venerdì 6 giugno 2014

INTERVISTA A VALERIO BARBERIS



Riproponiamo, in un unico articolo, una lunga intervista, già pubblicata il 3 e 4 settembre 2013, all'architetto Valerio Barberis. Che pare destinato a ricoprire l'incarico di prossimo assessore all'Urbanistica. I contenuti dell'intervista potrebbero allora essere la sua piattaforma programmatica. Ne vedremmo delle belle! Auguri e buone cose.....(..non siamo affatto superstiziosi...)!

Prof. Barberis, professor architetto Valerio Barberis, Lei è un docente di progettazione architettonica presso l'università di Firenze. Ma svolge anche la sua attività di architetto quale socio dello studio pratese MDU. Che oltre a lavorare a Prato (avete firmato la sede della nuova CCIAA, tra l'altro...), lavora spesso all'estero. Ci vuol spiegare quali differenze, secondo il suo punto di vista teorico e pratico, ha trovato nel lavorare in Italia ed in taluni paesi stranieri?

L'Italia è un paese fermo. 
Ci sono anche realtà che si sono mosse o che si stanno muovendo da noi (penso a Milano, Torino, Genova), ma sostanzialmente l'impressione che si ha quando si va all'estero e poi si torna in Italia è questa.
Con il mio studio partecipiamo a concorsi di progettazione in diversi paesi europei e stiamo realizzando un grosso progetto in Cina, alla quale ci siamo avvicinati dal 2004, comunque il nostro ambito di lavoro è fondamentalmente l'Italia.
In Italia il lascito del passato, la città storica, rappresenta un'indiscussa eccezionalità a livello internazionale, ma allo stesso tempo non si è più in grado di affrancarsene. E' come se non si volesse ricordare che quel lascito ha rappresentato nel momento in cui fu fatto una straordinaria innovazione. 
La cosa interessante è che “respirare” questa cultura materiale e paesaggistica diffusa fin dall'infanzia è uno strumento di conoscenza formidabile, che permette di formarsi una sensibilità ed una cultura estetica impensabile in altre realtà.
Il nostro tentativo attraverso i progetti, come MDU architetti, è quello di tentare una “collisione” tra questa storia straordinaria, che in Italia è presente ovunque, e la contemporaneità. Parliamo proprio di “collisione” nel senso che non ci interessa una sintesi, ma ci affascina molto di più mettere insieme le cose per produrre qualcosa di nuovo, una specie di corto-circuito concettuale.
Quello che cerchiamo di fare, in fondo, è superare la storia.
Ad esempio nella Camera di Commercio di Prato, che hai citato, il tentativo è rappresentare le dinamiche di una realtà in trasformazione come è quella di Prato. Abbiamo mantenuto intatto l'edificio industriale esistente che, di per sé, è una manifestazione concreta della parola “memoria collettiva” e che immediatamente ricorda la storia del distretto tessile, ma allo stesso tempo l'abbiamo avvolto con una rete metallica che opera una metamorfosi: a secondo del punto di vista si può vedere l'edificio industriale esattamente come era con tutti i suoi elementi architettonici (le finestre, i grigliati, le decorazioni, etc.), ma appena ci si sposta il tutto diventa un monolite di bronzo con un'unica apertura “trasparente”, quella della sala del Consiglio. E ciò che avvolge l'edificio è un “tessuto” metallico (non poteva essere che così a Prato) che ancora, a secondo del punto di vista diventa trasparente come un velo di seta o completamente opaco. Quindi, come vedi, Prato è sempre presente in questo progetto: la Prato del passato, del presente e, noi speriamo, del futuro.
A questo punto direi che noi siamo progettisti italiani, nel senso che la nostra poetica nasce qui, proprio dal confronto inevitabile con la storia e con la contemporaneità.
In molti paesi stranieri, anche europei, tutto questo passato semplicemente non esiste, o comunque non esiste la cappa opprimente che in Italia nel corso del '900 si è generata in nome di questo.

