sabato 19 gennaio 2013

FASCISTOIDE









EQUIVOCO


Dopo la divertente rimpatriata romana tra amatriciana e tacchini la prossima settimana sarà quella che vedrà scendere in campo, al virtuale fianco di Pierluigi Bersani, dell'esodato (fino ad oggi...) Matteo Renzi.
Il sindaco fiorentino ha mantenuto per filo e per segno le sue promesse fatte durante le primarie: se perdo, sostenne Renzi, me ne torno a fare a tempo pieno il sindaco di Firenze...Non accetterò "onori" (posti..); non formerò una mia corrente interna (vedi le dolorose vicende di Reggi e Gori...) e, se richiesto, mi metterò a disposizione del vincitore per far vincere al PD le elezioni politiche...!!    
Così ha fatto...Adesso, però, sollecitato dal candidato premier Matteo dovrà "salire" nell'area elettorale... Tuttavia non si sa a far cosa...
Il confronto con Bersani alle primarie non è stato una parentesi scherzosa...Almeno Renzi ha sciorinato in quell'occasione un proprio programma di governo del tutto diverso, in molti casi opposto, a quello, seppur frammentariamente, ha concesso il segretario Bersani...
Allora cosa potrà andare a dire in campagna elettorale Matteo Renzi?...Le cose che diceva qualche settimana fa oppure le (poche) idee esternate da Bersani???
In tutti e due i casi Renzi (e Bersani) rischiano di prendersi in giro vicendevolmente e, sempre e comunque, di prendere per il naso i cittadini elettori...
E' pur vero che Renzi potrebbe "depurare" dai suoi interventi elettorali tutte le parti del suo programma e dei suoi progetti in evidente collisione con Bersani (e Vendola)...Ma, allora, che risultato potrebbe venirne fuori..Nel migliore dei casi un..casino...!!! E che utilità elettorale potrebbe venirne...Matteo ha avuto successo proprio perchè ha presentato una linea del tuttoalternativa..I cittadini hanno sostenuto Renzi proprio in virtù di questa sua posizione..Se oggi Matteo si ripresenta e snocciola agli elettori le posizioni di Bersani  non potrà che fare un clamoroso flop..anche personale...Molti cittadini che avevano votato per lui sono già rifluiti o nel non voto o, addirittura, rivengono attratti dal "fascino" perverso, ma efficace mediaticamente, di Berlusconi...Ed allora che senso potrà avere la "risalita" in campo di Matteo Renzi????
   

MORGANA (BIS)


PROSPERO









SILVIOFIORELLO









TORTORELLA



Su “Notizie Radicali” di ieri abbiamo ospitato un interessante documento elaborato dal SI.DI.PE., sindacato dei direttori degli istituti penitenziari. Abbiamo osservato che gli amici del SI.DI.PE. si erano un attimo distratti, dal momento che nel loro documento lamentavano come nessuna lista e organizzazione politica si “ricordava” della grave situazione in cui versano le carceri in Italia e il grave disagio che da sempre patisce l’intera comunità penitenziaria. E i radicali?, ci si chiedeva. Anche i radicali associati tra gli “indifferenti”? Siamo lieti, oggi, di pubblicare la nota di chiarimento del segretario del SI.DI.PE. Rosario Tortorella.
Riteniamo doverosa una precisazione al nostro Comunicato Stampa Prot. n.82/T/2013.3 del 15 gennaio 2013 con il quale abbiamo reso pubblica la nostra proposta di “Agenda per l’Emergenza penitenziaria” e abbiamo osservato “che nessuna lista sembra essersi ricordata della grave situazione penitenziaria”.
Per amore di verità e per doverosa precisazione, l’espressione utilizzata nel comunicato va intesa come rivolta alla generalità dei partiti, con la notoria esclusione dei Radicali, che forse proprio a causa della loro ostinata attenzione alla grave situazione delle carceri ed alla loro vicinanza anche agli operatori penitenziari sembrano non aver trovato ancora il corrispondente
conforto delle altre forze politiche.
Auspichiamo, comunque, in una maggiore presa di coscienza sullo stato di emergenza delle
carceri da parte di tutte le forze politiche.

CIUFFOLETTI



A) se non era per i consiglieri radicali la Polverini era ancora al suo posto insieme ai Fiorito del PdL, del Pd e dell'Idv e di tutti gli altri gruppi che magnavano a spese nostre.
B) i consiglieri PD che non saranno ricandidati andranno per buona parte in Parlamento (loro o loro congiunti) o in qualche partecipata con lauto stipendio.
C) la Polverini fu eletta grazie anche al manifesto appoggio di dirigenti laziali del PD che piuttosto che votare la Bonino preferirono non votare o far votare Polverini.
... a me va tutto bene. Ma che della gente così venga a fare lezioni di morale politica ecco ... a tutto c'è un limite. E se voi non lo capite il limite ce l'avete voi. Tenetevelo. Mezzeseghe.
da FB...adesso...!!!
 

DONANDREA









EMMA



ELEZIONI/SONDAGGIO SWG: BONINO DONNA CHE ISPIRA PIU' FIDUCIA

TMNews, 17 gennaio 2013 - "E` Emma Bonino la 'quota rosa' più affidabile in politica, secondo le donne italiane. E` il risultato di un sondaggio di Swg - condotto in esclusiva per Grazia - che ha incoronato la vicepresidente del Senato (con il 22% delle preferenze), scelta tra cinque volti rappresentativi dell`impegno femminile in politica". Lo riferisce una nota diffusa dal periodico del gruppo Mondadori. "Dietro la senatrice radicale - precisa il comunicato - si piazzano infatti Emma Marcegaglia (16%), Susanna Camusso (11%), Giorgia Meloni (9%) ed Elsa Fornero (4%). Il sondaggio -pubblicato questa settimana sul magazine diretto da Silvia Grilli - ha coinvolto un campione di 500 donne tra i 25 e i 55 anni (su 1300 contatti complessivi), con l`obiettivo di fotografare le preferenze delle elettrici riguardo al ruolo delle donne in vista delle prossime consultazioni di febbraio". "Per il 38% delle intervistate nessuno dei cinque profili proposti ispira abbastanza fiducia, ma il 66% auspica comunque una maggiore presenza femminile in politica, con ai posti di comando 'una donna in quanto donna'. Secondo le intervistate, infatti, una donna è in grado di garantire più concretezza (53%), più onestà (14%) e più empatia (8%), anche se una su quattro non attribuisce a priori nessuna garanzia in più alle donne rispetto ai colleghi uomini"

PERDUCA (1)



pensate voi che grazie ai radicali il mondo scopre che storace e' fascista e gli italiani son tutti dei militanti anti-fascisti. basterebbe questo per renderli in pace con se stessi per un finesettimana e invece no! tutti a prendere le distanze a cancellare il proprio passato - o a metter in evidenza un'eta' dell'oro in cui loro e il partito radicale lottavano per la giustizia e la liberta' - e via di questo passo. chissa' se qualcuno di lorsignori tra un paio di mesi si ricordera' di tutto cio' e cosa stara' facendo allora... ah, di solito quando michele serra dice qualcosa e' vero il contrario, ogni tanto fa piacere avere delle conferme, anche di sabato mattina svegli dall'alba per andare a raccogliere le firme in carcere (a padova). buona giornata

da FB

ABBORDO









PIETRO



Sono convintissimo della scelta fatta e più vado avanti e più la speranza di un cambiamento reale si trasforma in certezza! Nel prossimo mese ci giochiamo l'immediato futuro degli italiani: promozione e riscatto sociale, livelli occupazionali pieni per donne giovani e ultra 45enni, un welfare attento alle persone e non alle lobby, trasparenza e valutazione nella p.a., crescita economica basatta sull'attrarre investimenti stranieri indissolubilmente combinata alla valorizzazione delle nostre piccole e medie imprese per le quali occorre creare sistemi territoriali che abbiano fiducia nelle immense capacità progettuali e creative.
Un Paese green dove si riqualifica il patrimonio immobiliare che cade a pezzi; un Paese pink dove le donne abbiano ruolo da protagoniste effettive; un paese dove si investe in modo strategico su scuola, università, ricerca, e sviluppo tecnologico.
Un Paese aperto dove ciascuno svolgerà un ruolo attivo per il proprio benessere e quello delle comunità.
Nel corso della campagna elettorale proveremo a realizzare esempi concreti di quel che faremo su larga scala tra breve.
Con Monti per l'Italia è lo strumento per tutti noi di riprendere in mano il nostro destino senza tatticismi, attendismi o colpevoli ritardi. Insisto qui ne va dell'immediato futuro di ciascuno e in particolare di chi ha meno mezzi e risorse a disposizione.
Avanti e TUTTI AL LAVORO.

da FB

DONNE



Noi donne siamo piene di insicurezze e ci convinciamo, stupidamente, che se non abbiamo le labbra della Jolie, il seno della Bellucci o lo stacco coscia di Heidi Klum, quel ragazzo che ci piace non ci noterà mai. Ma a volte sono proprio i dettagli che saltano meno all’occhio ad attirare di più un uomo e a farlo letteralmente impazzire.

Questa volta voglio iniziare spezzando una lancia a favore del cosiddetto “sesso forte”.
Sarà la prima e l’ultima volta , lo giuro donne! Se è vero che esistono uomini proseliti della filosofia “una donna? Basta che rispiri”, ce ne sono molti altri che invece sono un po’ più selettivi ed esigenti, insomma “choosy”per dirla alla Fornero! Ci sono uomini che sanno essere attenti ai dettagli e sono proprio quei particolari che li fanno capitolare ai nostri piedi. Certe piccolezze ci rendono uniche ai loro occhi e fanno in modo che loro vogliano l’esclusiva… e noi non chiediamo altro! Scopriamoli allora questi dettagli:

1) Il modo in cui camminiamo o ci muoviamo. In linea teorica noi donne siamo dotate di grazia, femminilità e sensualità e queste doti dovrebbero venir fuori naturalmente ad ogni passo che facciamo, tutte le volte che ci spostiamo i capelli dal viso o che ci pieghiamo a prendere qualcosa che è caduto a terra. Poi a volte, di fronte ad un bel piatto di pasta o ad una torta ci dimentichiamo di essere il gentil sesso e ci rimpinziamo come dei camionisti che non mangiano da due giorni! Chi ci ama  prenderà tutto il pacchetto!

