corte d’Appello di Firenze che accoglie il ricorso presentato lunedì al Tribunale di Pistoia, redatto dagli avv. Claudia Moretti e Michele De Gregorio. “Rilevato che il termine ultimo per la presentazione delle firme è individuato dal Tribunale di Pistoia […] alle ore 9 del 1 marzo 2010” si legge nell’atto, e “ritenuto che, in effetti, il termine di riferimento per la presentazione delle firme deve essere individuato […] nelle ore 12, termine entro il quale è possibile produrre ulteriori documenti; osservato che entro tale scadenza, come attestato dal cancelliere dell’U.C.C. di Pistoia, la documentazione è stata integrata attraverso la presentazione di ulteriori 19 sottoscrizioni, autenticate nei giorni 26 e 27 febbraio 2010, che vanno computate nel calcolo complessivo” continua la Corte, “e poiché sommando tali ultime sottoscrizioni […] si supera il limite di 1000 sottoscrizioni richieste dalla legge elettorale, si ammette la lista Marco Pannella alla competizione elettorale nella provincia di Pistoia”.

“Finalmente” ha commentato alla notizia la senatrice Donatella Poretti, “anche i radicali correranno per le regionali in Toscana, certi di offrire una proposta politica che rappresenta la vera riforma per la nostra Regione: lotta alla partitocrazia e massima trasparenza in tutti i settori. Ci impegneremo al meglio” conclude Poretti, “mettendoci al pieno servizio del cittadino”.
(radicali.it)

FORMICHINI


Non ammessa la Lista Formigoni, Cappato: atto dovuto
Formigoni faccia il radicale e controlli le altre liste, in modo da contribuire a mostrare l'illegalità di queste elezioni.


Milano, 3 marzo 2010

• Dichiarazione di Marco Cappato, Lista Bonino-Pannella


Nonostante i proposti intimidatori ed eversivi di vari Boss della Partitocrazia, l'Ufficio centrale regionale non ha fatto altro che riconoscere doverosamente l'invalidità di troppe firme del Listino di Formigoni. Si tratta di un atto dovuto, tanto quanto l'esclusione della Lista Bonino-Pannella, con l'unica differenza che contro di noi è stata determinante la violenza antidemocratica del potere politico-mediatico, mentre contro Formigoni è stata decisiva l'assoluta incapacità e senso di impunità con la quale le persone delegate da Formigoni hanno gestito la raccolta firme.
Voglio ricordare a tutti che rimane aperta la denuncia depositata a nome della Lista Bonino-Pannella dal delegato di lista Lorenzo Lipparini presso la Procura della Repubblica, che chiede il sequestro delle firme di Formigoni e di Penati nonché la perizia grafica sulle firme.
A questo punto, da candidato annullato a candidato annullato, voglio dare un consiglio a Roberto Formigoni: provi per una volta a fare il radicale e, lui che ne ha i mezzi, si mobiliti per verificare in tutte le province le firme di tutti i partiti. In questo modo potrà lui stesso scoprire, e soprattutto contribuire a mostrare ai cittadini lombardi, ciò che come Lista Bonino-Pannella andiamo dicendo da settimane: che queste sono elezioni antidemocratiche e illegali, come lo sono state tante e troppe volte nel passato della storia sessantennale di questo Regime dal quale è urgente liberarsi una volta per tutte.
(radicali.it)