A differenza di altri paesi europei, ad esempio la Francia, l'Italia non ha mai provveduto a dotarsi di una normativa urbanistica efficace, unitaria e coerente procedendo, spesso, per approssimazioni successive. Non crede che sia anche questo uno dei motivi del "disordine" urbanistico del nostro paese?

Direi proprio di sì. 
Siamo uno dei paesi più normati, ma tutto questo si è tradotto quasi esclusivamente in burocrazia quantitativa che auto-giustifica sé stessa.
E' come se ci si fosse dimenticati che la città procede per elementi concreti che occupano uno spazio e che, a loro volta generano a terra spazi pubblici e privati: si deve ri-cominciare a pensare a come sono fatti questi “elementi”. 
L'approccio burocratico-quantitativo deve lasciare il posto ad un approccio qualitativo.
La disciplina urbanistica nella sua evoluzione più aggiornata sta affrontando questioni che riguardano la scala regionale, cercando di delineare delle strategie di sviluppo o di recupero del territorio che non hanno niente a che fare con i Regolamenti Urbanistici delle nostre città.
Personalmente credo che ci debba essere una Pianificazione alla scala Regionale (regionale in senso europeo) seguita alla scala dei comuni da una Pianificazione Strategica stringente, che operi delle scelte precise e chiare, in grado di veicolare nel medio-lungo periodo tutte le scelte che riguardano un territorio (economiche, culturali, sociali, urbanistiche, etc.) e che poi si passi la parola ai progetti (masterplan e progetti architettonici).
L'urbanistica oggi non esiste come disciplina indipendente, la realtà contemporanea è complessa e necessita di strumenti che mettano insieme molteplici conoscenze per la comprensione del reale e la sua trasformazione e già oggi per la redazione di un piano urbanistico esiste un approccio multidisciplinare. Tutto questo, però, deve essere guidato dall'alto da una visione olistica, ovvero il progetto, rispetto alla quale la qualità del vivere (con tutto quello che ne deriva) e la sostenibilità ambientale devono essere i poli di riferimento.
In fondo in molti paesi europei si è continuato nel corso del novecento a progettare la città, ovvero a pensare la sua trasformazione fisica , piuttosto che a procedere alla divisione del territorio in aree funzionali omogenee (la pratica dello zoning) ed a definire le quantità ammissibili di questa trasformazione come è avvenuto in Italia. Per fare un esempio: quantitativamente 1.000 mq di “area verde” possono essere indifferentemente sia un'aiuola larga 2 metri e lunga 500, sia un piccolo spazio verde di 50x20 metri, ma qualitativamente non sono la stessa cosa. E , a sua volta, lo stesso spazio verde di 50x20 m può essere un parco urbano con aree di sosta, gioco, ombreggiate da alberi,  oppure un prato lasciato andare.

Concorda con l'osservazione che dopo il ventennio fascista non si sono più realizzate in Italia opere che fossero per lo meno alla pari con quelle degli architetti che operarono sotto il regime mussoliniano tipo Piacentini, Terragni, Libera, Figini, Pollini, Michelucci ecc.??