2) La nostra voce, il modo in cui parliamo e ridiamo. Lui adorerà il nostro tono di voce quando parliamo con lui o con gli altri, quando ridiamo, sopratutto alle sue battute se non abbiamo la voce troppo acuta! Quel tono rompi-timpano, per intenderci. E la nostra risata, sperando non sia un misto tra quella di Raffaella Carrà e Crudelia Demon, ma nemmeno quella risatina ebete da principessa sul pisello e senza cervello de noantri, lo farà impazzire.

3) Il nostro sense of humor, la nostra ironia e sopratutto autoironia. Avere al proprio fianco una donna che sa scherzare, stare al gioco e alle provocazioni (e farne) è un fattore molto apprezzato dagli uomini. Loro amano la nostra autoironia. Quest’ultima infatti è sintomo di grande intelligenza e gli uomini, quelli con la U maiuscola, amano le donne intelligenti che sanno tenere loro testa. I non-uomini, invece, le temono e le tengono volutamente a debita distanza! Ma ben venga che questi omuncoli ci stiano lontani!

4) Il nostro profumo:  non quello che ci spruzziamo a fiumi tutte le volte che usciamo, altro che le 2 gocce di Chanel! Mi riferisco all’odore della nostra pelle, quello naturale che emaniamo da ogni singolo poro e che solo chi ci ama e ci sta accanto sa riconoscere. Quello stesso odore che noi non riusciremo mai a sentire anche se passassimo un’intera ora a sniffarci un braccio! Quel profumo fa impazzire il nostro partner. Perché? Perché solo a lui è dato conoscerlo e goderne, specialmente nei momenti d’intimità.

5) Le nostre insicurezza e la nostra “imbranataggine” e timidezza: Strano ma vero. Alcuni uomini non sanno resistere al fatto che tu sia bella ma pensi di essere un mostriciattolo. Cioè il fatto che ai suoi occhi sei una dea, ma tu non ti rendi conto della tua bellezza, lo fa andare letteralmente fuori di testa (in positivo ovviamente!). E se poi se aggiungiamo che sei anche un piccolo guaio ambulante, che ovunque passi lasci un segno (in negativo!). Che ti imbarazzi, emozioni ed arrossisci ad un complimento o ad una battutina un po’ più piccante… specialmente se poi gli dimostri, in altre situazioni privatissime, che non sei né imbranata né timida!

Voglio concludere facendo un appello a voi donne. Sì, mi rivolgo proprio a voi che forse non vi piacete troppo e  avete l’autostima sotto i piedi in questo periodo. Mi rivolgo a tutte: bionde, more, rosse naturali e non, col fisico a mela e  col fisico a pera, col sedere a mandolino o che non l’avete proprio alla brasiliana, col 35 di piede e col 42. Voi che quando guardate in basso l’unica cosa che vedete sporgere sono i piedi e voi che per troppa grazia quei piedi non riuscite nemmeno a vederli, voi lisce che vi arricciate e voi ricce che vi piastrate, voi veneri tascabili e voi spilungone, voi che siete perennemente a dieta e voi che paghereste per mettere su un etto e non avere quelle ossa che sporgono, voi fototipo “bianco-lenzuolo” e voi con la carnagione olivastra… (e mi fermo ma potrei continuare!).

Voi, proprio voi, andate allo specchio e fatevi un complimento, ditevi che siete una gran gnocca. Saremo pure “dolcemente complicate” ma impariamo a piacerci un po’ di più anche con tutti i nostri piccoli difetti e imperfezioni… piaceremo di più anche agli altri! (robadadonne.it)

GENOCIDIO



"Il genocidio politico-culturale della Lista Pannella"


Il 15 maggio 1998 l'allora presidente della commissione parlamentare di vigilanza sulla RAI, Francesco Storace, parlò di genocidio politico-culturale della lista Pannella e dei radicali da parte dell'informazione pubblica radiotelevisiva. 
Fu, sicuramente, una presa di posizione memorabile! Da quel giorno Marco Pannella ed i radicali italiani non mancarono mai di rammentare e rammentarsi di questa forte presa di posizione da parte di un avversario politico, il "fascista" del MSI/AN/Pdl/La Destra, Francesco Storace....
Oggi il genocidio si stava completando... Bersani ed il suo apparatnicki buropolitico volevano completare l'opera iniziata da molti anni e ritentata, senza successo, da Walter Veltroni nel 2008. Che propose a Pannella un ricatto bello e buono: mentre offriva l'apparentamento ad Antonio Di Pietro ed all'IDV (con i risultati noti...) negava la presenza del simbolo radicale nella sua coalizione....e proponeva la presenza di alcuni esponenti radicali nelle sue liste con l'eccezione di...Marco Pannella, Sergio D'Elia e Silvio Viale...Confidava Veltroni in una risposta negativa di Pannella e dei radicali...Che, secondo lui, non avrebbero potuto cedere alla sue "offerte" ricattatorie...Gli andò male...!! Marco Pannella subì il vergognoso ricatto ed accettò la proposta...Che, sebbene frutto di accordi precisi, il PD provò a non onorare...Solo l'inopinata sconfitta di RC e dell'estrema sinistra consentirono alla pattuglia radicale (6 alla Camera e 3 al Senato) di essere "nominati"...
Oggi Bersani, forte di quella esperienza e "seccato" per le "disobbedienze" radicali in Parlamento ha deciso di completare l'opera di annientamento... 
E, dunque, niente proposte di apparentamento nazionale ai radicali (ed invece porte aperte per Nencini, Tabacci e...Donadi..) e niente coalizione con i radicali in Lombardia ed in Lazio...Ricorrendo a pretesti ridicoli ed offensivi (in Lombardia Ambrosoli-o chi per lui-non vuole la parola Amnistia...in Lazio Zingaretti-o chi per lui-non intende ricandidare Rocco Berardo e Giuseppe Rossidivita, ovvero i due consiglieri che hanno fatto saltare la giunta Polverini, perchè pretende "rinnovamento" non avendo candidato i consiglieri bagolari del PD...) i radicali sono stati cacciati fuori dalle coalizioni di centrosinistra..
In queste condizioni da genocidio Marco Pannella, ancora una volta scandalosamente, ha risposto positivamente all'offerta di Francesco Storace che consiste nell'apparentamento tecnico con la sua coalizione per cercare di riportare in consiglio regionale Berardo e Rossodivita allo scopo di essere alla sua opposizione e ad esercitare lo stesso controllo svolto così bene con la Polverini...Ne è seguito, ovviamente, un vero e proprio polverone...A parte il legittimo dissenso politico interno, dall'esterno si è scatenato un putiferio di accuse contro Pannella ed i dirigenti radicali accusati di intendersela col fascista Storace...Meschine accuse di chi non si dà pace perchè anche stavolta tecoppa Pannella non s'è fatto infilzare da lorsignori...I radicali sono così fortemente caratterizzati da non aver paura di alcuna contaminazione..I loro valori, le loro idee, la loro posizione politica resta opposta a quella di Francesco Storace..Al quale, tuttavia, va reso il merito di aver evitato che il genocidio annunciato del 1998 potesse completarsi 15 anni dopo...La partitocrazia italiana, il regime antidemocratico ed illegale che l'Europa condanna da moltissimi anni, avranno ancora a che fare con i radicali e Marco Pannella...Se lo mettano bene in testa...tutti..!!!

MORGANA (3)


RAUS!!!



Valter Vecellio

La parola d’ordine del trio BAZ (Bersani-Ambrosoli-Zingaretti): radicali, raus! Che ancora una volta saranno posti sul banco d’accusa…

