sabato 27 febbraio 2010

TOSCANA



ReTe dei Comitati per la difesa del territorio

L' AMBIENTE, IL TERRITORIO, I BENI CULTURALI, LA SALUTE

Documento della Rete dei Comitati per la difesa del territorio in occasione delle
prossime elezioni regionali in Toscana
.


La Rete dei Comitati per la difesa del territorio si rivolge alle forze politiche che si
presentano alle prossime elezioni regionali per attirare la loro attenzione e aprire
una discussione sui problemi riguardanti l 'ambiente, il territorio, i beni culturali, la
salute dei cittadini. Lo fa con questo documento, estremamente analitico e
propositivo, un vero e proprio programma di governo per la prossima legislatura, in
cui i rilievi critici e polemici sono sempre puntualmente bilanciati dalle proposte
progettuali e operative, nello spirito d'un confronto aperto e non pregiudiziale con le
forze politiche e con le Istituzioni. La Rete non è nuova a iniziative del genere:
ricorderemo soltanto i documenti presentati in occasione delle consultazioni
politiche generali dell'aprile 2008 e delle consultazioni amministrative ed europee
della primavera del 2009; oltre che il bel Convegno su "Le emergenze in Toscana.
Crisi di un modello regionale dì sviluppo", tenutosi a Firenze nell'estate del 2008. La
situazione, come la Rete la vede e denuncia, è generalmente critica, in molti casi ben
al di là del livello di guardia. Le prossime consultazioni regionali sono un'occasione
estremamente importante per riaffermare la possibilità di un sano modello toscano,
orientato allo stesso modo alla “conservazione” e allo "sviluppo ". Occorre
riconfermare e consolidare le buone intenzioni; correggere i molti errori pratici;
imboccare con decisione una nuova strada fondata sull'attento controllo politico e
tecnico delle decisioni e sulla effettiva partecipazione dei cittadini. A conclusione di
questa fase di consultazioni, la Rete intende organizzare un vasto Convegno-
Regionale per verificarne i risultati, destinato a svolgersi prima delle prossime
consultazioni.
PREMESSA
La situazione di crisi finanziaria ed economica del paese sta producendo una perversa
accelerazione delle politiche di sfruttamento e devastazione del territorio. Le decisioni del
governo italiano, in merito di autostrade, infrastrutture e “grandi opere”, anche per quello
che riguarda la Toscana, lo confermano. Si profila, inoltre, lo scatenarsi di una fase di
“ecobusiness”, (centrali, inceneritori, eolico disposto casualmente, ecc.) destinata a
confondere non solo l’opinione pubblica, ma anche gli orientamenti del movimento
ambientalista. D’altra parte, la stretta finanziaria nei riguardi degli enti locali e l’abolizione
dell’ICI sulla prima casa spingono verso crescenti consumi di suolo destinati al mercato
speculativo.
Questo quadro è aggravato nella nostra Regione dalla crisi dei settori tipici e dell’economia
di distretto, con il trasferimento di capitali dall’industria all’edilizia. A questo proposito, la
Rete dei Comitati indica come discriminante che dietro la previsione di ogni nuovo consumo
di suolo vi debba essere un valido e innovativo progetto che risponda a criteri imprenditoriali
non speculativi ma consapevoli della finitezza e del valore delle risorse ambientali, previa la
dimostrazione dell’impossibilità di recuperare contenitori o aree già urbanizzate
(dimostrazione già prevista dalla LR 1/2005, art. 3, e inosservata). In questo senso, sviluppo
durevole significa ricerca, innovazione, istruzione, formazione professionale, servizi alle
imprese, produzioni tecnologicamente avanzate, ospitalità qualificata e orientata - una serie
di beni, prevalentemente immateriali, che trovano nel nostro territorio e nel nostro
paesaggio un supporto di eccellenza. La sfida è perciò di cogliere l’opportunità della crisi
economica globale e di fare del territorio e dei paesaggi finora disertati dagli investimenti e
dal mercato, non meno che dalla politica, le basi di un grande cantiere di manutenzione
ambientale e di mantenimento e gestione-valorizzazione dei patrimoni insediativi e rurali.
In sintesi: la legislazione e gli atti di pianificazione della Regione Toscana promettono buone
politiche e buoni piani a livello provinciale e locale, ma di fatto permettono cattive politiche,
cattivi piani e progetti distruttivi e inutili per la collettività, mentre le vere invarianti che la
Regione stabilisce e impone a Province e a Comuni sono le scelte infrastrutturali ed
energetiche, in molti casi inaccettabili in termini di compatibilità ambientale e paesaggistica.