Assolutamente no.
Anzi in Italia è proprio nel dopoguerra che si è formata una scuola di progettisti, tra cui anche quelli operanti nel ventennio, la cui ricerca innovativa  ha influenzato future generazioni di architetti a livello internazionale. Il boom economico italiano corrisponde all'unica fase del '900 in cui da noi l'innovazione è stata messa nella condizioni di operare, è il momento nel quale si forma addirittura il concetto di “made in Italy” che, ricordiamocelo legava a temi di innovazione assoluti, con argomenti della tradizione italiana. Credo che la figura di Olivetti incarni e sintetizzi benissimo questa fase.
L'Italia ha prodotto numerosi momenti “epici” di formazione e proliferazione di dibattito culturale che si sono irradiati nel mondo.
Penso ai gruppi del  periodo radicale fiorentino degli anni '60-'70 le cui ricerche sono la base culturale di tutte le cosiddette archistar contemporanee ed i cui archivi, sigh, sono (quasi) tutti stati acquisiti da istituzioni culturali straniere (primo su tutti il Centre Pompidou).
Penso all'esperienza di Aldo Rossi che in tante facoltà italiane è divenuto una specie di religione, travisandone completamente il senso profondo del messaggio, ma che all'estero sta alla base della ricerca di numerosi architetti, a partire da Herzog & de Meuron in Svizzera e da Steven Holl negli Stati Uniti.
Penso infine a Renzo Piano un vero “maestro”.
Mentre scrivevo mi sono reso conto che i progettisti di cui ho parlato segnano una trasformazione: nel dopoguerra sperimentano in Italia costruendo le loro opere, progressivamente chi fa innovazione in Italia viene sempre più escluso dalla costruzione del territorio.
E questa trasformazione è evidente anche nelle vicende dell'esempio che ho citato: quello che succede dell'Olivetti nel passaggio da Adriano Olivetti a De Benedetti è lo specchio tragico di un passaggio di un'Italia che innova nel mondo ad una chiusa in sé stessa e nelle sue (piccole) clientele.

Tutte le città italiane hanno una comune caratteristica: solo i centri storici hanno mantenuto una loro intrinseca qualità. Tutto il resto del costruito appare come un informe ed a volte orribile, sia dal punto di vista urbanistico che sociale, accrocchio disordinato di edifici senza alcuna qualità. Concorda?

Mi sembra che sia un'affermazione che generalizzi ma che allo stesso tempo sia condivisibile per tutto quello che è successo nel dopoguerra.
Nel senso che esistono anche eccezioni a questa descrizione desolante, ma che quantitativamente rappresentano una percentuale irrisoria di quello che si è costruito dagli anni '50.
Un'eccezione abbastanza rappresentata in Italia a questo panorama è la città ottocentesca, che fisicamente si è sviluppata al di fuori della mura rappresentando, da un punto di vista storico, proprio il superamento e l'andare “oltre” la città chiusa. 
Altra eccezione è in alcune realtà la città “liberty” che ha prodotto numerosi quartieri borghesi di grande qualità.
Per il resto direi che l'ultima fase che ha lasciato diffusamente in Italia aree urbane che siano in grado di rappresentare di una fase storica sia la città del Ventennio. 


A questo proposito il prof. Aldo Loris Rossi dell'Università di Napoli avanza spesso la sua proposta di procedere alla rottamazione degli edifici costruiti negli anni '50 e '60 nelle nostre periferie perchè senza alcuna qualità architettonica e non antisismici. Secondo Rossi tale rottamazione oltre a risparmiare territori vergini salverebbe anche migliaia di vite umane oltre a rendere più civile la convivenza. E' d'accordo?

Assolutamente d'accordo.
In Europa è ormai chiaro a tutti gli addetti ai lavori che il tema centrale del dibattito urbanistico ed architettonico sia quello del ripensamento della città costruita.
Nei paesi “emergenti” chiaramente il dibattito è diverso e va nella direzione di indagare le megalopoli.

Anche la nostra città di Prato soffre, evidentemente, degli stessi mali prima elencati. Ad un bel centro storico denso di edifici mirabili corrisponde il caos urbanistico degli anche immediati dintorni! Per ritrovare qualcosa di umanamente accettabile occorre riandare ai centri storici, o meno storici, dei borghi periferici (Figline, San Giorgio a Colonica, Iolo, Galciana, S.Lucia ecc. ecc.) che hanno potuto conservare una loro qualche identità! Può farci qualche osservazione ulteriore?