18-01-2013
Prepariamoci: su Marco Pannella e i radicali che siamo si rovescerà ogni sorta di invettiva e di insulto, di accusa e di recriminazione. Diranno, come già dicono, che siamo inaffidabili e voltagabbana, tre-cartari e pronti a venderci al miglior offerente, puttane della politica, buoni a nulla capaci di tutto. Sarà la sagra del turpiloquio e dello sputo. E, naturalmente nessuno cercherà di capire le ragioni di scelte e di comportamenti politici che verranno bollati e condannati come abominevoli senza darsi minimamente pena di comprendere come e perché. Ancora una volta, come in passato. E occorrerà pazienza e intelligenza, coraggio e fiducia: in quello che siamo e siamo stati capaci di essere e rappresentare. Non saranno giorni facili, e del resto non ci sono stati mai giorni facili per i radicali, ogni giorno la strada era in salita…
B come Bersani. Bisogna cercare di immaginarlo, il segretario del PD Pierluigi Bersani: lui non pettina le bambole, lui non sta lì a smacchiare la pelle del giaguaro; e no sta mica a montare i pannelli fotovoltaici sulle lucciole… Immaginiamolo con la sua parlata emiliana, che dice: “I radicali non sono biodegradabili, hanno la loro storia, la loro cultura e io li rispetto. Dopodichè dico che dopo una convivenza tribolata, il prossimo giro voglio una legislatura tranquilla”. Proviamo a tradurre: i radicali, Marco Pannella, hanno un peccato originale che nessun battesimo può lavare: il “peccato” che dura dal 1959: da quando Pannella ebbe l’ardire di tentare un dialogo e un confronto con Palmiro Togliatti dalle colonne del “Paese”. Pannella e Togliatti, con i loro articoli, parlavano guardandosi nel bianco degli occhi, nessuna soggezione dell’uno nei confronti dell’altro, un confronto tra pari. E da allora è sempre stato così: disponibilità al dialogo, sempre; soggezione e subordinazione, mai. Appunto, non biodegradabili, con la nostra storia, la nostra cultura.
Giornalista professionista, attualmente lavora in RAI. Dirige il giornale telematico «Notizie Radicali», è iscritto al Partito Radicale dal 1972, è stato componente del Comitato Nazionale, della Direzione, della Segreteria Nazionale.
Bersani parla di convivenza tribolata: ha ragione. Ci sono principi e valori che vanno difesi, e pazienza se farlo non è conveniente. E sarebbe stato certamente più facile aderire a comportamenti “logici”, ma non sarebbe stato giusto. “Il prossimo giro voglio una legislatura tranquilla”, dice Bersani. Significa che vuole una maggioranza di fedeli, e ha ragione dal suo punto di vista, di escludere i radicali: non sono fedeli, sono leali. Walter Veltroni, dopo aver riempito le sue liste con parlamentari di cui ora preferiscono perdere il ricordo, e dopo aver stretto il noto patto con Antonio Di Pietro e i suoi, le ha tentate tutte per far fallire l’accordo con i radicali; e, com’è noto, è giunto alle esclusioni ad personam; ora non si prendono neppure il disturbo di fare i nomi. Il “raus” riguarda i radicali in blocco, nella sua totalità. Perché non sono biodegradabili, cioè corruttibili, acquistabili… Così, mascherata da una apparente bonomia emiliana, la parola d’ordine è: “Radicali, raus!”.
A come Ambrosoli. Candidato alla guida della regione Lombardia, dice che le questioni relative all’amnistia e alla giustizia, non fanno parte delle cose di cui bisogna occuparsi in regione; cosicché la lista “amnistia, Giustizia, Libertà” non è compatibile con l’arco di forze che vorrebbe scalzare il PdL e la Lega. Ed è curioso, ma non sorprendente, che non ci sia ancora nessuno che sia andato a chiedere ad Ambrosoli la stravaganza di questa sua affermazione, e che cosa questa affermazione lascia trasparire. La parlata è diversa da quella di Bettola, il senso, il significato è lo stesso: “Radicali, raus!”.
Z come Zingaretti. Qui l’ipocrisia raggiunge il suo apice, la sua “perfezione”. In nome del rinnovamento si garantiscono posti e poltrone a quanti sono stati complici del saccheggio alla Pisana; e però si chiede che chi ha portato alla luce la politica da “ladri di Pisa” che vedeva affratellata la maggioranza polveriniana all’opposizione montinina, di fare un passo indietro, di non candidarsi più. Lo faccia in obbedienza a superiori ordini, o per convinzione, Nicola Zingaretti dovrebbe semplicemente vergognarsi. Il suo “Radicali raus!” è volgare e meschino. E fermiamoci a volgare e meschino.
Zingaretti “rinnova”, Ambrosoli non trova compatibile, Bersani vuole una maggioranza docile e che non crei problemi, composta da biodegradabili… Il disegno è chiaro, l’obiettivo evidente. L’ordine è far fuori i radicali. Ancora una volta sapremo deluderli; ci vuol altro che il “trio BAZ”!
da Notizie Radicali

ZINGARETTI(1)



LO STRANO CASO DEI RADICALI, TRAVOLTI DAL REPULISTI DI ZINGARETTI

Europa - 15 gennaio 2013
di Mario Lavia
La campagna di Nicola Zingaretti muove da un presupposto: segnare la totale discontinuità con l'esperienza della giunta Polverini. Anzi, totale discontinuità con il consiglio regionale. Per questo il candidato-governatore ha chiesto erga omnes rinnovamento delle liste al cento per cento. Senza deroghe. E stato grazie a questa rigidità che Zingaretti ha ottenuto dal suo partito, il Pd, che in lista non comparisse alcun nome di consiglieri uscenti, in una regione come il Lazio passata alla storia recentissima come ricettacolo di malaffare, frodi, giri di denaro, pranzi, cene e regalie. La legislatura di Fiorito. E di balli in maschera che di verdiano avevano assai poco e molto di basso impero. Di una presidente screditata e istituzionalmente discutibile, e assai. Mentre s'affaccia uno Storace pronto a mordere i polpacci, sospinto dal Cavaliere. Zingaretti ha dunque bisogno di aprire le finestre per far uscire i miasmi del pantano in cui hanno galleggiato- beninteso - compiacenze e toccatine di gomito che hanno coinvolto anche l'opposizione. E non è colpa sua se le primarie hanno fornito a diversi ex consiglieri del Lazio il lasciapassare per il parlamento. Nel repulisti generale però sono rimasti impigliati anche i due consiglieri radicali, Rocco Berardo e Giuseppe Rossodivita, non solo non toccati dallo scandaloso vortice di denari ma anzi protagonisti nella sua opera di denuncia, messi anche loro fuori dai candidabili, con la conseguenza dello spargimento di qualche altro litro di benzina sul fuoco dei già pessimi rapporti fra Pd e Radicali (ma Anna Finocchiaro ieri ha lanciato segnali distensivi sull'amnistia). Il candidato-governatore ha detto: «Cambiamo tutto e tutti ci aiutino a farlo. Conviene a tutti», che non pare un'apertura ma nemmeno una risposta polemica alle violente parole di Pannella del giorno prima. Però l'impressione, anche se per la chiusura delle liste regionali mancano ancora circa due settimane, è che ormai la partita sia chiusa. Lo conferma a Europa proprio il radicale Berardo: «Secondo me la situazione non si sblocca. La verità è che Zingaretti ha subito un veto da parte degli ex consiglieri del Pd che hanno detto: se stiamo fuori noi, allora anche i radicali. Così oltre al danno noi subiamo anche la beffa». Per la Pisana correrà dunque la lista Amnistia, giustizia, libertà, con Pannella e Bonino accanto ai due ex consiglieri radicali travolti dall'inevitabile repulisti zingarettiano.

BONGIORNO

FIRENZE

BORDINLINE


Bordin Line
19 gennaio 2013

Un’espressione ieri usata da un articolo dell’Unità è utile a spiegare l’atteggiamento del Pd verso i Radicali più che la scelta pannelliana di accettare il taxi per le regionali offerto da Storace. Nell’articolo si scrive che il leader Radicale fa così perché il suo partito ha trovato “chiuse le porte” del Pd. Dunque non è questione solo di candidati da rinnovare o di simbolo programmatico. La porta è chiusa per così dire a prescindere. Del resto è dai tempi di Togliatti che Pannella ha questo tipo di rapporto con quello che allora era il Pci e la conclusione di ogni momento di “dialogo” è sempre stata la stessa, una porta richiusa. Un motivo ci sarà, e non dovrebbe essere ignoto ai Radicali oltre che agli ex comunisti. I Radicali non credo che ne moriranno anche se la scelta di sostenere una maggioranza regionale che hanno finora avversato, con ottimi argomenti, mi pare un espediente inadeguato . Si dirà che è solo un taxi, ma in questo caso era meglio aspettare l’autobus. Storace è una persona simpatica e bisogna certo guardarsi dal fascismo degli antifascisti, di cui parlava Flaiano. Ma non risulta che Flaiano abbia mai votato Msi.

GADLERNER









venerdì 18 gennaio 2013

PERDUCA



che non si pensi che non voglia rispondere agli oltre 100 commenti che trovo sparsi nelle varie bacheche, è che son in giro a cercare di far firme per la presentazione della lista amnistia giustizia e libertà che, ma cosa ve lo dico a fare, in tutta italia va da sola.

leggendo al volo alcuni commenti, scopro che il fascismo è, ma anche questa cosa ve la dico a fare, equamente distribuito tra i fascisti e gli anti-fascisti. son conferme importanti. siccome chi passa da queste parti ha spesso anche titoli di studio superiore, chiederei loro di far lo sforzo di leggere le varie dichiarazioni che son state fatte negli ultimi giorni che sicuramente nei dettagli non nascondono il diavolo ma semplicemente la dimensione politica di quello che sta accadendo in queste ore.

ah, last but not least, alla riunione di giovedì mattina io avevo detto che avremmo dovuto accettare l'offerta di storace, perché oggi se c'è un avversario da affrontare a difesa della legalità costituzionale quello è altrove. certo l'antifascismo è sempre stato la summa del radical chic, ma a me il conformismo non è mai interessato come non è mai interessata in politica la morte degna o il meglio soli che male accompagnati.