Di fronte a una situazione strutturale così critica e a nuove modalità di consumo di
territorio, qualitativamente assai più distruttive di quelle precedenti, sarebbe inutile
invocare il ritorno ad una pianificazione gerarchica o ad un sistema di controlli burocratici,
sempre eludibili nei fatti. Piuttosto, si dovrebbe andare avanti su due terreni strettamente
intrecciati. Da una parte, favorire e promuovere reali processi di partecipazione, salvo
qualche meritevole eccezione ora confinati in rituali assemblee frequentate per lo più dai
rappresentati degli interessi fondiari e edilizi; dall’altra, rilanciare gli aspetti statutari del
governo del territorio, ridotti ormai a dichiarazioni di principio, enunciazioni retoriche
sempre più disattese nella prassi.
1. CRITICITÀ DELLA POLITICA TERRITORIALE DELLA REGIONE
TOSCANA
La politica della Regione Toscana per il governo del territorio è incentrata sulla Legge R.
1/2005 e sul PIT. Questi strumenti sono stati presentati come un rimedio alle centinaia di
episodi che si sono verificati nel corso dell'ultimo decennio in Toscana e costituiscono delle
vere e proprie emergenze territoriali. La legge di governo del territorio e il piano regionale,
anche se definiti strumenti di pianificazione e programmazione, si limitano a proporre
indirizzi, metodologie, procedure, a dare buoni consigli di stampo narrativo, ma sono
inefficaci sia rispetto a grandi operazioni infrastrutturali, concordate in modo verticistico e
calate sul territorio, sia rispetto alla pianificazione comunale, dove sono sempre più
frequenti gli accordi sopra la testa dei cittadini fra amministrazioni e interessi immobiliari.
In breve, le scelte del territorio sono sostanzialmente sottratte alle istanze elettive e alla
partecipazione, sono subordinate a una contrattazione permanente con le forze economiche,
finanziarie, imprenditoriali e si traducono in criticità sia sul piano amministrativo, sia sul
piano delle trasformazioni effettive del territorio. Fra queste, le principali sono:
a) Il sistematico e tollerato mancato rispetto da parte dei Comuni delle indicazioni del PIT
e dei piani territoriali di coordinamento delle Province. Si tratta di un numero crescente
di casi, molti di questi segnalati nelle osservazioni ai piani, dai comitati e sulla
stampa senza che ciò produca alcuna reazione da parte di Regione e Province che,
più che acquiescenti, in non poche circostanze sembrano consenzienti o promotori di
operazioni contrarie allo spirito e alla lettera di legge e piani. Il vecchio sistema
gerarchico dei controlli mediante la commissione tecnica regionale è stato sostituito
da procedure di ‘sussidiarietà’ e ‘concertazione’ che si svolgono nel chiuso degli uffici,
in modo non trasparente e in cui pesano molto più gli aspetti di consenso politico che
la coerenza con i principi di sostenibilità;
b) L’articolazione del Piano Regolatore nel Piano Strutturale (PS) e nel Regolamento
Urbanistico (RU) non ha realizzato gli obiettivi che ci si proponeva, né in materia di
semplificazione delle procedure (PS di lungo periodo; RU a breve termine, più o meno
legato ai mandati amministrativi) e nemmeno per quanto riguarda la riduzione dei
tempi di formazione dei piani. L’aspetto più preoccupante è il numero crescente di RU,
che avvalendosi della totale autonomia dello strumento - secondo la LR 1/2005 atto
puramente interno al comune - presentano previsioni difformi dal PS, frequentemente
dimensionamenti eccedenti, violando palesemente la legge, ma senza possibilità di
intervento da parte della Regione (previa non volontà di intervento). Nei casi ‘normali’,
avviene spesso che il primo RU consumi tutte le previsioni del PS, con la conseguenza
che non si verifica la successione di più RU per ogni PS, ma si ricominci, anche a
distanza di pochi anni, con un nuovo abbinamento PS – RU. Per quanto riguarda i
tempi di formazione dei piani, molti Comuni impiegano per dotarsi di PS e RU un
tempo non inferiore a quello che occorreva per formare il PRG. Tant’è che anche
importanti Comuni, a 15 anni dalla legge 5, sono ancora sforniti di RU, e operano
attraverso antichi PRG. A tutto ciò si aggiunge che il regolamento urbanistico ha
preso la forma del vecchio piano regolatore con un uso sempre più frequente di
varianti che, almeno in linea teorica, richiederebbero corrispondenti modifiche al PS;
da qui la tendenza a formulare PS sempre più ‘leggeri’ e per aumentare la flessibilità
dei RU.