Prato è una città unica.
La sua storia, la storia del distretto tessile del dopoguerra, è unica ed il tessuto urbano ne è la manifestazione concreta. http://www.youtube.com/watch?v=uvptCDocH54
Può piacere o meno, ma è unico nel suo genere. Secchi riprendendo un termine già utilizzato ha definito mixitè l'amalgama urbano che caratterizza parti omogenee del tessuto cittadino, molto note ai cittadini pratesi.
Può essere meno noto che le modalità con le quali l'uomo storicamente si è distribuito nella piana che va da S. Lucia all'Ombrone sono anch'esse uniche, nel senso che si sono formati piccoli borghi lungo direttrici che derivavano dalla centuriazione romana e che si sono sviluppati lungo il sistema delle gore, funzionante dal XI secolo, che incanala l'acqua del Bisenzio a S. Lucia alla presa del Cavalciotto e la distribuisce a tutta la piana riversandola infine nell'Ombrone. Questo sistema di regimazione e distribuzione delle acque è assolutamente unico ed ha garantito energia idraulica per quasi un millennio, fino, cioè, all'avvento dell'energia elettrica.
Uno dei piani urbanistici più importanti e pregno di conseguenze per il territorio pratese è il Piano Savioli – Bardazzi, un piano che non vide mai la luce, perchè rifiutava la divisione in aree omogenee del territorio pratese, ovvero la procedura dello zoning, dimostrando un approccio assolutamente innovativo e privo di altri esempi a livello nazionale nel periodo. In quel piano vengono poste le basi conoscitive e concettuali di tutta la successiva pianificazione urbanistica pratese ed uno degli elementi cardine è proprio il riconoscimento dell'importanza delle frazioni, concepite come parte di un sistema urbano in cui una rete di centri urbani storicizzati (a partire del centro cittadino), sono intervallati da parti di territorio agricolo e urbanizzato.
Questa peculiarità del territorio pratese è posta anche alla base del Piano Secchi che a tutt'oggi, rappresenta uno dei piani più innovativi prodotti in Europa negli ultimi anni, nel quale sono state introdotte tematiche legate alla sostenibilità alla scala del territorio che sono state riprese successivamente a livello internazionale.
Quando si va a Soho o a Tribeca a New York, o nella zona di Via Tortona e Milano, o nella zona dei Dora Doks a Torino, o ancora a Vauxhall a Londra ci si confronta con aree urbane nate come luoghi di produzione, che hanno trasformato in modo innovativo la loro unicità. 
Quando si va a Prato in molte aree di Via Bologna o Via Strozzi ci si confronta con aree urbane che hanno sostituito la loro unicità con i più anonimi quartieri dormitorio. 
Tutto questo per dire cosa: Prato ha delle peculiarità che potrebbero essere tranquillamente la base su cui impostare un ragionamento per un suo rinnovato sviluppo in chiave innovativa.
Il sistema del centro storico e delle frazioni che formano una rete di centri distribuiti lungo le antiche direttrici delle gore è eccezionale.
Anche la presenza delle numerose etnie che compongono la mixitè sociale di Prato ha dell'eccezionale.
Anche le Cascine di Tavola sono eccezionali.
Anche la città etrusca è eccezionale.
Anche il distretto tessile con la sua origine sul mescolo (mixitè) del cardato è eccezionale.
Anche il Centro Pecci ha dell'eccezionale (lo ricordo che è il primo centro d'arte contemporanea in Italia).
Anche il Macrolotto zero è eccezionale.
Anche il complesso del Museo del Tessuto e della Biblioteca Lazzerini.
Anche il sistema delle gore è eccezionale.
E' chiaro che il punto di partenza è riconoscere questa eccezionalità.
E' evidente a tutti i cittadini di Prato che i monumenti del centro cittadino (compreso il rinnovato Palazzo Pretorio) costituiscono un insieme eccezionale nel quale le persone si riconoscono. Non tutti sanno che uno di quei monumenti, il Teatro Metastasio, è stato negli anni '70 uno dei centri di ricerca più avanzati a livello internazionale nell'ambito teatrale  http://www.gherardovitalirosati.it/spip.php?article42 
Quindi è vero che Prato è una città priva delle qualità che vengono riconosciute ad altre città, ma è anche vero che ha delle qualità diverse ed altrettanto interessanti, che devono semplicemente essere fatte venire a galla.
Faccio un esempio: il sistema dei “Passanti Verdi” immaginati da Secchi potrebbe essere eccezionale.