martedì 2 marzo 2010

POLVERONI




Nel corso delle ultime settimane Emma Bonino e i Radicali hanno condotto nella sostanziale indifferenza dei media e delle altre forze politiche, di centro-destra e di centro-sinistra, una battaglia pregevole di denuncia del clima di illegalità diffusa in cui si svolgono nel nostro paese le raccolte di firme per la presentazione delle liste elettorali.I Radicali hanno cercato di dimostrare come sia pressoché impossibile raccogliere le firme regolarmente sulla base delle normative vigenti e come la maggior parte dei partiti utilizzi nei fatti scorciatoie di comodo ai limiti e – più sovente – al di fuori della legalità.
“Quer pasticciaccio brutto” del PDL a Roma è solo la conferma più evidente e al tempo stesso più grottesca del fatto che nella denuncia dei Radicali c’è tanto di vero.Del resto che alcuni partiti – sia pure organizzati e fortemente rappresentativi – raccolgano migliaia di firme in poche ore, a ridosso della loro consegna, appare una sfida alle leggi della fisica oltre che (soprattutto) al buon senso.Non c’è dubbio che per riportare un poco di dignità al processo elettorale occorra mettere mano significativamente alle leggi sulla presentazione delle liste e in questo senso lo scandalo romano potrebbe avere per lo meno il merito di innescare un’azione di riforma.
Una possibile revisione del sistema attuale potrebbe andare nella direzione di prevedere due date separate per la presentazione delle liste e per la presentazione delle firme.Le liste dovrebbero essere chiuse e depositate almeno 3-4 settimane prima della chiusura della presentazione delle firme. In questo modo ci sarebbe tutto il tempo a disposizione per organizzare raccolte firme su liste rigorosamente congelate e pubbliche.In aggiunta si potrebbe stabilire che la firma delle liste sia possibile solo in Comune, abbassando contestualmente in modo sensibile in numero di firme necessarie. La necessità per la persona di recarsi personalmente in Comune per sostenere una lista rappresenterebbe una garanzia importante di veridicità della firma e di volontarietà dell’endorsement.
Andrebbero tuttavia sperimentati anche meccanismi di selezione delle liste elettorali alternativi alla raccolta firme.Per le elezioni politiche, in questo senso, si è deciso che una lista sia esentata dalle raccolta nel caso ottenga la sponsorship di due almeno due parlamentari.Non si tratta tuttavia di un sistema soddisfacente, non solo perché avvantaggia gli incumbent rispetto agli outsider, costretti invece a onerose raccolte, ma soprattutto perché l’endorsement dei parlamentari alle liste è spesso arbitrario e non legato da effettivi vincoli di appartenenza o affinità politica. Accade ad esempio che parlamentari che non vengono ricandidati dai rispetti partiti si “vendichino” regalando il loro appoggio a liste di disturbo.
In realtà, rivolgendo lo sguardo ad alcune esperienze estere, è possibile scoprire modelli diversi ed interessanti di approccio alla questione, comunque necessaria, di porre un filtro alla proliferazione di liste e di candidati sulle schede elettorali.In particolare è sicuramente degno di nota il meccanismo in vigore da sempre nel Regno Unito ed in tanti altri paesi di tradizione anglosassone.Per presentare una candidatura ad un elezione in Gran Bretagna è necessario un numero del tutto simbolico di firme (tipicamente dieci) ma soprattutto il deposito di una
cauzione in denaro che viene restituita se il numero di voti raggiunto oltrepassa una certa soglia.
In particolare il deposito richiesto per presentare la candidatura per un seggio a Westmister è di 500 sterline, una cifra relativamente bassa ma nell’esperienza britannica sufficiente per scremare per lo meno le candidature più eccentriche o inconsistenti.Le 500 sterline vengono restituite se il candidato supera il 5% dei voti, altrimenti sono incamerate dalla commissione elettorale.Peraltro c’è da ricordare che per aggiudicarsi un collegio nel “first-past-the post system” britannico mediamente serve il 40% dei voti per cui la barriera al 5% per la restituzione della cauzione può considerarsi più che generosa, nel senso che se un candidato pensa di avere qualche chance di arrivare primo nel collegio non può non essere per lo meno certo di arrivare almeno al 5%.Di conseguenza la perdita del deposito va a disincentivare candidature puramente velleitarie, quelle di coloro che si candidano senza avere nei fatti nessuna concreta possibilità di elezione.
E’ chiaro che in un sistema elettorale plurinominale e sostanzialmente proporzionale come quello italiano un simile meccanismo andrebbe “ritarato” sia come entità in denaro della cauzione sia come soglia percentuale per “salvarla”.La cifra da depositare dovrebbe essere molto maggiore perché non si riferirebbe più solamente ad un singolo candidato di un collegio uninominale bensì ad una lista spesso lunga di candidati che concorrono a molti seggi in un collego elettorale relativamente grande.
Al tempo stesso andrebbe abbassata la soglia di recupero, in quanto mentre nei collegi uninominali si vince con il 40-50%, nei collegi plurinominali proporzionali si possono avere eletti anche con percentuali ben inferiori, che vanno spesso dal 2 al 5% a seconda del tipo di elezione. Una soglia ben posizionata potrebbe forse collocarsi all’1% o magari più flessibilmente ad un quarto della percentuale necessaria per ottenere un seggio. Ad esempio se per fare scattare il seggio serve il 3% potrebbero essere “punite” le liste che ottengono meno dello 0,75%.
L’idea di dovere pagare per candidarsi può fare storcere il naso ad alcuni benpensanti e suscitare qualche frettolosa accusa di classismo e di antidemocraticità. A ben vedere, tuttavia, si tratterebbe di un’accusa abbastanza facile da confutare.Fuor di ipocrisia, del resto, è incontestabile che per fare politica ci vogliano comunque soldi e che una campagna elettorale seria richieda budget significativi. In questo senso è piuttosto improbabile che la necessità di pagare anche una cauzione rappresenti, nel bilancio complessivo, una voce di spesa così determinante.
Va detto, poi, che anche organizzare una seria e sistematica raccolta firme richiede costi alti ed addirittura in alcuni casi i partiti si sono dovuti accollare l’ingaggio di manodopera interinale per poterla portare a buon fine.Il meccanismo a cauzione in fin dei conti costa relativamente poco. In particolare se la lista supera la soglia di recupero il suo costo finale è in pratica zero.
Ma anche per quelle liste che perdessero il deposito il costo effettivo potrebbe ragionevolmente rivelarsi inferiore rispetto alla spesa necessaria per una raccolta firme.Merita di essere infine osservato che si tratta anche di un sistema autenticamente neutrale in quanto non garantisce nessun vantaggio istituzionale agli incumbent rispetto agli sfidanti, tanto più che la sua gestione non richiede alle liste di disporre di complesse macchine organizzative.La ragione principale per la quale, tuttavia, il modello britannico sarebbe preferibile al modello a raccolta firme è che è incomparabilmente più trasparente.Il modello a raccolta firme, in special modo calato nello scenario italiano, non ha fatto altro che generare illegalità generalizzata, truffe e sospetti.
Le norme previste per la raccolta firme non sono di per sé di facile applicabilità. La loro complessità, unita alla deleteria abitudine dei principali partiti di chiudere le liste sempre più a ridosso del momento di consegna della liste, fa sì che le norme de jure vengano disattese in modo sistematico creando un sistema di diritto de facto, necessariamente nebuloso, dove non è chiaro fino a che punto ci si può spingere a giocare con il fuoco.
Ogni tanto si pasticcia più del solito (o meno bene del solito) e qualcuno ci rimane incastrato. Questi situazioni – oltre a gettare in generale un’ombra sulla regolarità complessiva del processo elettorale – possono falsare l’esito di elezioni importanti, come potrebbe avvenire nel caso della Regione Lazio.Non è detto che il modello a raccolta firme sia da respingere in sé, ma nello specifico scenario italiano i partiti hanno mostrato ormai da tempo di non essere in grado di manovrarlo secondo standard minimi di decoro politico e istituzionale.
La cauzione rappresenta, dal canto suo, un meccanismo estremamente chiaro e verificabile, in cui non servono “magheggi” e non c’è spazio per i prestigiatori delle raccolte firme. Introdurre in Italia il modello britannico potrebbe contribuire in modo importante a ricondurre il processo elettorale ad un quadro di regole certe ed uguali per tutti.In definitiva più ancora di accontentarci di smascherare ogni tanto qualche cialtrone, sarebbe più efficace avere a disposizione una legge così semplice da essere essa stessa a prova di cialtroneria
. (libertiamo.it)

lunedì 1 marzo 2010

DEMOCRATS


Qui non si parla di politica, si lavora”

Ho girato per le strade e per le piazze, camminato nelle periferie antiche e recenti , mi sono seduto ai tavolini dei caffè, sulle panchine dei giardini pubblici; ho assistito alle rumorose partite di briscola nelle ex Case del popolo semideserte, sono tornato negli uffici che frequentavo una volta, mi sono soffermato fra i ragazzi che occupano con i motorini il Sabato sera; ho girato i mercatini rionali dove migliaia di persone comprano e vendono qualche ora di libertà. Sono perfino andato una domenica allo stadio senza saper fare il tifoso; ho suonato inutilmente ai sordi campanelli dei Circoli del P.D. Ho cercato dovunque, con meditata circospezione, un’occasione per iniziare un dialogo qualsiasi sui tanti problemi che ci affliggono. Sentire una di quelle frasi che una volta (non tanto tempo fa) provocavano subito risposte taglienti, scontri verbali, ironie irripetibili e, alla fine, conclusive amichevoli manate sulle spalle. Era il popolo della sinistra perennemente polemico e incazzato contro il Governo per cento motivi: per il finanziamento delle scuole cattoliche, per lo scandalo di migliaia di miliardi di lire di “lor signori” che se ne andavano all’estero senza pagare le tasse, per l’intervento di troppi cardinali sulle scelte democratiche dello Stato, per il clamoroso conflitto di interessi imposto al Paese dal Capo del governo, uomo più ricco d’Italia, per i nostri soldati mandati insieme ai marines americani a esportare la democrazia in giro per il mondo, per la difficoltà di arrivare ogni mese a farla pari , per gli evasori fiscali conosciuti da tutti, con l’auto ogni anno più grossa e la villa al mare.
Ora nessuno parla , se ci provi, se chiedi un giudizio su un argomento politico, si voltano da un’altra parte immusoniti come se li avessi offesi. E’ diventata una comunità silenziosa che vegeta in tranquillo relax senza sguardi per il futuro e memorie del passato. Con un campo visivo limitato, quanto serve per andare avanti giorno per giorno senza scegliere mai. E senza preoccuparsi di quello che succede intorno. Durante l’ultima guerra il fascismo fece affiggere nelle fabbriche e negli uffici, due famosi manifesti: uno con la figura curva di un operaio intento al lavoro con la scritta “qui non si parla di politica, si lavora”; uno con la faccia infida di un perfido inglese e l’avviso, a lettere cubitali “taci ! il nemico ti ascolta”.
Dovremmo ricordare, cari amici-compagni le previsioni sciaguratamente vere che facemmo mesi prima delle ultime elezioni amministrative. Si diceva:attenti, non abbiamo più contatti con la gente, non abbiamo più dialogo con il popolo della sinistra . Ora sono prossime le elezioni regionali e qualcosa è cambiato, peggio di prima. Non siete più voi, cari dirigenti del P.D. ad aver perso i contatti con la gente, è il popolo della sinistra che non vi cerca più . Avreste soltanto da riprendere le strade, le fabbriche, gli uffici di questa città e chiamarli uno per uno sperando che non sia definitivamente tardi.