c) Il progressivo depotenziamento della componente statutaria della pianificazione
territoriale che pure aveva costituito, alla metà degli anni novanta, l’innovazione più
apprezzata anche fuori dalla Toscana della legge regionale. Di fatto, la legge del 2005
e ancor più la prassi corrente hanno ridotto le invarianti al rango di normali
previsioni del piano, variabili a piacere (variante di invariante è un ordine del giorno
comunale sempre più frequente); invarianti che, in aggiunta alla loro inefficacia
normativa, si vanno perdendo via via che dai piani provinciali si scende verso ‘il
basso’, fino a scomparire del tutto nei regolamenti urbanistici. L’aspetto è tanto più
preoccupante perché lo statuto del territorio del PIT con le sue invarianti (recepibili a
piacere e comunque per trasmissione politica) si identifica con il piano paesaggistico
regionale; Questa tematica dovrà essere affrontata con urgenza proprio nei prossimi
mesi, poiché dal primo gennaio del 2010 l’art. 146 del Codice del paesaggio apre una
‘fase transitoria’ - che durerà fino a quando Regione e Comuni non avranno adeguato
i loro strumenti al Piano Paesistico - in cui il parere del soprintendente relativo
all’autorizzazione sarà vincolante. Il piano paesaggistico toscano è stato, infatti,
adottato dal Consiglio Regionale nel giugno 2009, ma tuttora è sotto esame congiunto
con gli organi del MIBAC e non sarà certamente approvato nel corso del 2010 (dopo
Province e Comuni dovranno adeguare la propria strumentazione urbanistica, con
tempi che presumibilmente arriveranno alla fine della legislatura).
d) L’edificazione speculativa anche in territori di pregio ambientale e paesaggistico;
un’edificazione priva di utilità sociale e di validi progetti imprenditoriali, ma basata
sull’appropriazione di rendite di posizione. Il conseguente proliferare di iniziative di
‘sviluppo’ che prendono la forma di villaggi per vacanze, alberghi di lusso, residence,
seconde e terze case, porti turistici, ecc (oltre, ovviamente, al business dei centri
commerciali e alle normali operazioni di urbanizzazione);
e) Il diffondersi di comportamenti illegali favoriti dall’assenza di qualsiasi controllo o
procedimento sanzionatorio da parte della Regione, cui si aggiunge il mancato
funzionamento della ‘conferenza paritetica interistituzionale’ prevista dagli art. 24,
25, 26 della LR 1/2005, presso la quale ha facoltà di ricorrere l’ente che ritiene
violato il suo piano da parte dei Comuni, l’unico blando correttivo alla totale
autonomia degli enti locali.
f) La mancanza di una vera e propria pianificazione riguardante i temi dell’energia, della
gestione dei rifiuti, delle attività estrattive (queste ultime previste anche nei Siti
Natura 2000), delle grandi opere infrastrutturali, degli aeroporti;
g) Un persistente e generalizzato consumo di suolo, con il territorio agricolo interpretato
nella prassi urbanistica non come ambito con il suo specifico, insostituibile ruolo
produttivo, ma come spazio in attesa di divenire qualcosa d’altro.
h) La mancanza nella LR 1/2005, nel PIT e nel PSR 2007-2013 di specifiche azioni per il
recupero e la conservazione dei paesaggi rurali tradizionali che non devono essere
museificati ma riqualificati;
i) In prospettiva, non è da escludere la deriva verso il nefasto modello legislativo
lombardo, con il completo abbandono della componente statutaria e ‘invariante’ (già
depotenziata), e ribaltando l’impostazione fondamentale del piano urbanistico;
questo, da strumento che – almeno nei principi giuridici vigenti - persegue finalità
pubbliche cui vanno contemperati gli interessi privati, si trasformerebbe in un atto
concertato all’interno di una trattativa obbligata con gli operatori immobiliari. In
sintesi, si profila l’abbandono del ruolo strategico dell’ente locale a favore di una
contrattazione a tutto campo fatta di ‘bandi’ e ‘avvisi pubblici’ e di ‘progetti integrati’.