Prato si è sempre dotata, almeno dall'immediato dopoguerra, di strumenti urbanistici (i cosiddetti Piani Regolatori). Tuttavia, a parte le previsioni a volte anche assai sballate di queste normative, non ha avuto, all'evidenza, uno sviluppo urbanistico coerente ed efficace. Vuol forse dire che i PR o adesso i PS ed i RU sono strumenti inutili?

Il problema è evidente che non è pratese.
Il boom edilizio connesso alla fase del boom economico in Italia ha di fatto rappresentato una cesura definitiva tra un prima ed un dopo. Le modalità di appropriazione e costruzione del territorio hanno perso qualsiasi legame con una tradizione insediativa che,di fatto, era stata la medesima da sempre.
L'unico momento di deroga alla tradizione era stato l'espandersi ottocentesco di alcune città oltre le mura, con la demolizione di queste ultime, ma di fatto la città ottocentesca rispecchia una concezione della città assolutamente coerente con il passato.
I fenomeni urbani come quelli che sono successi a Prato nel dopoguerra non avevano alcuna possibilità di essere regolamentati.
In realtà la pianificazione ha generato anche a Prato aree urbane assolutamente corrette come le PEEP o aree coerenti come il lungo fiume di Viale Galilei solo per citare due esempi.
Comunque, come ho già detto, credo che l'impostazione burocratico-quantitativa della normativa vigente debba essere superata da una visione sul progetto, ovvero su come si modifica fisicamente il territorio piuttosto che normare esclusivamente i numeri della trasformazione.
In realtà negli ultimi anni le diverse commissioni del Comune di Prato hanno posto questioni anche qualitative sui progetti, ma il mio è un ragionamento più generale che investe la normativa nazionale e regionale.

Come giudica, da questo punto di vista, ad esempio, la politica urbanistica dei cosiddetti Piani di Recupero ovvero le demolizioni con ricostruzione a volume uguale di edifici artigianali ed industriali che si è sviluppata (ed ancora è in corso) a Prato dagli anni '90 ad oggi?

La questione dei piani di recupero di Prato e di come sono stati interpretati – piano di “recupero” dovrebbe recuperare l'esistente - va vista nel contesto economico della città degli anni '80.
Credo che nasca proprio  in quegli anni infatti la richiesta da parte del sistema produttivo tessile di realizzare un distretto meno disperso e più concentrato fisicamente: il Macrolotto 1 è la risposta a questa esigenza.
In fondo stava cambiando il tessuto sociale e si iniziava a sentire la necessità di spostare le attività industriali inserite nella città al di fuori di essa.
Per rendere economicamente plausibile tale trasferimento che, evidentemente, sarebbe stato molto gravoso, le aziende vennero agevolate nella decisione da indici fondiari molto alti che garantivano livelli di rendita elevatissimi.
Ecco credo che quella sia stata una fase decisiva per Prato: il comune dette l'incarico ad un gruppo di ricercatori della facoltà di architettura di Firenze(guidati da Prof. Alberto Breschi) di fare una  archiviazione e verifica degli elementi caratterizzanti degli edifici industriali più rappresentativi del tessuto edilizio pratese e della vallata; successivamente gli stessi ricercatori proposero delle modalità di trasformazione degli stessi complessi edilizi improntate a criteri di progettazione estremamente innovativi, che si stavano sperimentando in diversi paesi europei e negli USA.
Quelle ipotesi metodologiche furono ignorate e le trasformazioni delle aree industriali -le prime ad esserlo furono proprio quelle ritenute esemplari dalla prima ricerca- hanno prodotto enormi condomini che, sicuramente, hanno ben poco della qualità insediativa, della complessità spaziale, delle soluzioni tecnologiche e molto spesso decorative che caratterizzavano quei complessi  industriali pratesi.
E' successo che, in assoluta buona fede, si è ritenuto che l'unica questione veramente importante fosse quella del distretto tessile e delle conseguenti ricadute di cui ha beneficiato il territorio pratese (lavoro, benessere economico e sociale diffuso, etc.) , lasciando in secondo piano tutti gli altri aspetti. Dico in buona fede, perchè questo territorio ha sviluppato una realtà economica eccezionale, quella del distretto tessile, che è stata, giustamente, il faro di ogni scelta per molti anni.
Purtroppo quelle decisioni non hanno tenuto conto del tempo medio-lungo, nel senso che le trasformazioni economiche e sociali che erano in atto a livello globale esistevano già, ma sopratutto non si è avuto la lungimiranza di dotare la città di trasformazioni di alta qualità urbana ed architettonica che oggi, ad esempio, sono la base sulla quale molte città europee impostano il loro marketing territoriale (tra tutte Barcellona e Bilbao) e che rappresentano elementi di richiamo che determinano l'insediamento, in queste città, di creativi che giungono da tutto il mondo. Per capirci la città contemporanea “bella” attrae investimenti e persone: Manchester anche grazie ad operazioni di rinnovo urbano delle sue aree industriali dismesse, è divenuto un centro di grande attrazione per imprese di design, comunicazione, ICT ed alta tecnologia.
Prato poteva trovare una sua strada e l'eccezionale trasformazione della Campolmi, che è immediatamente divenuto un nuovo polo urbano di interesse collettivo, che ha rilanciato un intero quartiere, lo sta a dimostrare. 