domattina son al carcere 2 palazzi di padova. a presto

da FB

MANFREDI



Cari “compagni”,
apprendo dell’intesa fra Marco Pannella e Francesco Storace. Per me è la classica goccia che fa traboccare il vaso.
In questi ultimi due mesi ho assistito alla penosa eutanasia di un’organizzazione politica che ha inanellato, uno dietro l’altro, una serie di errori che non trovano riscontro in nessun altro partito.
Subito dopo il Congresso di Radicali Italiani dello scorso novembre lanciamo liste radicali in tutte le competizioni, di ogni ordine e grado; poi si passa alla riproposizione della Rosa nel Pugno; poi, con Pannella in sciopero della fame e della sete, si passa alla “lista di scopo” con una serie di autorevoli adesioni nel mondo non radicale; si finisce, cinque giorni fa, con l’invio ai militanti di liste palesemente ed esclusivamente radicali (le eccezioni confermano la regola), su cui avremmo potuto iniziare a raccogliere le firme a partire da Natale o quantomeno dalla Befana, mettendo sul piatto della trattativa con Bersani e Monti liste con firme e non, come accadrà in gran parte d’Italia, liste che non saranno presentate per mancanza di firme.
Dulcis in fundo, l’accordo con Storace, nonostante molti dirigenti, a partire da Emma Bonino e Mario Staderini (almeno da quanto appare sui giornali), abbiano espresso la loro contrarietà.
Da Francesco Storace ci divide un’intera storia politica. Francesco Storace, da consigliere regionale del Lazio, ha usufruito tranquillamente del “sistema Fiorito”, senza alcun problema; anzi, a scandalo scoppiato grazie alla denuncia dei radicali, ha difeso a spada tratta l’ex governatrice Polverini.
Mi dite: gli altri, il PD in primis, sono peggio. Che ragionamento è questo? Sono radicale perché la nostra storia è stata quella di perseguire i nostri obiettivi, senza guardare in faccia a nessuno e, soprattutto, senza giocare uno contro l’altro i nostri avversari politici. Dato che Tizio è stronzo mi alleo con Caio, con cui non ho nulla a che spartire? Ma quando mai abbiamo ragionato e fatto politica in questo modo?!
E tutto questo per avere un consigliere regionale radicale nel Lazio?!
E dietro Storace c’è Silvio Berlusconi; chiunque abbia a cuore le sorti di questo Paese non puo’ non auspicare che Berlusconi prenda meno voti possibile, nel Lazio e dappertutto.
Io incrocio le braccia. Per rispetto ai detenuti del carcere di Torino, andrò ancora domani mattina a raccogliere le loro firme sulla Lista AGL. Poi vado a casa e ci rimango fino a dopo le elezioni; ritiro la mia candidatura nella Lista AGL (che, comunque, difficilmente avrà le firme sufficienti per essere presentata); non verrò al Comitato nazionale di Radicali Italiani, poichè non ha senso partecipare a un organismo chiamato unicamente a ratificare le decisioni prese dal Grande Capo. E poi il Comitato sarà sicuramente l’occasione per Storace per dirci quanto siamo importanti per lui e per l’Italia ….
Infine, a chi si rifugia per l’ennesima volta nel Pasolini del “siate irriconoscibili” rispondo, dopo attenta riflessione, …. PASOLINI STO’ CAZZO! PASOLINI STO’ CAZZO! PASOLINI STO’ CAZZO!
Vi saluto con grande amarezza.
Giulio Manfredi

STANZANI



Dichiarazione di Sergio Stanzani, Presidente d’onore del Partito radicale:

1)         Francesco Storace ha sicuramente un passato e una formazione culturale di ORIGINE fascista, ma questo, oggi, non ha ormai quasi più nessuna importanza. Oggi, Storace è un esponente della vita politica italiana, certo espressione anch’essa della classe dirigente partitocratica, ma sicuramente è di gran lunga migliore di tanti altri che hanno la sua stessa storia, come Gasparri, La Russa, Santanché per citare solo alcuni.
2)         In questa circostanza elettorale, Storace si è dimostrato anche infinitamente migliore e intellettualmente più onesto di Nicola Zingaretti. Offrendo ospitalità ai Radicali, egli ha assunto una  coraggiosa, vigorosa, opzione autenticamente liberale, aperta e lungimirante.
3)         Storace ha offerto ai Radicali una vitale OPPORTUNITA’; viceversa, Zingaretti ha opposto ai Radicali offensive e scandalose condizioni di accordo (la non candidatura dei due consiglieri radicali che avevano con tanta efficacia denunciato gli scandali - entrambi alla prima legislatura) assolutamente intollerabili e inaccettabili, per chiaramente irriceverli. Un comportamento ipocrita, falso e gravemente offensivo.
4)         Marco Pannella ha deciso di accogliere questa opportunità che ci veniva offerta, in profonda coerenza con la storia di tutta la sua vita politica, che è anche la mia, la nostra di Radicali democratici e nonviolenti, autentici liberali e veri cristiani.
5)         Se anche un solo radicale fosse  eletto nel Consiglio regionale del Lazio, questi saprà battersi – senza fare sconti a nessuno e senza condizionamenti di sorta, con adeguata capacità e risultati senza tema di confronti- per la legalità, la trasparenza, lo Stato di diritto, i diritti umani, con la lista Amnistia Giustizia Libertà.
L’accusa mossa a Marco Pannella e ai Radicali di essersi  “venduti” a chicchesia è semplicemente assurda e ridicola: come dice Vasco Rossi, “al diavolo non si vende, si regala”.

DELUCIA


La delusione - scusate, ma sono abituato a dire quello che penso - per me è leggere commenti come questi, e veder precipitare dal pero compagni che amo e stimo molto, come se avessero scoperto soltanto oggi cosa sia essere Radicali. Come modo di essere, prima ancora che dal punto di vista dell'avere o meno la tessera in tasca. Il discorso è lineare. Zingaretti "apre le porte" (!) ai Radicali, ma pone una "piccola" condizione: i consiglieri dovranno essere tutti nuovi, quindi veto sulla ricandidatura di Rossodivita e Berardo. Zingaretti non solo vuole scegliere quelli del suo partito, di consiglieri, ma anche quelli degli altri. Per inciso: Rossodivita e Berardo sono i due consiglieri Radicali che hanno scoperchiato il pentolone del Lazio e fatto saltare la giunta Polverini. Se Zingaretti diventerà Presidente della Regione, sarà per questo motivo (se era per i suoi, spesso sodali di quegli altri, Polverini poteva dormire sonni tranquilli fino al 2015), senza dimenticare che l'altra volta sono riusciti a far perdere Emma. L'operazione, per chiamare le cose con il loro nome, fa particolarmente schifo: infatti, diversi consiglieri uscenti del PD, quelli che in nome del "rinnovamento" il PD non vuole in Regione, nel frattempo si sono fatti le "primarie" e finiranno alla Camera e al Senato (n.b. "primarie" tra virgolette perché, fatte in pochi giorni e senza una vera campagna, a differenza delle primarie - senza virgolette - per la premiership, non potevano che premiare gente di apparato e con i pacchetti pronti di preferenze). Quindi: Zingaretti ha offerto l'accordo, ma ha posto una condizione inaccettabile: non solo per le persone di Rossodivita e Berardo, ma per tutto un movimento. E l'ha posta per non averli tra le scatole, non perché bisogna... "rinnovare". A quel punto Storace fa un'operazione intelligente e, n.b., dichiara più o meno questo: io non condivido niente dei Radicali, i Radicali non condividono nessuna delle mie idee, ma li vorrei in Consiglio a fare opposizione anche alla mia eventuale Presidenza. Zingaretti li teme? Io, Storace, no. Accordo tecnico, punto e basta, non politico (grassetto, corsivo, sottolineato, corpo 72). Io - Radicale: laico, anticlericale, antifascista, antiproibizionista, etc. etc. etc. - mi sono espresso a favore dell'accordo-tecnico, con questa motivazione: il casino, lo "scandalo terribile" che ne sta venendo fuori, possiamo usarlo per far sapere ai cittadini cosa è successo, e perché Zingaretti non vuole QUEI nostri due, e quali battaglie continueremo a fare come sempre se (un "se" mica da ridere e tutto da vedere...) riusciremo a rientrare in Consiglio. Tutto qui. Raccomanderei maggiore calma e serenità. E anche un briciolo di obiettività. Magari "non basta, ma aiuta". Ciao a tutte e a tutti.

Michele De Lucia, tesoriere di Radicali Italiani

da FB

COVERISTORY

PANNELLA/STORACE

PANNELLA



Lazio. Pannella: accogliamo l'invito di Storace

Dall'intervento di Marco Pannella a Radio Radicale: 
«Vorrei dire qui ufficialmente che è stato deciso che noi accogliamo l'invito, la proposta di Storace anche come risposta, per un minimo di rivolta morale (lui dice anche tecnica), contro quello di cui oggi finalmente si può non parlare (perché si deve parlare dei "dissensi" Radicali o dell'alleanza "fascista" dei Radicali): dei letteralmente vergognosi comportamenti – ma è una storia di vergogna, dal "loft" ad oggi – del PD, ai danni e contro la sicura, profonda, certa innocenza dei democratici quali vivono nel Paese, come popolo».