Carlo Montaini


28 Febbraio 2010

P.S. Ma forse siete esclusivamente impegnati nei giochini conosciuti e dunque insopportabili di pre-tattica per il congresso del Partito a maggio. Continuando così potrebbe non esserci il congresso né a maggio nè mai.

sabato 27 febbraio 2010

TOSCANA



ReTe dei Comitati per la difesa del territorio

L' AMBIENTE, IL TERRITORIO, I BENI CULTURALI, LA SALUTE

Documento della Rete dei Comitati per la difesa del territorio in occasione delle
prossime elezioni regionali in Toscana
.


La Rete dei Comitati per la difesa del territorio si rivolge alle forze politiche che si
presentano alle prossime elezioni regionali per attirare la loro attenzione e aprire
una discussione sui problemi riguardanti l 'ambiente, il territorio, i beni culturali, la
salute dei cittadini. Lo fa con questo documento, estremamente analitico e
propositivo, un vero e proprio programma di governo per la prossima legislatura, in
cui i rilievi critici e polemici sono sempre puntualmente bilanciati dalle proposte
progettuali e operative, nello spirito d'un confronto aperto e non pregiudiziale con le
forze politiche e con le Istituzioni. La Rete non è nuova a iniziative del genere:
ricorderemo soltanto i documenti presentati in occasione delle consultazioni
politiche generali dell'aprile 2008 e delle consultazioni amministrative ed europee
della primavera del 2009; oltre che il bel Convegno su "Le emergenze in Toscana.
Crisi di un modello regionale dì sviluppo", tenutosi a Firenze nell'estate del 2008. La
situazione, come la Rete la vede e denuncia, è generalmente critica, in molti casi ben
al di là del livello di guardia. Le prossime consultazioni regionali sono un'occasione
estremamente importante per riaffermare la possibilità di un sano modello toscano,
orientato allo stesso modo alla “conservazione” e allo "sviluppo ". Occorre
riconfermare e consolidare le buone intenzioni; correggere i molti errori pratici;
imboccare con decisione una nuova strada fondata sull'attento controllo politico e
tecnico delle decisioni e sulla effettiva partecipazione dei cittadini. A conclusione di
questa fase di consultazioni, la Rete intende organizzare un vasto Convegno-
Regionale per verificarne i risultati, destinato a svolgersi prima delle prossime
consultazioni.
PREMESSA
La situazione di crisi finanziaria ed economica del paese sta producendo una perversa
accelerazione delle politiche di sfruttamento e devastazione del territorio. Le decisioni del
governo italiano, in merito di autostrade, infrastrutture e “grandi opere”, anche per quello
che riguarda la Toscana, lo confermano. Si profila, inoltre, lo scatenarsi di una fase di
“ecobusiness”, (centrali, inceneritori, eolico disposto casualmente, ecc.) destinata a
confondere non solo l’opinione pubblica, ma anche gli orientamenti del movimento
ambientalista. D’altra parte, la stretta finanziaria nei riguardi degli enti locali e l’abolizione
dell’ICI sulla prima casa spingono verso crescenti consumi di suolo destinati al mercato
speculativo.
Questo quadro è aggravato nella nostra Regione dalla crisi dei settori tipici e dell’economia
di distretto, con il trasferimento di capitali dall’industria all’edilizia. A questo proposito, la
Rete dei Comitati indica come discriminante che dietro la previsione di ogni nuovo consumo
di suolo vi debba essere un valido e innovativo progetto che risponda a criteri imprenditoriali
non speculativi ma consapevoli della finitezza e del valore delle risorse ambientali, previa la
dimostrazione dell’impossibilità di recuperare contenitori o aree già urbanizzate
(dimostrazione già prevista dalla LR 1/2005, art. 3, e inosservata). In questo senso, sviluppo
durevole significa ricerca, innovazione, istruzione, formazione professionale, servizi alle
imprese, produzioni tecnologicamente avanzate, ospitalità qualificata e orientata - una serie
di beni, prevalentemente immateriali, che trovano nel nostro territorio e nel nostro
paesaggio un supporto di eccellenza. La sfida è perciò di cogliere l’opportunità della crisi
economica globale e di fare del territorio e dei paesaggi finora disertati dagli investimenti e
dal mercato, non meno che dalla politica, le basi di un grande cantiere di manutenzione
ambientale e di mantenimento e gestione-valorizzazione dei patrimoni insediativi e rurali.
In sintesi: la legislazione e gli atti di pianificazione della Regione Toscana promettono buone
politiche e buoni piani a livello provinciale e locale, ma di fatto permettono cattive politiche,
cattivi piani e progetti distruttivi e inutili per la collettività, mentre le vere invarianti che la
Regione stabilisce e impone a Province e a Comuni sono le scelte infrastrutturali ed
energetiche, in molti casi inaccettabili in termini di compatibilità ambientale e paesaggistica.
Di fronte a una situazione strutturale così critica e a nuove modalità di consumo di
territorio, qualitativamente assai più distruttive di quelle precedenti, sarebbe inutile
invocare il ritorno ad una pianificazione gerarchica o ad un sistema di controlli burocratici,
sempre eludibili nei fatti. Piuttosto, si dovrebbe andare avanti su due terreni strettamente
intrecciati. Da una parte, favorire e promuovere reali processi di partecipazione, salvo
qualche meritevole eccezione ora confinati in rituali assemblee frequentate per lo più dai
rappresentati degli interessi fondiari e edilizi; dall’altra, rilanciare gli aspetti statutari del
governo del territorio, ridotti ormai a dichiarazioni di principio, enunciazioni retoriche
sempre più disattese nella prassi.
1. CRITICITÀ DELLA POLITICA TERRITORIALE DELLA REGIONE
TOSCANA
La politica della Regione Toscana per il governo del territorio è incentrata sulla Legge R.
1/2005 e sul PIT. Questi strumenti sono stati presentati come un rimedio alle centinaia di
episodi che si sono verificati nel corso dell'ultimo decennio in Toscana e costituiscono delle
vere e proprie emergenze territoriali. La legge di governo del territorio e il piano regionale,
anche se definiti strumenti di pianificazione e programmazione, si limitano a proporre
indirizzi, metodologie, procedure, a dare buoni consigli di stampo narrativo, ma sono
inefficaci sia rispetto a grandi operazioni infrastrutturali, concordate in modo verticistico e
calate sul territorio, sia rispetto alla pianificazione comunale, dove sono sempre più
frequenti gli accordi sopra la testa dei cittadini fra amministrazioni e interessi immobiliari.
In breve, le scelte del territorio sono sostanzialmente sottratte alle istanze elettive e alla
partecipazione, sono subordinate a una contrattazione permanente con le forze economiche,
finanziarie, imprenditoriali e si traducono in criticità sia sul piano amministrativo, sia sul
piano delle trasformazioni effettive del territorio. Fra queste, le principali sono:
a) Il sistematico e tollerato mancato rispetto da parte dei Comuni delle indicazioni del PIT
e dei piani territoriali di coordinamento delle Province. Si tratta di un numero crescente
di casi, molti di questi segnalati nelle osservazioni ai piani, dai comitati e sulla
stampa senza che ciò produca alcuna reazione da parte di Regione e Province che,
più che acquiescenti, in non poche circostanze sembrano consenzienti o promotori di
operazioni contrarie allo spirito e alla lettera di legge e piani. Il vecchio sistema