E' stato recentemente approvato il nuovo PS del comune di Prato. Che idea se ne è fatto?

Devo confessare che ritengo di conoscerlo troppo poco per poter fare delle valutazioni.

Si è assai discusso, specie in occasione della proposta di abolizione della Provincia, della cosiddetta area metropolitana o area vasta. Ovvero, per quanto ci riguarda, il territorio delle province PO-FI-PT. Non crede che sarebbe questo il corretto ambito di formazione delle previsioni urbanistiche? Si tratta dell'area più importante della Toscana, popolata da metà degli abitanti, ma, a ben guardare, di un territorio assai ridotto di dimensione, uniforme e delle dimensioni demografiche di una media città europea. Ha senso nel 2013 agire come se Capalle o Ponte all'Agna fossero ancora confini invalicabili?

Spero che i miei figli studieranno nei libri che esistevano così tanti comuni nella piana!
L'area metropolitana è semplicemente una realtà quotidiana per gli abitanti della piana, ritengo che sia solo a questo livello che le differenti realtà di cui si compone potranno trovare una propria vera collocazione strategica.
Ad esempio Prato non è meno di Firenze, è diversa. 
Quindi credo che operare sull'area vasta permetta di sviluppare le peculiarità delle singole parti nella logica di dare una forma concreta da un punto di vista amministrativo ad una rete che già esiste.
A livello europeo le politiche di sviluppo dei prossimi anni e, di conseguenza anche i finanziamenti, individuano nella “città” ed in particolare nelle aree metropolitane i luoghi privilegiati nei quali si generano relazioni su molteplici livelli.
La sfida vera dell'area metropolitana della Piana è quella che effettivamente si tratta di una rete con almeno tre centri urbani importanti e con numerosi altri di grande interesse: si tratta quindi, partendo da esperienze europee esistenti, di individuare un modello amministrativo innovativo, che non dimentichi che in Italia sono nati i Comuni, ma che allo stesso tempo pensi prima di tutto al benessere dei cittadini, al loro stare insieme, alla bellezza del costruito e del territorio aperto, alla nuova attrattività anche in relazione agli investimenti che un territorio come questo può generare.

Tra le altre grandi questioni che Prato dovrà affrontare una, grossissima, verrà immediatamente a scadenza. Con il trasferimento del MeD al NOP di Galciana verrà liberata l'area ex ospedaliera! Quali previsioni d'utilizzo le sembrerebbero più coerenti per la città e per quel segmento di centro storico? 