2. LE GRANDI OPERE
Un discorso specifico meritano le infrastrutture e le ‘grandi opere’. La Toscana, senza
distinzione alcuna rispetto alle regioni governate dal centro-destra, è soggetta ad alcune
scelte infrastrutturali (ritenute non discutibili, le vere invarianti per la Regione),
subalterne a decisioni privatistiche, imposte e mai verificate. Si tratta, nel complesso, di
‘temi’ utili in sé, ma di soluzioni e progetti profondamente sbagliati in relazione ai costi e
ai benefici per la collettività.
E’ il caso del progetto SAT-Regione Toscana del 2005 per il cosiddetto “corridoio
tirrenico”, tanto inutile quanto costoso e distruttivo del territorio (vedi il Dossier agosto
2004, l’Osservazione al progetto SAT agosto 2005 e il Comunicato stampa ottobre 2007
delle Associazioni ambientaliste e della Rete, già in possesso della Regione); è il caso
della progettazione di attraversamento della E 78 (Grosseto-Fano) dentro il paesaggio
consacrato nei dipinti di Piero della Francesca, nei pressi del centro storico di Monterchi,
in provincia di Arezzo; è il caso della TAV Firenze-Bologna; è il caso della terza corsia
della autostrada A1 tra Firenze sud e Incisa; è il caso del sotto-attraversamento TAV di
Firenze, opera inutile, pericolosissima, costosissima; è il caso del proliferare di proposte
di aeroporti non solo rischiosi ma anche economicamente controproducenti e
paesisticamente deturpanti; iniziative quest’ultime, fra cui spicca il progetto di
potenziamento dell’aeroporto di Ampugnano in una zona di alta qualità ambientale. Sono
questi soltanto alcuni dei casi di maggior rilievo, che impongono a forze politiche, Regione
e associazioni di prendere posizione con nettezza per la revoca o la revisione profonda di
tali progetti, destinati se realizzati solo a produrre ulteriori scempi e densificazione del
territorio.
Resta, inoltre, irrisolta la questione della gestione degli impatti nella fase di cantiere delle
‘grandi opere’. La soluzione finora individuata a livello nazionale con la costituzione di
specifici osservatori (per la tratta AV Firenze-Bologna, per il sottoattraversamento AV nel
nodo di Firenze, per la variante autostradale di valico) presenta forti elementi di criticità
con riferimento sia ai compiti, sia alla composizione di questi organismi. Si è, infatti, in
presenza di ‘controllori’ che hanno al proprio interno un conflitto di interessi strutturale
per la presenza della controparte, e cioè del soggetto che realizza l’opera. Ciò fa venir
meno ogni requisito di terzietà e quindi d’imparzialità e configura una facoltà di proposta
ma non di prescrizione perentoria. In sostanza, gli osservatori si pongono
prevalentemente come tavoli di concertazione fra le amministrazioni e le imprese per
gestire in modo concordato le possibili emergenze ambientali; e d’altra parte le imprese
tendono inevitabilmente a resistere a richieste di riduzione degli impatti rifacendosi a
progetti formalmente approvati
In sintesi, infrastrutture e grandi opere possono concorrere alla modernizzazione del
paese e al rilancio della sua economia, solo se rispondono a reali fabbisogni collettivi e se
non sono distruttive del patrimonio territoriale inteso come bene culturale e bene
economico, ciò che in primo luogo significa che non devono essere progettate come
operazioni settoriali e privatistiche, ma inquadrate nelle politiche di sviluppo durevole e
di sostenibilità ambientale. Fra diverse opzioni è necessario scegliere quella meno
impattante che quasi sempre si rivela – ma questo spesso è considerato un difetto – la
meno costosa.
3. LE PROPOSTE PER UNA DIVERSA POLITICA TERRITORIALE DELLA
REGIONE TOSCANA
4.1 PARTECIPAZIONE
La questione del coinvolgimento dei cittadini nelle scelte di governo del territorio, in
forme di democrazia partecipata, è presente in tutte le proposte che seguono e dovrà
anche portare a una revisione della LR 69/2007. Qui indichiamo due temi specifici,
mentre altri saranno trattati nei singoli punti.
Piani urbanistici. La partecipazione di cittadini ai piani urbanistici deve esplicarsi nel
processo di formazione del piano e non soltanto - nel migliore dei casi - nelle
valutazioni ex post. Se fosse accettata la proposta di separare lo statuto del territorio
dal piano, facendone del primo la carta costituzionale (v. punto seguente), la
partecipazione dei cittadini, oltre che nella formulazione dello statuto, si troverebbe
un importante campo di azione nel controllo della conformità dei piani allo statuto
stesso.