gerarchico dei controlli mediante la commissione tecnica regionale è stato sostituito
da procedure di ‘sussidiarietà’ e ‘concertazione’ che si svolgono nel chiuso degli uffici,
in modo non trasparente e in cui pesano molto più gli aspetti di consenso politico che
la coerenza con i principi di sostenibilità;
b) L’articolazione del Piano Regolatore nel Piano Strutturale (PS) e nel Regolamento
Urbanistico (RU) non ha realizzato gli obiettivi che ci si proponeva, né in materia di
semplificazione delle procedure (PS di lungo periodo; RU a breve termine, più o meno
legato ai mandati amministrativi) e nemmeno per quanto riguarda la riduzione dei
tempi di formazione dei piani. L’aspetto più preoccupante è il numero crescente di RU,
che avvalendosi della totale autonomia dello strumento - secondo la LR 1/2005 atto
puramente interno al comune - presentano previsioni difformi dal PS, frequentemente
dimensionamenti eccedenti, violando palesemente la legge, ma senza possibilità di
intervento da parte della Regione (previa non volontà di intervento). Nei casi ‘normali’,
avviene spesso che il primo RU consumi tutte le previsioni del PS, con la conseguenza
che non si verifica la successione di più RU per ogni PS, ma si ricominci, anche a
distanza di pochi anni, con un nuovo abbinamento PS – RU. Per quanto riguarda i
tempi di formazione dei piani, molti Comuni impiegano per dotarsi di PS e RU un
tempo non inferiore a quello che occorreva per formare il PRG. Tant’è che anche
importanti Comuni, a 15 anni dalla legge 5, sono ancora sforniti di RU, e operano
attraverso antichi PRG. A tutto ciò si aggiunge che il regolamento urbanistico ha
preso la forma del vecchio piano regolatore con un uso sempre più frequente di
varianti che, almeno in linea teorica, richiederebbero corrispondenti modifiche al PS;
da qui la tendenza a formulare PS sempre più ‘leggeri’ e per aumentare la flessibilità
dei RU.
c) Il progressivo depotenziamento della componente statutaria della pianificazione
territoriale che pure aveva costituito, alla metà degli anni novanta, l’innovazione più
apprezzata anche fuori dalla Toscana della legge regionale. Di fatto, la legge del 2005
e ancor più la prassi corrente hanno ridotto le invarianti al rango di normali
previsioni del piano, variabili a piacere (variante di invariante è un ordine del giorno
comunale sempre più frequente); invarianti che, in aggiunta alla loro inefficacia
normativa, si vanno perdendo via via che dai piani provinciali si scende verso ‘il
basso’, fino a scomparire del tutto nei regolamenti urbanistici. L’aspetto è tanto più
preoccupante perché lo statuto del territorio del PIT con le sue invarianti (recepibili a
piacere e comunque per trasmissione politica) si identifica con il piano paesaggistico
regionale; Questa tematica dovrà essere affrontata con urgenza proprio nei prossimi
mesi, poiché dal primo gennaio del 2010 l’art. 146 del Codice del paesaggio apre una
‘fase transitoria’ - che durerà fino a quando Regione e Comuni non avranno adeguato
i loro strumenti al Piano Paesistico - in cui il parere del soprintendente relativo
all’autorizzazione sarà vincolante. Il piano paesaggistico toscano è stato, infatti,
adottato dal Consiglio Regionale nel giugno 2009, ma tuttora è sotto esame congiunto
con gli organi del MIBAC e non sarà certamente approvato nel corso del 2010 (dopo
Province e Comuni dovranno adeguare la propria strumentazione urbanistica, con
tempi che presumibilmente arriveranno alla fine della legislatura).
d) L’edificazione speculativa anche in territori di pregio ambientale e paesaggistico;
un’edificazione priva di utilità sociale e di validi progetti imprenditoriali, ma basata
sull’appropriazione di rendite di posizione. Il conseguente proliferare di iniziative di
‘sviluppo’ che prendono la forma di villaggi per vacanze, alberghi di lusso, residence,
seconde e terze case, porti turistici, ecc (oltre, ovviamente, al business dei centri
commerciali e alle normali operazioni di urbanizzazione);
e) Il diffondersi di comportamenti illegali favoriti dall’assenza di qualsiasi controllo o
procedimento sanzionatorio da parte della Regione, cui si aggiunge il mancato
funzionamento della ‘conferenza paritetica interistituzionale’ prevista dagli art. 24,
25, 26 della LR 1/2005, presso la quale ha facoltà di ricorrere l’ente che ritiene
violato il suo piano da parte dei Comuni, l’unico blando correttivo alla totale
autonomia degli enti locali.
f) La mancanza di una vera e propria pianificazione riguardante i temi dell’energia, della
gestione dei rifiuti, delle attività estrattive (queste ultime previste anche nei Siti
Natura 2000), delle grandi opere infrastrutturali, degli aeroporti;
g) Un persistente e generalizzato consumo di suolo, con il territorio agricolo interpretato
nella prassi urbanistica non come ambito con il suo specifico, insostituibile ruolo
produttivo, ma come spazio in attesa di divenire qualcosa d’altro.
h) La mancanza nella LR 1/2005, nel PIT e nel PSR 2007-2013 di specifiche azioni per il
recupero e la conservazione dei paesaggi rurali tradizionali che non devono essere
museificati ma riqualificati;
i) In prospettiva, non è da escludere la deriva verso il nefasto modello legislativo
lombardo, con il completo abbandono della componente statutaria e ‘invariante’ (già
depotenziata), e ribaltando l’impostazione fondamentale del piano urbanistico;
questo, da strumento che – almeno nei principi giuridici vigenti - persegue finalità
pubbliche cui vanno contemperati gli interessi privati, si trasformerebbe in un atto
concertato all’interno di una trattativa obbligata con gli operatori immobiliari. In
sintesi, si profila l’abbandono del ruolo strategico dell’ente locale a favore di una
contrattazione a tutto campo fatta di ‘bandi’ e ‘avvisi pubblici’ e di ‘progetti integrati’.
2. LE GRANDI OPERE
Un discorso specifico meritano le infrastrutture e le ‘grandi opere’. La Toscana, senza
distinzione alcuna rispetto alle regioni governate dal centro-destra, è soggetta ad alcune
scelte infrastrutturali (ritenute non discutibili, le vere invarianti per la Regione),
subalterne a decisioni privatistiche, imposte e mai verificate. Si tratta, nel complesso, di
‘temi’ utili in sé, ma di soluzioni e progetti profondamente sbagliati in relazione ai costi e
ai benefici per la collettività.
E’ il caso del progetto SAT-Regione Toscana del 2005 per il cosiddetto “corridoio
tirrenico”, tanto inutile quanto costoso e distruttivo del territorio (vedi il Dossier agosto
2004, l’Osservazione al progetto SAT agosto 2005 e il Comunicato stampa ottobre 2007
delle Associazioni ambientaliste e della Rete, già in possesso della Regione); è il caso
della progettazione di attraversamento della E 78 (Grosseto-Fano) dentro il paesaggio
consacrato nei dipinti di Piero della Francesca, nei pressi del centro storico di Monterchi,
in provincia di Arezzo; è il caso della TAV Firenze-Bologna; è il caso della terza corsia
della autostrada A1 tra Firenze sud e Incisa; è il caso del sotto-attraversamento TAV di
Firenze, opera inutile, pericolosissima, costosissima; è il caso del proliferare di proposte
di aeroporti non solo rischiosi ma anche economicamente controproducenti e
paesisticamente deturpanti; iniziative quest’ultime, fra cui spicca il progetto di