E' molto positivo che, alla fine, si sia aperto un dibattito pubblico sull'argomento. 
Credo che sia un'occasione storica per la città di Prato e, quindi, spero che sia valutata con grande attenzione, tenendo a riferimento tematiche a livello di area metropolitana e che possano introdurre in città benefici nel periodo medio-lungo.
Premetto subito che credo sia il luogo ideale per una funzione “forte”.
Credo che l'occasione di una riflessione collettiva su questa area, possa essere un specie di “banco di prova” per la redazione di un vero Piano Strategico per Prato. Uno dei problemi generali dell'Italia è che da troppo tempo si affrontano le scelte nella logica dell'emergenza e, comunque, senza un quadro di riferimento complessivo che definisca le problematiche, operi delle scelte sulle ipotesi di sviluppo, sulle strategie per conseguirli ed effettui un monitoraggio sulle azioni che si stanno intraprendendo per raggiungere gli obiettivi strategici fissati. In Cina la visione politica generale si muove su scenari a 50 anni, con  piani operativi a 20 anni.
Se a Prato ci fosse un Piano Strategico efficace -come quello ad esempio di Torino- probabilmente sarebbe più chiaro cosa fare in quell'area, perchè si dovrebbero perseguire gli obiettivi ed i temi sviluppati nel Piano: cosa vuole diventare Prato nel 2020-30?
Allora la questione dell'area MeD non può semplicemente essere affrontata come un problema di quell'area in questo momento, ma come una questione che investe il ruolo di Prato nell'area metropolitana e che porti nel territorio benefici nel medio-lungo periodo.
Per me Prato potrebbe ambire a divenire uno dei poli internazionali più importanti sul tema del riciclo. Il re-cycle sta diventando una filosofia di vita nel mondo e sta aprendo scenari di mercato enormi (architettura, urbanistica, interior design, design, moda, arte, nuovi materiali, edilizia,etc.): Prato, come ci ricorda Malaparte ne i “Maledetti Toscani” è la patria del riciclo. 
Già numerose iniziative culturali e di promozione del distretto lavorano su questo argomento -La Casa del Terzo Millennio, Rethinking the Product, Cardato Regenerated CO2 Neutral, Officina Re-Think, etc. -, esistono anche numerose aziende operanti nel settore e la vicina Corte di Via Genova  assieme ad Officina Giovani agli ex Macelli fanno del comparto urbano a sud del MeD la SoHo di Prato.
Un polo significa concentrare iniziative e finanziamenti pubblici e privati verso un obiettivo comune che apra scenari nuovi e che abbia una prospettiva di sviluppo di nuove attività economiche nel territorio.
Mi immagino un polo con centri di ricerca pubblici e privati, facoltà o singoli dipartimenti di università nazionali ed estere (moda, tessile, architettura, design, ingegneria dei materiali, arte, etc.), centro espositivo, sedi aziendali, incubatori di impresa, spazi per co-working, uffici professionali e di consulenza, showrooms, residenze temporanee, ostelli, ristoranti e locali: insomma un pezzo di città dinamico, in grado di espandersi in altri comparti urbani, di attirare a Prato nuove professionalità ed aprire o ampliare nuovi settori produttivi e di mercato.
Cioè sto parlando di un'ipotesi che agisce nel medio-lungo periodo e che tenta di introdurre un tema di innovazione nello sviluppo di Prato, ma che parte dal suo DNA: per esempio un polo di questo tipo a Firenze non avrebbe senso.
E' chiaro, quindi, che l'orizzonte è quello del comparto urbano generale che va dal Centro Storico alla Declassata e che potrebbe espandersi nel tempo al Macrolotto Zero. E' evidente che un polo del re-cycle fondamentalmente deriverebbe dal recupero dell'esistente, in particolare degli edifici industriali presenti nel comparto urbano ed in attesa di una nuova destinazione, per cui a questo punto l'area all'interno delle mura potrebbe diventare un parco urbano con alcune funzioni del polo in grado di interfacciarsi con quelle del centro storico. 
Ma questa è una proposta, come ce ne sono altre: la vera sfida è definire la cornice generale all'interno della quale l'area MeD possa diventare il tassello di una strategia complessiva e coerente di sviluppo (sostenibile) del territorio nel medio periodo.
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