In un periodo più breve si propone di applicare – quando richieste da associazioni,
comitati e cittadini, - le modalità di partecipazione previste al capo IV della legge
69/2007 (legge sulla partecipazione) a tutti i piani urbanistici comunali in fase di
elaborazione. A tale scopo sarà necessario definire un tavolo tecnico che modifichi
alcuni articoli della legge suddetta (ad esempio gli articoli riguardanti i soggetti che
possono presentare la domanda e i requisiti di ammissibilità) per rendere effettiva e
sistematica la partecipazione del pubblico.
4.2 CONFERENZE DI SERVIZI, ACCORDI DI PROGRAMMA, ACCORDI DI
PIANIFICAZIONE
Un’effettiva partecipazione dovrebbe includere tutti quei procedimenti ‘laterali’
(conferenze di servizi, accordi di programma, ecc.) in cui sono prese, in forma di
scorciatoia, le decisioni più impattanti sul territorio. Si propone perciò che alle
conferenze di servizi, comprese quelle obbligatorie riguardanti i beni paesaggistici
(nelle more dell’attuazione dell’intesa tra la Regione ed il Ministero dei beni culturali
stipulata ai sensi dell’articolo 143, comma 3, del d.lgs. 42/2004), su domanda, siano
ammesse a partecipare, a presentare memorie, osservazioni, proposte, ecc. le
associazioni presenti sul territorio interessato.
Sempre in tema di partecipazione, è doveroso ribadire la necessità - già segnalata
dalla nostra Rete in sede di osservazioni al Piano Paesistico - di costituire un
Osservatorio del paesaggio per il monitoraggio delle trasformazioni e della di tutela
dei diversi beni paesaggistici. L’Osservatorio potrebbe anche recuperare le funzioni
già previste per le Commissioni Provinciali per il paesaggio, ufficialmente costituite fin
dal marzo 2007, ma mai entrate in funzione: erano queste le sedi per ridiscutere,
anche con la partecipazione delle associazioni ambientalistiche, i criteri di
delimitazione e di tutela, che al momento rimangono quelli della legge 1497 del 1939.
4.3 STATUTO(I) DEL TERRITORIO
Una prima proposta riguardante il ruolo degli statuti territoriali, già rivolta alla
Regione Toscana in forma di osservazione al PIT, è di medio periodo, perché richiede
non solo una consistente revisione legislativa, ma anche una fase di messa a punto
operativa. La proposta è di dare finalmente efficacia ai contenuti dello statuto
regionale e degli statuti degli enti locali, sottraendoli alla variabilità e alla contingenza
del piano. Lo statuto, articolato nelle diverse realtà sovra-comunali, deve assumere il
ruolo di carta costituzionale del territorio; una carta che dovrebbe nascere da una
lettura ampiamente partecipata dei caratteri identitari di territorio e paesaggio, non
modificabile se non mediante procedure particolari e rigorose documentazioni
scientificamente fondate, in cui sia ancora centrale la partecipazione dei cittadini.
Nello statuto dovrebbe essere concentrata la disciplina riguardante il paesaggio,
distinguendola dalla pianificazione del territorio che, data la sua natura in parte
variabile, non può discendere dallo statuto, ma a questo deve conformarsi in modo
sostanziale. E’ utile sottolineare che gli statuti del territorio così formulati non
stabiliscono soltanto come invarianti quello che deve essere conservato per le
generazioni future, ma anche le regole che devono essere seguite nelle trasformazioni
del territorio, affinché la tutela dell’identità dei luoghi si coniughi con un loro
sviluppo durevole.
4.4 VALUTAZIONE AMBIENTALE STRATEGICA
La Regione Toscana, il 15 giugno 2009, con un Atto della Giunta Regionale ha
approvato la proposta di legge “Norme in materia di Valutazione Ambientale
Strategica, di valutazione di Impatto Ambientale, e di Valutazione di Incidenza, in
attuazione della Direttiva 2001/42/CE.”
La VAS è prevista su piani e programmi che possono avere impatti significativi
sull’ambiente (di fatto contenenti interventi da assoggettare a VIA), i quali, in ogni
caso possono essere sottoposti a verifica di assoggettabilità. La VAS sostituisce la
Valutazione integrata che nel quinquennio trascorso è stata svolta, salvo lodevoli
eccezioni, come una procedura burocratica dagli esiti già scontati, mentre nei rari
casi in cui la valutazione è stata negativa, questa non è stata tenuta in
considerazione dal comune stesso. La VAS deve perciò superare i limiti e la
sostanziale inefficacia di una prassi in corso in cui i valutatori spesso non danno
garanzie di terzietà rispetto ai desiderata del committente.