potenziamento dell’aeroporto di Ampugnano in una zona di alta qualità ambientale. Sono
questi soltanto alcuni dei casi di maggior rilievo, che impongono a forze politiche, Regione
e associazioni di prendere posizione con nettezza per la revoca o la revisione profonda di
tali progetti, destinati se realizzati solo a produrre ulteriori scempi e densificazione del
territorio.
Resta, inoltre, irrisolta la questione della gestione degli impatti nella fase di cantiere delle
‘grandi opere’. La soluzione finora individuata a livello nazionale con la costituzione di
specifici osservatori (per la tratta AV Firenze-Bologna, per il sottoattraversamento AV nel
nodo di Firenze, per la variante autostradale di valico) presenta forti elementi di criticità
con riferimento sia ai compiti, sia alla composizione di questi organismi. Si è, infatti, in
presenza di ‘controllori’ che hanno al proprio interno un conflitto di interessi strutturale
per la presenza della controparte, e cioè del soggetto che realizza l’opera. Ciò fa venir
meno ogni requisito di terzietà e quindi d’imparzialità e configura una facoltà di proposta
ma non di prescrizione perentoria. In sostanza, gli osservatori si pongono
prevalentemente come tavoli di concertazione fra le amministrazioni e le imprese per
gestire in modo concordato le possibili emergenze ambientali; e d’altra parte le imprese
tendono inevitabilmente a resistere a richieste di riduzione degli impatti rifacendosi a
progetti formalmente approvati
In sintesi, infrastrutture e grandi opere possono concorrere alla modernizzazione del
paese e al rilancio della sua economia, solo se rispondono a reali fabbisogni collettivi e se
non sono distruttive del patrimonio territoriale inteso come bene culturale e bene
economico, ciò che in primo luogo significa che non devono essere progettate come
operazioni settoriali e privatistiche, ma inquadrate nelle politiche di sviluppo durevole e
di sostenibilità ambientale. Fra diverse opzioni è necessario scegliere quella meno
impattante che quasi sempre si rivela – ma questo spesso è considerato un difetto – la
meno costosa.
3. LE PROPOSTE PER UNA DIVERSA POLITICA TERRITORIALE DELLA
REGIONE TOSCANA
4.1 PARTECIPAZIONE
La questione del coinvolgimento dei cittadini nelle scelte di governo del territorio, in
forme di democrazia partecipata, è presente in tutte le proposte che seguono e dovrà
anche portare a una revisione della LR 69/2007. Qui indichiamo due temi specifici,
mentre altri saranno trattati nei singoli punti.
Piani urbanistici. La partecipazione di cittadini ai piani urbanistici deve esplicarsi nel
processo di formazione del piano e non soltanto - nel migliore dei casi - nelle
valutazioni ex post. Se fosse accettata la proposta di separare lo statuto del territorio
dal piano, facendone del primo la carta costituzionale (v. punto seguente), la
partecipazione dei cittadini, oltre che nella formulazione dello statuto, si troverebbe
un importante campo di azione nel controllo della conformità dei piani allo statuto
stesso.
In un periodo più breve si propone di applicare – quando richieste da associazioni,
comitati e cittadini, - le modalità di partecipazione previste al capo IV della legge
69/2007 (legge sulla partecipazione) a tutti i piani urbanistici comunali in fase di
elaborazione. A tale scopo sarà necessario definire un tavolo tecnico che modifichi
alcuni articoli della legge suddetta (ad esempio gli articoli riguardanti i soggetti che
possono presentare la domanda e i requisiti di ammissibilità) per rendere effettiva e
sistematica la partecipazione del pubblico.
4.2 CONFERENZE DI SERVIZI, ACCORDI DI PROGRAMMA, ACCORDI DI
PIANIFICAZIONE
Un’effettiva partecipazione dovrebbe includere tutti quei procedimenti ‘laterali’
(conferenze di servizi, accordi di programma, ecc.) in cui sono prese, in forma di
scorciatoia, le decisioni più impattanti sul territorio. Si propone perciò che alle
conferenze di servizi, comprese quelle obbligatorie riguardanti i beni paesaggistici
(nelle more dell’attuazione dell’intesa tra la Regione ed il Ministero dei beni culturali
stipulata ai sensi dell’articolo 143, comma 3, del d.lgs. 42/2004), su domanda, siano
ammesse a partecipare, a presentare memorie, osservazioni, proposte, ecc. le
associazioni presenti sul territorio interessato.
Sempre in tema di partecipazione, è doveroso ribadire la necessità - già segnalata
dalla nostra Rete in sede di osservazioni al Piano Paesistico - di costituire un
Osservatorio del paesaggio per il monitoraggio delle trasformazioni e della di tutela
dei diversi beni paesaggistici. L’Osservatorio potrebbe anche recuperare le funzioni
già previste per le Commissioni Provinciali per il paesaggio, ufficialmente costituite fin
dal marzo 2007, ma mai entrate in funzione: erano queste le sedi per ridiscutere,
anche con la partecipazione delle associazioni ambientalistiche, i criteri di
delimitazione e di tutela, che al momento rimangono quelli della legge 1497 del 1939.
4.3 STATUTO(I) DEL TERRITORIO
Una prima proposta riguardante il ruolo degli statuti territoriali, già rivolta alla
Regione Toscana in forma di osservazione al PIT, è di medio periodo, perché richiede
non solo una consistente revisione legislativa, ma anche una fase di messa a punto
operativa. La proposta è di dare finalmente efficacia ai contenuti dello statuto
regionale e degli statuti degli enti locali, sottraendoli alla variabilità e alla contingenza
del piano. Lo statuto, articolato nelle diverse realtà sovra-comunali, deve assumere il
ruolo di carta costituzionale del territorio; una carta che dovrebbe nascere da una
lettura ampiamente partecipata dei caratteri identitari di territorio e paesaggio, non
modificabile se non mediante procedure particolari e rigorose documentazioni
scientificamente fondate, in cui sia ancora centrale la partecipazione dei cittadini.
Nello statuto dovrebbe essere concentrata la disciplina riguardante il paesaggio,
distinguendola dalla pianificazione del territorio che, data la sua natura in parte
variabile, non può discendere dallo statuto, ma a questo deve conformarsi in modo
sostanziale. E’ utile sottolineare che gli statuti del territorio così formulati non
stabiliscono soltanto come invarianti quello che deve essere conservato per le
generazioni future, ma anche le regole che devono essere seguite nelle trasformazioni
del territorio, affinché la tutela dell’identità dei luoghi si coniughi con un loro
sviluppo durevole.
4.4 VALUTAZIONE AMBIENTALE STRATEGICA
La Regione Toscana, il 15 giugno 2009, con un Atto della Giunta Regionale ha
approvato la proposta di legge “Norme in materia di Valutazione Ambientale
Strategica, di valutazione di Impatto Ambientale, e di Valutazione di Incidenza, in
attuazione della Direttiva 2001/42/CE.”
La VAS è prevista su piani e programmi che possono avere impatti significativi
sull’ambiente (di fatto contenenti interventi da assoggettare a VIA), i quali, in ogni
caso possono essere sottoposti a verifica di assoggettabilità. La VAS sostituisce la
Valutazione integrata che nel quinquennio trascorso è stata svolta, salvo lodevoli
eccezioni, come una procedura burocratica dagli esiti già scontati, mentre nei rari
casi in cui la valutazione è stata negativa, questa non è stata tenuta in
considerazione dal comune stesso. La VAS deve perciò superare i limiti e la