RADICALI


Nel 2006 i radicali presentarono, con i compagni socialisti di Enrico Boselli, la lista con il simbolo della Rosa nel Pugno e furono ammessi nella coalizione di centrosinistra che sosteneva la candidatura a premier di Romano Prodi. Con la loro presenza ed il loro risultato elettorale (1.000.000 di voti..) furono decisivi per la vittoria del centrosinistra. Nel successivo governo Prodi Emma Bonino fu nominata Ministro per il Commercio con l'Estero. Il suo operato al governo fu elogiato da tutti, sia in Italia che all'estero...
L'appoggio dei radicali a Prodi fu deciso e senza se e senza ma...Altre componenti della maggioranza non persero invece nessuna occasione addirittura per manifestare in piazza contro il ...proprio governo...che, difatti, dovette rassegnare le dimissioni per i voti contrari di alcuni deputati e senatori dell'estrema sinistra...  
Nel 2008 i Radicali Italiani, così come per conto loro i compagni socialisti di Riccardo Nencini, chiesero  a Walter Veltroni, candidato leader della coalizione di centrosinistra, di entrare a far parte della coalizione di centrosinistra. La risposta del Loft veltroniano fu subito negativa. Nessun simbolo radicale doveva essere presente nelle liste della coalizione. Veltroni fece una controfferta. Che i radicali indicassero alcuni nominativi da inserire nelle liste del PD. Con l'eccezione però di: Marco Pannella, Silvio Viale (medico torinese impegnato sul fronte dell'aborto ed in special modo per l'introduzione anche in Italia della pillola abortiva già utilizzata in Europa...) e Sergio D'Elia, segretario dell'Associazione Nessuno Tocchi Caino (che aveva avuto uno straordinario successo ottenendo all'ONU la dichiarazione di moratoria universale della pena di morte..)..!!! I radicali, pur polemizzando assai fortemente contro queste imposizioni dei democrats, dovettero subire il diktat di Veltroni e soci..che, nel frattempo, concedeva invece all'IDV di Di Pietro l'apparentamento con la lista del PD....
Perse le elezioni i 9 eletti radicali (6 alla Camera e 3 al Senato), come da accordi tra PD e Radicali Italiani, formarono delegazioni autonome all'interno dei gruppi PD. 
A detta di tutti i deputati e senatori democrats il comportamento dei nostri parlamentari è sempre stato corretto e positivo. L'unica eccezione che i piddini ricordano è quella accaduta in occasione della fuoriuscita di Fini dal Pdl e dalla richiesta di fiducia chiesta da Berlusconi alla Camera. In quell'occasione il gruppo del PD scelse di non entrare in Aula con lo scopo di far mancare il numero legale e, per questa via tecnica, provare a far cadere il governo Berlusconi. I deputati radicali dichiararono di  non essere d'accordo con questo stratagemma tecnico. Dichiararono che la caduta di Berlusconi doveva essere ottenuta attraverso la via politica. E presenziarono alla seduta incriminata. Tuttavia il centrodestra aveva già raggiunto, anche senza la presenza dei 6 radicali, il numero legale previsto. Dunque la scelta radicale fu politicamente ininfluente sulla successiva fiducia...Ma, evidentemente, la mancata osservanza della "direttiva" del gruppo PD è costata cara ai radicali che, proprio per volere di Bersani e della sua casta dirigenziale, è stato sospinto fuori dalla coalizione del centrosinistra nazionale e fuori anche dalle coalizioni di centrosinistra in Lombardia e Lazio.
Queste due regioni sono, per molti versi, paradigmatiche della voluta esclusione da tutto dei radicali e di Marco Pannella...In Lombardia i radicali, che nel 2010 furono esclusi dalle elezioni perchè, senza autenticatori e senza denari, non riuscirono a raccogliere le firme necessarie, sono stati i più fieri avversari del regime di Formigoni e della sua rete ciellina e cooperativitica (bianca e rossa)...Sono stati i radicali a far scoppiare lo scandalo delle firme false sulle liste Formigoni...E l'hanno fatto con così tanta determinazione da ottenerne anche la condanna giudiziaria per aver tentato di diffamare esponenti radicali sostenendo che erano stati loro a manipolare le firme sulla sua lista..Ma i radicali hanno sempre denunciato il sistema colluso e corrotto creato in quasi vent'anni dal Celeste..Ed, in questo, anche l'atteggiamento di connivenza del PD e di taluni suoi esponenti (vedi caso Penati...)...A fronte di questo passato benemerito la lista radicale AGL è stata rifiutata dal candidato presidente Ambrosoli e dalla sua coalizione con la risibile motivazione che l'amnistia non è di competenza della regione...Ma , in realtà, perchè sanno benissimo che i radicali eventualmente eletti non avrebbero fatto sconti a nessuno nel caso che l'atteggiamento del governo di centrosinistra regionale non avesse fatto seguito alle promesse elettorali. Ovvero che si volesse continuare allegramente nella gestione del sistema clientelare (anche a favore della sinistra e delle coop rosse...) ereditato da Formigoni e dal centrodestra. In Lazio le motivazioni dell'esclusione della lista radicale sono ancora più sconcertanti. I due consiglieri regionali uscenti, Giuseppe Rossodivita e Rocco Berardo, sono stati coloro che hanno consentito di scoperchiare il clamoroso sistema di potere che tutti gli altri partiti (PD, SEL e Verdi compresi...) avevano creato alla Regione. Con lo sperpero di milioni e milioni di denaro pubblico utilizzato per scopi diversi dalla politica ed in molti casi anche per uso strettamente personale. Lo scandalo è stato così rilevante che la base del PD laziale ha preteso ed ottenuto che nessuno dei propri consiglieri uscenti fosse ricandidato alla Regione... E' proprio da questa esclusione che Zingaretti ha preteso che anche i radicali facessero lo stesso...Ovvero Zingaretti ed il PD pretenderebbero che gli onesti dovessero subire la stessa sorte dei disonesti....che, nel frattempo, però, sono stati, in tanti riciclati chi alla Camera chi al Senato chi come candidato sindaco a Fiumicino...Gli unici veramente fatti fuori hanno avuto però la consolazione di vedere nelle liste bloccate del PD laziale le loro mogli o compagne, i figli, altri stretti parenti...E' evidente che i radicali  hanno risposto picche a questa assurda pretesa della dirigenza del PD (regionale e nazionale)...E dunque la lista AGL sarà presente da sola alle elezioni regionali. In questo quadro di chiusure settarie da parte del PD è arrivata ai radicali la proposta di Franscesco Storace, candidato alla presidenza regionale del centrodestra... Storace ha offerto alla lista radicale l'apparentamento tecnico...per poter consentire più facilmente l'elezione di deputati regionali dei radicali....Sostenendo inoltre che sarebbe stato assai felice di avere come oppositori del suo eventuale governo proprio questi radicali...Essi, e solo loro, avrebbero potuto funzionare da perfetti controllori dell'attività del suo governo regionale....Dunque è del tutto chiaro che la proposta di Storace non prelude ad accordi programmatico-politici con il centrodestra...Ma si configura come una ciambella di salvataggio di esponenti della politica che ogni partito avrebbe dovuto onorare con la presenza nelle sue liste e nella sua coalizione...  
  