sostanziale inefficacia di una prassi in corso in cui i valutatori spesso non danno
garanzie di terzietà rispetto ai desiderata del committente.
Poiché si tratta di materia estremamente complessa che deve essere coordinata con
normative europee e nazionali, la Rete propone un tavolo di discussione in cui siano
approfonditi alcuni provvedimenti della legge, al fine di migliorare l’efficacia della
legge stessa e, soprattutto le possibilità di un’effettiva partecipazione da parte del
pubblico. Fra i temi da rivedere indichiamo come cruciali:
a) L’effettiva autonomia del soggetto competente (che istruisce e guida la VAS) dal
soggetto procedente cui compete l’approvazione del piano o programma (v. art. 12
dove si parla solo di ‘separazione’ e si indica la giunta regionale come soggetto
competente quando la Regione è soggetto procedente). Occorre evitare che i Comuni,
qualora soggetti procedenti, indichino come soggetto competente istituti di fatto
controllati o legati agli interessi del proponente e/o del comune stesso.
b) La necessità di rivedere le modalità di partecipazione che iniziano, salvo che siano
attivati i processi previsti al capo IV della legge 69/2007, dalla presentazione del
‘rapporto ambientale’.
c) Che il rapporto ambientale (redatto dal proponente) preveda progetti realmente
alternativi. Il rapporto deve, inoltre, registrare in maniera fedele e attendibile, il modo
nel quale si è sviluppato il processo di valutazione ambientale ed è stata selezionata,
tra quelle possibili, l’alternativa al piano più sostenibile.
d) La filiera VAS-VIA deve prevedere anche l’opzione zero.
In definitiva la VAS deve accompagnare la formazione di piani e programmi come
strumento di coinvolgimento, di partecipazione, di valutazione delle alternative, e di
costruzione di un percorso decisionale ambientalmente orientato durante tutta la
redazione del piano.
Quanto alla VIA, occorre notare che il procedimento ha definitivamente perso il suo
carattere di ‘processo aperto’ all’opera da valutare, con ampia partecipazione del
pubblico, a favore di un’impostazione politico-negoziale condotta a livello verticistico.
E’necessario invece che la VIA recuperi una valenza tecnico-scientifica e che integri
gli aspetti ambientali nella progettazione dell’opera nella prospettiva di una
prevenzione dei rischi ambientali o di una loro mitigazione efficace e non meramente
cosmetica, non limitandosi ad un pronunciamento ex-post.
4.5 RILANCIO DELLA PIANIFICAZIONE DI AREA VASTA.
La Regione Toscana negli ultimi anni ha mortificato il ruolo pianificatorio della
Provincia, limitando progressivamente le sue competenze (ad esempio, è stata
eliminata la responsabilità, assegnata in un primo tempo, di cooperare alla
formulazione degli ‘obiettivi di qualità paesaggistica’, di fatto saltando direttamente
dai principi e dalle buone intenzioni del piano regionale agli strumenti comunali.
Pericolosissima poi appare la scelta di frammentare la tutela del paesaggio in tanti
piani comunali, data la natura strutturale e relazionale del paesaggio stesso. Il
pericolo è, cioè, che in assenza di un efficace coordinamento dei piani comunali, e
data la genericità degli indirizzi e degli obiettivi contenuti nelle schede del piano
paesaggistico, lo stesso tipo di paesaggio sia soggetto a provvedimenti e a tutele
diverse e contraddittorie. Un’ulteriore grave carenza prescrittiva della legislazione
regionale rispetto ai contenuti della pianificazione provinciale è quella relativa al
dimensionamento dei piani e regolamenti comunali per il quale manca qualunque
indicazione di metodi e criteri.
In sostanza, occorre ripensare profondamente l’opzione di progressivo abbandono
della pianificazione di area vasta, scelta che va in direzione opposta a quanto sta
accadendo in molti paesi europei più ‘avanzati’ del nostro, dove valgono leggi statali
che limitano i consumi di suolo per urbanizzazione e dove si individua nella
dimensione sub-regionale e sovracomunale il livello in cui si possono governare
processi di trasformazione che richiedono coordinamento e politiche unitarie, quelle
riguardanti il paesaggio in primis. E’, inoltre, indispensabile attribuire ai PTC la
responsabilità di determinare (sia pure attraverso percorsi concordati) i
dimensionamenti degli strumenti urbanistici comunali. Continuare con l’assoluta,
inappellabile, autonomia comunale in materia di previsioni di crescita non può non
portare al sovradimensionamento dei piani, primo fattore della dilapidazione del
territorio
Da un punto di vista operativo si tratta di potenziare gli organici delle Province, ora
ridotti ai minimi termini e impegnati in compiti burocratici, di riassegnare compiti
specifici e facoltà prescrittive ai piani provinciali, proprio in ragione del fatto che sono
o dovrebbero essere formulati in modo concertato con i Comuni. Va da sé che per ciò
che riguarda la tutela del paesaggio (come per grandi attrezzature e infrastrutture),
occorre da una parte un’aggregazione fra territori di diverse Province (piani separati
per le Province di Firenze, Prato e Pistoia sono un non senso), dall’altra
un’articolazione di territori stessi sulla base di considerazioni strutturali o di
omogeneità di caratteristiche. Articolazioni sovra-comunali che potrebbero essere il
riferimento degli ‘statuti del territorio’ di cui al punto precedente.
4.6 CONFORMITÀ FRA I DIVERSI LIVELLI DI PIANIFICAZIONE E NUOVO
RUOLO DELLA CONFERENZA PARITETICA INTERISTITUZIONALE
Il rispetto da parte degli enti locali del PIT – maggior ragione per la sua valenza di
piano paesaggistico – e dei piani delle Province deve riguardarne lo spirito e le finalità
e non esser interpretata in modo burocratico come ottemperanza limitata (nel
migliore dei casi) alla parte prescrittiva delle norme; a maggior ragione occorre
intervenire a livello amministrativo per reprimere la diffusa non osservanza dei
principi fondativi della legge di governo del territorio; in questo senso, la separazione
fra statuto del territorio e piano urbanistico o territoriale sarebbe un passo decisivo.
Poiché una simile riarticolazione del governo del territorio non è attuabile in tempi
brevi, è necessario da una parte riassegnare un ruolo significativo alla pianificazione
provinciale (v. punto precedente), dall’altra individuare dei meccanismi che assicurino
la conformità effettiva dei diversi livelli istituzionali di governo del territorio. In
questo senso dovrebbero essere anche rivisti il ruolo e la composizione della
Conferenza paritetica interistituzionale – ora di natura esclusivamente politica. Nei
tre anni di (mancato) funzionamento della Conferenza, sono stati sollevati solamente
due casi di incompatibilità fra piano provinciale e piano regolatore comunale. Un
evidente segnale che né Regione, né Province a ’adiscono’ la conferenza nonostante i
numerosissimi casi di contrasto fra strumenti urbanistici comunali e piani provinciali
o PIT. Dovranno essere, inoltre, modificate le modalità di ‘accesso’ alla conferenza,
rendendole possibili da parte di associazioni di cittadini senza il filtro degli enti locali
o della Regione.
4.7 REVISIONE DELLE POLITICHE RIGUARDANTI IL PAESAGGIO RURALE
Il Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013, per ciò che riguarda la tutela del paesaggio
agrario e dei suoi elementi tradizionali, rappresenta un deciso passo indietro rispetto