PROGRAMMA AGL



PREMESSA: L’ITALIA, UN PAESE FUORILEGGE PLURICONDANNATO IN SEDE EUROPEA.
E’ un dato oggettivo e non più un'opinione di alcuni che lo stato della giustizia nel nostro Paese abbia raggiunto livelli di inefficienza assolutamente intollerabili, sconosciuti in altri Paesi democratici, per i quali l'Italia versa, da anni ed in modo permanente, in una situazione di sostanziale illegalità, tale da aver generato numerosissime condanne da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo.
Il diritto ad ottenere giustizia è garantito a tutti dalla Costituzione repubblicana, ma è oggi posto seriamente in discussione: le attuali condizioni degli uffici giudiziari italiani e del sistema giustizia nel complesso, unitamente ad una mancata riforma organica della normativa sostanziale e processuale, impediscono di fatto di assicurarlo in tempi brevi ed in modo efficace.
Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, nella risoluzione del 2 dicembre 2010, ha posto sotto osservazione speciale lo stato della giustizia nel nostro Paese e ha ribadito che i tempi eccessivi nell’amministrazione della giustizia italiana pongono in discussione la stessa riconoscibilità nel nostro Paese di un vero e proprio Stato di Diritto, il che comporta il rischio di gravi sanzioni a carico dell’Italia, con disdoro internazionale dell’immagine dell’Italia e vanificazione dei sacrifici sopportati dai cittadini per costruire un Paese degno di far parte del gruppo di testa della Comunità europea.
Dall’analisi che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha compiuto sulle proprie decisioni nel cinquantennio 1959-2009 risulta che per l’eccessiva durata dei procedimenti civili e penali l’Italia ha riportato 1095 condanne, la Francia 278, la Germania 54 e la Spagna 11.
Il 19 settembre 2012 Nils Muiznieks, commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, pubblicando un rapporto basato sui dati raccolti nel corso della sua visita in Italia nel luglio scorso, ha detto che "l'eccessiva lunghezza dei processi è un problema di lunga durata in Italia, che si ripercuote sull'economia nazionale. E' tempo di trovare soluzioni durevoli, che siano sostenute da tutti i soggetti interessati. In tempi di crisi economica questo dato dovrebbe essere un incentivo per trovare delle soluzioni atte ad invertire la rotta".
Rispetto a tale situazione la stessa introduzione della cosiddetta "legge Pinto", strumentalmente approvata al solo fine di evitare continue condanne da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo, ha ulteriormente sovraccaricato i ruoli delle corti di appello e, d'altra parte, per quanto è stato autorevolmente affermato, se tutti gli aventi diritto dovessero agire nei confronti dello Stato sulla base della cosiddetta “legge Pinto”, lo Stato stesso sarebbe costretto a dichiarare bancarotta. Basti considerare che, dall’entrata in vigore della c.d. legge Pinto, sono stati promossi dinanzi alle corti d’appello quasi 40.000 procedimenti camerali per l’equa riparazione dei danni derivanti dall’irragionevole durata del processo, con costi enormi per le finanze dello Stato, il quale, inoltre, ritarda nel pagamento degli indennizzi già liquidati in via giudiziale, al punto che la stessa Corte di Strasburgo, nel comunicato stampa n. 991 del 21.12.2010, ha reso noto di aver pronunziato, in un solo mese, 475 sentenze di condanna dell’Italia per ritardati pagamenti di indennizzi e che presso di essa sono già pendenti oltre 3.900 ricorsi aventi il medesimo fondamento.
Nel solo settore penale, negli ultimi dodici anni, a causa dell’eccessivo ed esorbitante numero dei procedimenti pendenti, sono stati dichiarati estinti per intervenuta prescrizione quasi due milioni di reati (in media, ogni anno, si registrano in Italia circa 165 mila prescrizioni), il che ha dato vita ad una vera e propria amnistia strisciante, crescente, nascosta, di classe e non governata.
Il sistema giudiziario italiano si contraddistingue inoltre per non essere in grado di far fronte alla massa crescente dell’illegalità che pervade il Paese. La giustizia relativa ai reati minori sta addirittura scomparendo, schiacciata dalle esigenze di quella maggiore. Sicché la giustizia italiana, avendo smarrito la sua funzione di forza stabilizzante e riparatrice, non può più dare né speranza né conforto, e genera invece sofferenza. Anche da questo punto di vista i numeri confermano largamente la crisi in atto. Infatti, su circa tre milioni di delitti denunziati, quasi due terzi riguardano i furti, di cui rimangono ignoti gli autori nella misura del 97,4%. Del resto anche per gli altri reati non è che vada molto meglio, giacché su omicidi, rapine, estorsioni e sequestri di persona a scopo di estorsione, la percentuale media degli autori che rimane impunita supera l’80%.
L’elevato numero dei reati che ogni anno rimangono sostanzialmente impuniti, accompagnato all'enorme numero di processi pendenti e all'impossibilità che questi siano definiti in tempi ragionevoli, ha ormai determinato una sfiducia generalizzata dei cittadini nel sistema giustizia tale da rendere sempre più concreto il pericolo che si ricorra a forme di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Del resto se si pensa che ogni processo penale coinvolge un numero di persone, come imputati o come parti lese, certamente superiore alle cifre sopra indicate, si ha subito la sensazione concreta dell’entità dell’interesse e del malcontento che per la giustizia hanno i cittadini. Non senza considerare le spese e i costi materiali e le ansie che i processi comportano per ciascuna delle persone coinvolte e dei loro familiari.
La situazione di grave crisi e sfascio in cui versa il nostro apparato giudiziario incide pesantemente sulla sua appendice ultima, quella carceraria,  sicché nel contesto dato i concetti stessi di “pena certa” e di esecuzione “reale” della stessa rischiano di risultare fortemente limitativi se non del tutto fuorvianti.
Il numero elevato ed in costante crescita della popolazione detenuta, che al 31 dicembre 2012 ammontava a quasi 67 mila unità – a fronte di una capienza regolamentare di poco più di 45 mila posti -, produce un sovraffollamento insostenibile delle nostre strutture penitenziarie.
Il sovraffollamento, la mancanza di spazi, l’inadeguatezza delle strutture carcerarie, la carenza degli organici e del personale civile, lo stato di sofferenza in cui versa la sanità all’interno delle carceri, tutto ciò provoca una situazione contraria ai principi costituzionali ed alle norme del regolamento penitenziario impedendo il trattamento rieducativo e minando l’equilibrio psico-fisico dei detenuti, con incremento, negli ultimi anni, dei suicidi e di gravi malattie.
Il sovraffollamento rischia di assumere dimensioni tali da creare addirittura problemi di ordine pubblico; in questa situazione di emergenza la funzione rieducativa e riabilitativa della pena è venuta meno; il rapporto numerico tra detenuti ed educatori e assistenti sociali ha frustrato ogni possibile serio tentativo di intraprendere e seguire, per la maggior parte dei reclusi, percorsi individualizzati così come previsto dall’ordinamento penitenziario. Tutto ciò rappresenta innanzitutto una questione di legalità perché nulla è più disastroso che far vivere chi non ha recepito il senso di legalità - avendo commesso reati - in una situazione di palese non corrispondenza tra quanto normativamente definito e quanto viene attuato in pratica ed è quotidianamente vissuto dagli operatori del settore e dai detenuti stessi.
L’enorme tasso di sovraffollamento comporta automaticamente porsi fuori dalle regole minime, costituzionalmente previste, della funzione rieducativa della pena per scadere in quei trattamenti contrari al senso di umanità sanzionati non solo dal nostro ordinamento giuridico, ma anche dalla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo se è vero, come è vero, che lo Stato italiano è stato più volte condannato  - sulla base dell’art. 3 della Convenzione (divieto di pene o trattamenti inumani o degradanti) – a risarcire centinaia di migliaia di euro a numerosi detenuti per averli costretti a vivere all’interno delle proprie celle in spazi ridottissimi.
Le numerose condanne che ancora vengono pronunciate nei confronti dell’Italia dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per la lesione del diritto alla ragionevole durata del processo, nonché per il trattamento violento, illegale e disumano riservato ai detenuti, testimoniano come le misure adottate dal nostro Paese in questi anni non siano risultate idonee ad assicurare il ripristino di condizioni di funzionamento dell’apparato giudiziario e penitenziario ritenute normalmente accettabili a livello internazionale.
USCIRE SUBITO DALLA FLAGRANZA DI REATO: AMNISTIA PER LA REPUBBLICA.
Con la lista di scopo AMNISTIA GIUSTIZIA LIBERTA’ si chiede il voto degli elettori affinché l’Italia, questa Italia, esca dalla assoluta flagranza criminale nella quale da decenni e decenni insiste e persevera nei confronti delle giurisdizioni europee, internazionali e – in primissimo luogo – della Costituzione italiana. I radicali, che la promuovono, hanno adottato questo obiettivo principale della propria vita politica e personale.
E non si tratta solamente dei veri e propri aggregati consistenti, terrorizzanti, di Shoah italiana, che ormai riguardano centinaia di migliaia di famiglie, di lavoratori, di volontari, di detenuti e detenute di oltre 31 nazionalità.
L’Italia è deplorata – incessantemente e a ritmo sempre più incalzante – non solo e non tanto per queste terrorizzanti carceri, quanto per il massacro (senza precedenti, fascisti, nazisti, comunisti) dell’Amministrazione della Giustizia (che è ormai denegata giustizia) contro lo Stato di Diritto e i Diritti Umani dei residenti nel nostro territorio – infamandolo nella sua Storia! – con i suoi 10 milioni di procedimenti penali e cause “civili” pendenti.
Solo provvedimenti strutturali quali un’ampia amnistia e l’indulto sarebbero in grado di far uscire fuori dalla flagranza di reato il nostro Paese fornendo risposte rapide ed efficienti alle attese dei cittadini, assicurando nel contempo una ragionevole durata dei processi civili e penali ed il rispetto di standard di detenzione conformi al dettato costituzionale ed alla normativa europea ed internazionale. Senza di essi nessuna riforma, per quanto ampia e coraggiosa, sarebbe in grado di riattivare immediatamente i meccanismi giudiziari ormai prossimi al collasso, evitando una dissennata lotta contro la prescrizione incombente; né di consentire al nostro Stato di rientrare nella legalità e di ricondurre il sistema carcerario a forme più umane consentendo l’avvio di quelle riforme strutturali e funzionali della Giustizia capaci di impedire il rapido ritorno alla situazione attuale.
L'amnistia e l’indulto, quindi, non rappresentano soltanto una risposta d'eccezione ed umanitaria al dramma della condizione carceraria, ma costituiscono la premessa indispensabile per l'avvio e l'approvazione di riforme strutturali relative al sistema delle pene, alla loro esecuzione e più in generale all'amministrazione della giustizia. Inoltre la loro approvazione è necessaria per ricondurre entro numeri sostenibili il carico dei procedimenti penali nonché per sgravare il carico umano che soffre in tutte le sue componenti (detenuti, agenti, personale amministrativo, direttori, psicologi, educatori, assistenti sociali, cappellani, volontari) la condizione disastrosa delle prigioni, perché nessuna giustizia e nessuna certezza della pena possono essere assicurate se uno Stato per primo non rispetta la propria legalità ed è impossibilitato a garantire la certezza del diritto.
APRIRE SUBITO IL CANTIERE PER UNA RIFORMA ORGANICA DELLA GIUSTIZIA.
Senza l’amnistia e l’indulto non è pensabile realizzare una seria riforma della giustizia e, quindi, dar vita ad un progetto organico di interventi diretti a restituire credibilità ed efficienza all'intero sistema giudiziario, allo scopo di farlo funzionare e di fornire risposte rapide ed efficienti alle attese dei cittadini, nel contempo assicurando loro una ragionevole durata dei processi civili e penali, nel rispetto dell'articolo 111 della Costituzione, senza rinunziare alle altre garanzie costituzionali.
Ed invero, una volta dimezzato l’arretrato pendente nel settore penale grazie ad un’ampia ed estesa amnistia, sarà possibile destinare maggiori risorse umane, professionali ed economiche nel campo della giustizia civile con enorme beneficio per la trattazione e la definizione delle cause pendenti.
Allo stesso modo, un immediato sfoltimento della popolazione carceraria attraverso un ponderato provvedimento di indulto consentirebbe allo Stato di rientrare immediatamente nella legalità evitando ripetute condanne in sede europea ed il pagamento di centinaia di migliaia di euro a titolo di risarcimento danni.
L’approvazione di questi interventi strutturali e immediati – senza i quali è illusorio e politicamente miope pensare di uscire da una situazione tanto degradata - darebbe la stura all’avvio improcrastinabile di una riforma organica della giustizia, in Italia sempre più bloccata da spinte emergenziali e culture giustizialiste di vario segno politico.
L’impegno di riformare l’amministrazione del nostro sistema giudiziario e penitenziario passa necessariamente attraverso cinque linee direttrici: rinnovamento della magistratura, riforma del codice penale e del sistema carcerario, riforma della giustizia civile e miglioramento dell’efficienza del sistema-Giustizia.
1. Rinnovamento della magistratura
Nella sua Relazione tenuta il 19 ottobre 2012 in occasione dell’Incontro di studio su “Le novità in materia di ordinamento giudiziario”, organizzato dall’Associazione italiana fra gli studiosi del processo civile, il Prof. Giuseppe Di Federico ha sostenuto che: a) l’Italia è l’unico paese europeo ove nessun organo esterno influisce sulle decisioni che riguardano lo status dei giudici e pubblici ministeri e dove tutte quelle decisioni sono assunte in piena indipendenza dal CSM; b) a differenza di altri paesi i nostri magistrati, per iniziativa del CSM, non sono soggetti a reali, selettive valutazioni di professionalità e raggiungono tutti, da oltre 40 anni, il massimo livello della carriera, dello stipendio della liquidazione e della pensione; c) di conseguenza, per volere del CSM, i nostri magistrati hanno un trattamento economico complessivo molto più elevato di quello dei loro colleghi dell’Europa continentale . Negli altri paesi, infatti, solo un percentuale molto bassa di magistrati raggiunge i livelli più elevati della carriera, dello stipendio e della pensione; d) a differenza degli altri paesi l’inamovibilità copre l’intero arco della vita lavorativa dei nostri magistrati (non solo dei giudici ma anche dei pubblici ministeri). Anche questa è una conseguenza delle promozioni effettuate dal CSM sulla base dell’anzianità. Una volta raggiunta una sede gradita i magistrati vi possono rimanere indefinitamente a prescindere dalle esigenze di personale togato che insorgono negli uffici giudiziari meno graditi; e) le attività di supervisione dell’attività dei magistrati da parte dei dirigenti degli uffici sono di gran lunga meno pregnanti di quanto non siano negli altri paesi dell’Europa continentale, soprattutto a causa del ruolo di vertice organizzativo della magistratura che il CSM si è assunto. Un ruolo che, tra l’altro, pone nelle mani dei singoli magistrati di ogni ufficio giudiziario efficaci strumenti per controllare le scelte dei dirigenti ed eventualmente ottenere che esse vengano corrette da interventi del CSM; f) a differenza di altri paesi i nostri magistrati possono svolgere per moltissimi anni funzioni non giudiziarie (anche in rappresentanza di partiti politici) e mantenere al contempo tutti i vantaggi di carriera ed economici dei magistrati che seguitano a svolgere attività giudiziaria.
Bastano queste sommarie indicazioni per evidenziare come da noi l’indipendenza della magistratura sia stata declinata in termini molto più corporativi che in altri Paesi e che al raggiungimento di questo risultato il CSM abbia giocato un ruolo di primo piano.
Quanto sostenuto dal Prof. Di Federico rende evidente che, in Italia, una seria riforma dell’amministrazione della giustizia non possa non passare attraverso un radicale rinnovamento della magistratura. In particolare:
1)    Separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri. Con questa riforma si intende allineare il nostro ordinamento con quelli democratico-liberali. Salvaguardando l’indipendenza del pubblico ministero dai poteri politici, si tratta di realizzare la terzietà ed imparzialità del giudice dando così concreta attuazione ai principi del giusto processo contenuti nell’articolo 111 della Costituzione. Per attuare una reale separazione delle carriere è necessario spezzare il legame organizzativo che oggi unisce giudici e pubblici ministeri, creando quindi due organi di governo o, in subordine, dividendo il CSM in due sezioni.
2)    Riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. Il CSM è diventato di fatto l’organo di autogoverno della Magistratura, che è cosa radicalmente diversa dal governo della Magistratura autonomo non solo dai poteri politici, ma dalla stessa magistratura. Una magistratura autogovernata diventa un potere chiuso in se stesso, separato dalla società e in permanente conflitto con i poteri politici. Questa situazione va superata con una profonda riforma del CSM da attuare riducendo la componente elettiva di estrazione giudiziaria (in modo da impedire che questa controlli il Consiglio); inserendo in esso una rappresentanza delle altre professioni giuridiche (avvocatura e università), nonché aumentando la durata del mandato dei consiglieri e sfasando temporalmente le nomine, in modo da dare maggiore continuità all’organo (e ridurre l’eventuale influenza delle maggioranze parlamentari). Inoltre, visto il suo carattere estremamente indulgente, occorre sottrarre al CSM la competenza a giudicare della disciplina dei magistrati trasferendola ad un’Alta corte disciplinare.
3) Riforma del principio di obbligatorietà dell’azione penale. La riforma dei criteri concernenti l'obbligatorietà dell'azione penale, prevedendo un procedimento che veda la partecipazione dei pubblici ministeri e di altri soggetti istituzionali, che individui un soggetto istituzionale politicamente responsabile di fronte al Parlamento per la loro effettiva ed uniforme implementazione a livello operativo;
3) Introduzione di un regime di responsabilità civile effettiva dei magistrati nei confronti dei cittadini danneggiati da atti o provvedimenti giudiziari posti in essere con dolo o colpa grave. Attualmente la disciplina contenuta nella legge n. 117 del 1988 (vero e proprio tradimento del referendum “Tortora”, promosso dai radicali nel 1987 e vinto con oltre l’80% dei sì) è sostanzialmente disapplicata, perché contiene disposizioni che rendono di fatto impossibile affermare tale tipo di responsabilità. Proprio riferendosi al caso italiano, è stata la stessa Corte di giustizia della comunità europea, con alcune recenti sentenze, a stabilire che una legge che renda troppo difficile far valere la responsabilità civile del magistrato è incompatibile con il diritto comunitario. Su queste sentenze, ad oggi, è stranamente calato il silenzio, pur in un Paese che dell’europeismo ha fatto spesso la sua bandiera.
3)    E’ necessario limitare o cancellare il numero dei magistrati fuori ruolo, in particolare di quelli distaccati presso i Ministeri, e soprattutto presso il Ministero della Giustizia. Questo indispensabile intervento vuole evitare che si sottraggano rilevanti risorse alla funzione giudiziaria; tende a difendere l’autonomia dell’indirizzo politico governativo dalle ingerenze giudiziarie; protegge la stessa autonomia e indipendenza della magistratura, che non può subire commistioni con l’attività dell’esecutivo. In ultima analisi si tratta di ripristinare lo stesso principio della divisione dei poteri.
4)    Da ultimo è necessario intervenire con nuove regole per disciplinare il diritto di elettorato passivo dei magistrati alle cariche politiche. Quello dei magistrati in politica, per quantità e qualità, è un fenomeno che non ha eguali in nessuna altra democrazia occidentale. Senza negare che l’elettorato passivo è un diritto fondamentale, che spetta a chiunque, si tratta di evitare, in particolare per i pubblici ministeri, che l’ingresso in politica si presenti come la naturale prosecuzione di un esercizio partigiano dell’azione penale. A questo scopo appare opportuno introdurre regole più stringenti stabilendo, ad esempio, che l’eleggibilità sia condizionata non alla semplice messa in aspettativa ma alle dimissioni, da presentare inderogabilmente un certo numero di anni prima delle elezioni.
2. La riforma del codice penale
La riforma della giustizia e del carcere debbono passare necessariamente attraverso la rimodulazione del diritto penale sostanziale, di cui vanno rimosse le incrostazioni determinate da politiche criminali varate nel “segno dell’emergenza” e della logica degli “interventi d’occasione”.
Quanto ai contenuti della riforma si ribadisce che l’intervento più urgente, proprio come illustrato nel libro scritto a quattro mani da Carlo Nordio e Giuliano Pisapia (In attesa di giustizia. Dialogo sulle riforme possibili), dovrà riguardare il sistema delle pene principali, il quale andrà arricchito di misure sanzionatorie “diversive” che releghino la pena detentiva ad autentica ultima ratio. Caratteristica strutturale delle pene deve essere infatti la loro destinazione a favorire esisti di risocializzazione (nei confronti dei soggetti bisognosi di recupero), ovvero dinon desocialiazzazione (verso i soggetti socialmente integrati). A tal proposito sarebbe opportuna l’introduzione del processo cosiddetto “bifasico”, in modo da consentire al giudice di commisurare la pena alternativa a quelli che sono i reali bisogni rieducativi del reo.
Inoltre è di massima importanza introdurre strumenti di deflazione del carico di lavoro degli uffici inquirenti e giudicanti quali: un’ampia depenalizzazione, l'introduzione dell'istituto dell'archiviazione per irrilevanza penale del fatto e la mediazione dei conflitti interpersonali. In questa stessa chiave assume un ruolo strategico la previsione di una clausola di necessaria offensività del fatto penale. Già da sole, queste innovazioni assicurerebbero maggiore razionalità, coerenza ed efficienza al sistema penale.
L’intervento riformatore dovrà infine esprimere un netto rifiuto del diritto penale del comportamento, bandire ogni ipotesi di responsabilità quasi-oggettiva e definire una volta per tutte le forme del c.d. “dolo indiretto”.
Particolare cura, sempre in chiave di razionalizzazione garantistica, va riservata anche alla riscrittura dei delitti associativi mediante una più precisa descrizione sia della condotta di partecipazione e sia delle condotte di sostegno associativo (concernenti la c.d. area della “contiguità” associativa), le quali vanno anche accompagnate da una espressa clausola di inapplicabilità delle norme sul concorso eventuale.
3. La questione penitenziaria: le carceri fuorilegge sempre più emblema dell’ingiustizia di Stato