al piano precedente, non contenendo alcun specifico provvedimento in proposito, se
non la misura 216, azione 3, per la «creazione, conservazione e recupero di elementi
del territorio di interesse ecologico e paesaggistico finalizzati alla tutela e
conservazione della biodiversità animale e vegetale quali muretti a secco, siepi,
laghetti, pozze artificiali ». Il limite concettuale della misura è che essa è finalizzata a
investimenti non produttivi, mentre è evidente che solo un’agricoltura capace di
produrre beni o servizi, meglio se innovativi e di alta qualità, può tutelare il paesaggio
e, viceversa, non è possibile conservare un paesaggio storico (se non in casi
eccezionali) se esso non è in grado di produrre un reddito, ciò che, appunto, viene
esplicitamente escluso nella misura in questione - peraltro dotata di un modesto
finanziamento. In sintesi, il PSR 2006-2013 non coglie le opportunità del piano
strategico nazionale contenute nel capitolo 7, e in particolare nell’asse 2, dove sono
suggerite alcune ‘azioni specifiche, di notevole importanza e prettamente di natura
paesaggistica (cioè volte alla promozione di valori storico-culturali e non di sola
sostenibilità). Occorre anche rimarcare il totale scollegamento fra PIT e PSR, evidente,
ad esempio, nelle ‘schede di paesaggio e obiettivi di qualità’, facenti parte della
disciplina paesaggistica del PIT, dove ripetutamente si fa riferimento a inesistenti
misure del PIT finalizzate al recupero e alla tutela e alla valorizzazione del paesaggio
agrario, tradizionale, inteso come un valore aggiunto anche economico.
4.8 PROBLEMATICHE ENERGETICHE.
Le "problematiche energetiche” attraversano la vita e l’esistenza quotidiana di tutti i
cittadini italiani, e nel caso nostro toscani e anche in questo settore, dovranno essere
rovesciate le logiche finora prevalenti.
Per ciò che riguarda la politica di gestione dei rifiuti, la Regione è tuttora proiettata
nella programmazione di inceneritori: una politica rispetto alla quale la Rete dichiara
la propria netta contrarietà, mentre poche sono le azioni per il compostaggio e il
riciclaggio programmato, la riduzione a monte dei rifiuti, la raccolta porta a porta e gli
impianti di trattamento a freddo.
Per quanto riguarda l’uso delle risorse geotermiche per la produzione di energia
elettrica. la Regione Toscana dovrebbe valutare più accuratamente gli impatti
ambientali e sanitari delle alte entalpie, per troppo tempo trascurati dall’Enel, e
riconoscere le varie specificità territoriali. A questo riguardo, particolare attenzione
merita la tutela dell’Amiata al fine di salvaguardare le sue caratteristiche
paesaggistiche, agroturistiche e termali, e il suo importante serbatoio di risorsa idrica
naturale.
Dovrebbe inoltre essere ripensata la programmazione degli impianti di produzione di
energia elettrica ottenuta attraverso l’uso di combustibili fossili (petrolio e metano). Le
politiche autorizzative devono tendere a ridurre al minimo l’utilizzazione di
combustibili fossili e, qualora il loro uso non sia sostituibile, massimizzarne il
rendimento. Anche in questo caso è fondamentale non solo che sia predisposto un
piano energetico regionale degno di questo nome, ma che non sia impostato
settorialmente per poter concorrere alle politiche di tutela del patrimonio territoriale
in misura globale: sotto l’aspetto urbanistico, paesaggistico, ambientale e sanitario, al
fine primario di contenerne e diminuirne l’impatto globale sui territori. Va da sé il
rifiuto del nucleare perché palesemente antieconomico e perché non ha soluzioni
attendibili per il problema dello smaltimento delle scorie radioattive.
In particolare, allo stato attuale, per poter meglio definire e approvare il Piano
Energetico Regionale con le finalità suddette, si rende necessaria una moratoria sulla
localizzazione dei nuovi impianti e una valutazione partecipata, prendendo in
considerazione il ciclo integrale dell’energia.
4.9 ATTIVITÀ ESTRATTIVE
Queste attività hanno in Toscana una particolare rilevanza, tanto che il PIT sembra
volerle sovraordinare rispetto alle maggiori esigenze di conservazione del paesaggio, -
così persino nei parchi e nelle riserve regionali si ammette la possibilità di dare luogo
a ‘nuovi siti di escavazione’ (Disciplina generale del Piano art. 6 c. 2 p. a). Vi sono poi
plessi, segnatamente l’agro marmifero apuano, che di fatto sono sottratti a qualsiasi
regolamentazione.
Lo strumento di regolazione delle attività estrattive è, in Toscana, il PAER (Piano
regionale delle attività estrattive e di recupero delle aree escavate). L’impianto
generale del PRAER mostra i limiti di uno strumento di pianificazione urbanistica che
si prefigge, impropriamente, lo scopo di influire sui comportamenti economici di una
categoria produttiva, piuttosto che cercare di risolvere la sostenibilità ambientale
delle attività estrattive, a cominciare dal confronto delle escavazioni previste con il
regime vincolistico regionale e nazionale, del quale non vi è traccia e che, viceversa,
avrebbe dovuto costituire un primario elemento discriminante.
A questa inadeguatezza si somma quella conoscitiva: gli elementi di rappresentazione
del territorio dal punto di vista geologico, l’analisi del fabbisogno, della produzione e
della produttività potenziale sono inadeguati quando non del tutto assenti.
La maggiori lacune del PRAER si evidenziano in particolare su questi elementi:
a) è basato su una descrizione superficiale dei giacimenti (le materie prime), non sono
state individuate in maniera analitica le risorse ma sono state repertate quelle
segnalate, talvolta con errori materiali, perimetrando aree in cui la risorsa non esiste
o è comunque indisponibile; ne segue che la Carta delle Risorse del Piano non
descrive le reali disponibilità, ma rappresenta un “collage” di aspettative pubbliche e
private in merito alla messa in produzione dei giacimenti più appetibili;
b) la documentazione riguardante la produzione degli ultimi anni è quantomeno
lacunosa e non è disponibile nemmeno di un censimento completo e articolato delle
attività estrattive;
c) non è stata svolta una realistica analisi dell’offerta e domanda locale, da individuare
mediante un approfondito e documentato studio per categorie merceologiche e per
bacini di utenza. La suddivisione elementare del PRAER in materiali del settore I e del
settore II, non garantisce la sostenibilità dell’auspicata “autarchia provinciale” e
provoca viceversa forzature nel mercato, favorendo gli operatori non regionali,
svincolati dal contingentamento toscano;
d) una questione molto importante, invece è liquidata con poche righe che non portano
alcun contributo di novità, è il problema delle cave dismesse prima del 1995 e da
recuperare, che infatti restano a costituire ampie ferite nel paesaggio.
A tutto ciò va a sommarsi l’inerzia di molte Province, che avrebbero dovuto allestire i
piani di loro competenza e che invece sono tutt’ora vacanti.
Lo scenario complessivo è quello di un settore ampiamente lasciato all’intraprendenza
dei privati, con un’accondiscendenza coerente con la percezione industriale del
paesaggio: non valore in sé, ma risorsa grezza la cui ‘valorizzazione’ è da conseguire e
misurare col metro della redditività economica.
Il Presidente
Alberto Asor Rosa