Non sono solo i Radicali -che promuovono questa lista- a sostenere che le carceri sono fuorilegge. A sanzionare il nostro Stato, ripetutamente e da anni, è infatti la Corte Europea dei diritti dell’uomo che il 7 gennaio scorso è tornata a condannare l’Italia per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, quello che punisce i “trattamenti inumani e degradanti”. La Corte di Strasburgo non si è limitata a richiedere al nostro Paese di risarcire 7 detenuti (tre dei quali per istanze avanzate da penalisti radicali) per danni “morali” ma, partendo dalla constatazione che le nostre carceri versano in una crisi “strutturale”, ha intimato all’Italia -attraverso la sua “sentenza pilota”- di rientrare immediatamente nella legalità costituzionale ed europea.
 Il problema carcere deve esser risolto non costruendo nuovi istituti penitenziari, ma considerando la detenzione, quale misura cautelare e di espiazione della pena, solo per i casi più gravi, per i soggetti più pericolosi, come prima tappa di un percorso che deve portare al recupero del soggetto: il carcere, insomma, quale extrema ratio. Anche perché è dimostrato – dati scientifici alla mano – che chi sconta la pena nelle nostre galere ha una recidiva (cioè torna a delinquere) vicina all’80%, mentre i “colpevoli” che accedono alle misure alternative, solo in rarissimi casi tornano a commettere reati.
Purtroppo dopo l’indulto del 2006 - che per cecità e scelte di bassa cucina politica non è stato abbinato ad un provvedimento di Amnistia - le cause del sovraffollamento carcerario non sono state rimosse, il che ha prodotto effetti devastanti nel sistema penitenziario del nostro Paese.
Le principali cause del sovraffollamento sono da individuare:
1) nell’uso indiscriminato e massiccio della misura cautelare estrema della custodia in carcere in contrasto con l’articolo 27 della Costituzione (su 65.701 detenuti presenti nelle carceri italiane al 31 dicembre 2012, i detenuti in attesa di giudizio ammontano a 25.696 unità);
2) nell’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario e nella legge ex Cirielli sulla recidiva che limitano fortemente il meccanismo di sospensione dell’ordine di carcerazione e il conseguente accesso alle misure alternative alla detenzione come previsto dalla legge Gozzini costringendo soggetti già reinseriti nel contesto civile e sociale, condannati per fatti commessi molti anni fa, a rientrare in carcere;
3) nella legge Bossi-Fini, provvedimento legislativo che prevede il ricorso alla pena detentiva quale principale risposta ai problemi connessi al fenomeno dell’immigrazione clandestina;
4) nella normativa sugli stupefacenti (legge Fini-Giovanardi) che consente l’arresto anche per chi detiene sostanza stupefacente leggera.
La modifica delle leggi richiamate è la prima condizione possibile per ridurre il sovraffollamento ed impedire il collasso del sistema carcerario.
Occorre inoltre potenziare ed ampliare il ricorso alle misure alternative al carcere previste dalla legge Gozzini , atteso che le stesse dimostrano, nella loro applicazione pratica, una forte capacità rieducativa e di risocializzazione. Mentre infatti chi esce dal carcere dopo avervi scontato l’intera pena fa registrare un elevato tasso di recidiva, chi è sottoposto a una misura Gozzini fa registrare una recidiva decisamente minima (0,6%). Questi dati devono pertanto determinare una precisa scelta politica, quello appunto di potenziare il ricorso alle misure alternative (adibendovi tra l’altro esperti in maggior numero e sempre più qualificati), favorendo così il duplice risultato di tutelare la collettività e decongestionare le carceri.
Proprio il lavoro è uno dei nodi centrali che deve essere affrontato con interventi legislativi che incentivino la formazione con il reperimento e la creazione di opportunità lavorative per i detenuti e per gli ex detenuti.
La percentuale dei detenuti “lavoranti” è scesa dal 38% del 1990 a circa il 20% del 2012.
Lo svolgimento di un’attività lavorativa è la prima condizione per incentivare quella rieducazione del detenuto cui dichiara di tendere il nostro ordinamento. Incentivare e aiutare il detenuto a intraprendere un lavoro (prima in carcere, poi in semilibertà o in affidamento) significa consentirgli di recuperare fiducia in sé stesso e la propria dignità di uomo e cittadino e significa, quindi, porre le fondamenta per un suo reinserimento nel contesto sociale.
A parte il problema del sovraffollamento, va comunque sempre ribadito che ogni trattamento del detenuto, che non realizzi compiutamente le finalità rieducative della pena e non rispetti  i principi di umanità del trattamento previsti all’articolo 27 della Costituzione e dai trattati internazionali, non può essere accolto nel nostro sistema.
Sulla base di questo assunto non si può che ribadire con forza la richiesta di abrogazione della pena dell’ergastolo (soprattutto dell’ergastolo cosiddetto “ostativo”), nonché del regime di cui all’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario.
4. La riforma della giustizia civile
Il processo civile ordinario risulta essere il sistema più lento in assoluto in Europa (80% in più di durata): nove anni e mezzo di durata rispetto alla media europea di cinque anni e mezzo.
Le cause di diritto del lavoro che coinvolgono le imprese hanno una durata media di due anni e cinque mesi e la caratteristica principale di questo tipo di cause è che il tempo di attesa della prima udienza assorbe più di un terzo del tempo complessivo.
La durata media delle procedure fallimentari si attesta intorno ai sette anni e mezzo. Ad andare incontro a questo problema sono maggiormente le società di fatto e le imprese individuali.
I tempi per ottenere il divorzio in Italia sono tre volte più lunghi rispetto a quelli che si registrano nei principali paesi europei.
L’anomala lunghezza dei processi, causata dalla congestione del settore (quasi sei milioni di cause civili pendenti), produce a sua volta una domanda “patologica” di giustizia, alimentata non tanto dall’esigenza di risolvere una questione giuridica incerta, ma da altre considerazioni di carattere opportunistico: per un operatore palesemente in torto può infatti essere più conveniente affrontare un giudizio dai tempi incerti, piuttosto che ottemperare alle richieste della parte lesa in tempi certi e rapidi.
La lentezza delle cause civili introduce condizioni di inefficienza assimilabili a barriere in entrata che compromettono l’equilibrio complessivo del sistema economico.
E’ innegabile la necessità di trovare una soluzione a tutto questo, pena pesanti sanzioni da parte dell’Unione europea. Tale soluzione però va attentamente meditata perché vi potrebbe essere il rischio che il nostro legislatore, spinto dall’urgenza di provvedere, sia tentato di seguire pericolose scorciatoie che possono portare a rendere il processo civile sempre più “sommario”, con gravissime conseguenze per il diritto di difesa dei cittadini (basti pensare alla riforme del giudizio di appello e del ricorso per Cassazione approvate nella scorsa legislatura). Da questo punto di vista deve essere chiaro che il termine di ragionevole durata del processo ed il diritto ad una giustizia tempestiva si devono rigorosamente conciliare con il diritto di difesa e del contraddittorio.
La giustizia civile italiana si caratterizza per il proliferare di riti, procedimenti, competenze e diverse giurisdizioni, il che comporta: a) un’ulteriore incertezza del diritto; b) il rischio di denegata giustizia sostanziale per il cittadino, a fronte di preclusioni e decadenze di tipo meramente formale; c) un abnorme e patologico dilatarsi del contenzioso; d) un’allungarsi del tempo dei giudizi. A tal proposito si rende necessario non solo portare a compimento il percorso intrapreso in questa legislatura con la riforma che ha portato alla semplificazione dei riti, al fine di potenziarla e renderla effettiva, ma anche, magari in prospettiva, giungere alla unicità della giurisdizione (ordinaria, amministrativa e contabile), il che renderebbe più semplice ed agile il ricorso all’autorità giudiziaria ordinaria, consentendo al cittadino di rivolgersi ad un unico soggetto giudice, idoneo a decidere su tutti i diritti.
Un’altra riforma importante, capace in prospettiva di arrecare un notevole miglioramento alla giustizia civile italiana, va individuata nella riforma della legge sul divorzio. A tal proposto si rende ormai doveroso e non più procrastinabile giungere alla eliminazione dell’istituto giuridico della separazione legale, così da consentire alle coppie in crisi di chiedere e ottenere direttamente il divorzio, proprio come avviene in pressoché tutti gli altri paesi europei ed extraeuropei. Una coraggiosa legge sul c.d. “divorzio breve” abbatterebbe non solo i costi e i tempi per ottenere lo scioglimento del vincolo coniugale, ma avrebbe un effetto benefico più in generale sui tempi di definizione delle cause civili e sul carico pendente dei tribunali, atteso che circa centomila cause iscritte ogni anno nei nostri uffici giudiziari riguardano proprio i procedimenti di separazione (consensuale o giudiziale).
5. Efficienza dell’apparato giudiziario
Il grave stato di degrado in cui versano le strutture giudiziarie è una delle fondamentali cause della durata irragionevole dei processi e su di esso occorre intervenire con un piano organico.
Secondo un’indagine dell’Istituto di ricerca sui sistema giudiziari (Irsig) del Cnr, gli uffici giudiziari italiani rischiano di collassare sotto il peso di quasi 10 milioni di processi pendenti. Una macchina farraginosa, considerata lenta e costosa dal 90% degli italiani, che potrebbe avvantaggiarsi dei sistemi informatici, come previsto da decreti e linee guida, garantendo maggiore efficienza, trasparenza e qualità del nostro sistema giustizia. Purtroppo, sul fronte dell’e-justice, l’approccio italiano ha finito per proiettare il nostro Paese in un tunnel di progetti costosi, difficili da sviluppare e da adottare, senza considerare la persistenza di un apparato normativo sovradimensionato. Affinché l’e-justice in Italia possa fare dei seri passi in avanti occorre che nei prossimi anni il Ministero della Giustizia sia capace di semplificare sistemi informativi e regole di accesso ai servizi, focalizzando gli sforzi in base a priorità reali.
Se certamente vi è anche un problema di quantità di risorse adibite all’amministrazione della giustizia (i dati di comparazione con Paesi europei omologhi quanto a strutture giudiziarie dimostrano peraltro che in Italia le risorse finanziarie non sono inferiori), il problema più rilevante è la gestione di tali risorse. Il rimedio insomma non è nella ricerca di nuove regole processuali (le norme non possono tutto): anche in questo settore infatti l’organizzazione del lavoro è fondamentale. A questo scopo bisogna prendere atto che un valente magistrato non è detto abbia capacità direttive, organizzative e manageriali. E’ forte dunque la necessità di inserire negli Uffici giudiziari anche figure di estrazione e competenze manageriali (il “manager” di tribunale) e di prevedere forme di raccordo fra capi degli uffici, dirigenti amministrativi e avvocatura.
Quanto all’organizzazione dell’attività processuale la durata irragionevole ha la sua causa principale nei “tempi morti”: stasi rilevantissime di ogni attività, il più delle volte determinate da carenze di organico e di distribuzione irrazionale delle medesime. Non c’è dubbio che vi concorra anche una disciplina processuale spesso farraginosa (basti pensare al sistema delle notificazioni), che va certamente eliminata e/o modificata, nella consapevolezza però che si tratta di un intervento di seconda battuta.
Giovedì, Gennaio 17, 2013 - 15:36