mercoledì 24 febbraio 2010

CHINA


Cinesi a Prato: la vera sfida non è l'integrazione, ma la sopravvivenza del modello occidentale dello Stato di diritto.

Leggendo alcuni resoconti sull'insediamento odierno a Prato, alla presenza del Ministro dell'Interno Maroni, del Tavolo Permanente sull'Immigrazione, si avverte il tentativo mai sopito di alcune parti di rilanciare attraverso l'integrazione la soluzione della aliena e dilagante presenza della comunità cinese sul territorio. Come se venti anni di insuccessi non avessero insegnato nulla!
L'immigrazione cinese a Prato è esclusivamente un'immigrazione economica che non ha come obiettivo l'integrazione, come la intendiamo noi, all'interno della nostra comunità di accoglienza per godere dei benefici e degli stili di vita che gli immigrati trovano nella nostra città e nel nostro paese. Ci si integra in una società quando si sceglie la società di destinazione, la si accetta, e ci si augura di farne parte in prima persona e con i propri figli, contribuendone al suo benessere. Ciò accade in Italia per molte etnie, ma non certo per i cinesi.
Non si può dolersi che la comunità cinese non abbia avuto finora la possibilità di entrare in comunicazione con la comunità pratese ed italiana a causa di nostri errori. Un immigrato cinese non si trasferisce in Italia perché ama l'Italia, ne apprezza la cultura, e desidera che i propri figli vivano secondo le nostre abitudini. Un immigrato cinese, in particolare originario della provincia dello Zhejiang, si sposta per realizzare un'opportunità di guadagno, per ottenere un successo economico, indipendentemente dal paese nel quale questo progetto lo possa portare, o al massimo per sfuggire alla pianificazione familiare imposta in patria ed assicurarsi una numerosa discendenza.
Un immigrato cinese mantiene ben stretta la propria cittadinanza, perché sa bene che la Repubblica Popolare Cinese vieta per legge la doppia cittadinanza, e se vi rinunciasse verrebbe immediatamente considerato un traditore. La rete dei rapporti di solidarietà e cooperazione tra cinesi è talmente ben oliata da rimanere volutamente impenetrabile. Infatti, tale rete ha bisogno, per la sua sopravvivenza, di restare esterna alla società di accoglienza, perché altrimenti ne sarebbe soppressa dalle sue regole. Tale rete crea luoghi di extra-territorialità nei paesi stranieri e pone una seria minaccia allo stato di diritto dei paesi occidentali, ed in particolare dell'Italia.
L'immigrazione cinese è una grossa sfida per lo Stato nazionale e per l'Europa. La presenza della comunità cinese porta lo Stato ad interrogarsi sul suo ruolo, e sulle ragioni della sua esistenza. Ciò che le nostre istituzioni possono fare non è forzare la via verso una integrazione che non è richiesta, e nemmeno voluta, dalla stragrande maggioranza dei cinesi presenti a Prato. Ciò che lo Stato può fare è esercitare i suoi poteri affinché i commerci cinesi rispettino le regole che la nostra comunità si è data e che tali commerci distribuiscano legalmente i benefici su tutte le comunità in gioco. Lo strapotere della produzione e della distribuzione dei prodotti cinesi, deve essere ricondotto ad un vantaggio reciproco. Lo Stato deve riuscire a ricondurre la presenza dei business cinesi secondo razionalità.
Bene ha fatto il nostro sindaco a coinvolgere il nostro governo, i diplomatici della Repubblica Popolare Cinese, ed anche l'Europa. E' un salto di qualità necessario per contrastare il fenomeno. Vi è un problema generale sul controllo dell'immigrazione economica cinese in Italia, in Europa, e in molte parti del mondo. Se la Cina comunista vuole essere un partner mondiale affidabile e cooperativo deve provvedere alla corretta gestione dei flussi migratori provenienti dal paese.
La sfida a mio avviso non riguarda l'integrazione dei migranti cinesi, ma la vera sfida è la sopravvivenza del nostro modello occidentale di diritto e di convivenza nei confronti della strisciante e sottile aggressione economica e culturale di un mondo diasporico e transnazionale proveniente dalla Cina continentale, ed in particolare dalla provincia dello Zhejiang.

Damiano Baroncelli