Poiché si tratta di materia estremamente complessa che deve essere coordinata con
normative europee e nazionali, la Rete propone un tavolo di discussione in cui siano
approfonditi alcuni provvedimenti della legge, al fine di migliorare l’efficacia della
legge stessa e, soprattutto le possibilità di un’effettiva partecipazione da parte del
pubblico. Fra i temi da rivedere indichiamo come cruciali:
a) L’effettiva autonomia del soggetto competente (che istruisce e guida la VAS) dal
soggetto procedente cui compete l’approvazione del piano o programma (v. art. 12
dove si parla solo di ‘separazione’ e si indica la giunta regionale come soggetto
competente quando la Regione è soggetto procedente). Occorre evitare che i Comuni,
qualora soggetti procedenti, indichino come soggetto competente istituti di fatto
controllati o legati agli interessi del proponente e/o del comune stesso.
b) La necessità di rivedere le modalità di partecipazione che iniziano, salvo che siano
attivati i processi previsti al capo IV della legge 69/2007, dalla presentazione del
‘rapporto ambientale’.
c) Che il rapporto ambientale (redatto dal proponente) preveda progetti realmente
alternativi. Il rapporto deve, inoltre, registrare in maniera fedele e attendibile, il modo
nel quale si è sviluppato il processo di valutazione ambientale ed è stata selezionata,
tra quelle possibili, l’alternativa al piano più sostenibile.
d) La filiera VAS-VIA deve prevedere anche l’opzione zero.
In definitiva la VAS deve accompagnare la formazione di piani e programmi come
strumento di coinvolgimento, di partecipazione, di valutazione delle alternative, e di
costruzione di un percorso decisionale ambientalmente orientato durante tutta la
redazione del piano.
Quanto alla VIA, occorre notare che il procedimento ha definitivamente perso il suo
carattere di ‘processo aperto’ all’opera da valutare, con ampia partecipazione del
pubblico, a favore di un’impostazione politico-negoziale condotta a livello verticistico.
E’necessario invece che la VIA recuperi una valenza tecnico-scientifica e che integri
gli aspetti ambientali nella progettazione dell’opera nella prospettiva di una
prevenzione dei rischi ambientali o di una loro mitigazione efficace e non meramente
cosmetica, non limitandosi ad un pronunciamento ex-post.
4.5 RILANCIO DELLA PIANIFICAZIONE DI AREA VASTA.
La Regione Toscana negli ultimi anni ha mortificato il ruolo pianificatorio della
Provincia, limitando progressivamente le sue competenze (ad esempio, è stata
eliminata la responsabilità, assegnata in un primo tempo, di cooperare alla
formulazione degli ‘obiettivi di qualità paesaggistica’, di fatto saltando direttamente
dai principi e dalle buone intenzioni del piano regionale agli strumenti comunali.
Pericolosissima poi appare la scelta di frammentare la tutela del paesaggio in tanti
piani comunali, data la natura strutturale e relazionale del paesaggio stesso. Il
pericolo è, cioè, che in assenza di un efficace coordinamento dei piani comunali, e
data la genericità degli indirizzi e degli obiettivi contenuti nelle schede del piano
paesaggistico, lo stesso tipo di paesaggio sia soggetto a provvedimenti e a tutele
diverse e contraddittorie. Un’ulteriore grave carenza prescrittiva della legislazione
regionale rispetto ai contenuti della pianificazione provinciale è quella relativa al
dimensionamento dei piani e regolamenti comunali per il quale manca qualunque
indicazione di metodi e criteri.
In sostanza, occorre ripensare profondamente l’opzione di progressivo abbandono
della pianificazione di area vasta, scelta che va in direzione opposta a quanto sta
accadendo in molti paesi europei più ‘avanzati’ del nostro, dove valgono leggi statali
che limitano i consumi di suolo per urbanizzazione e dove si individua nella
dimensione sub-regionale e sovracomunale il livello in cui si possono governare
processi di trasformazione che richiedono coordinamento e politiche unitarie, quelle
riguardanti il paesaggio in primis. E’, inoltre, indispensabile attribuire ai PTC la
responsabilità di determinare (sia pure attraverso percorsi concordati) i
dimensionamenti degli strumenti urbanistici comunali. Continuare con l’assoluta,
inappellabile, autonomia comunale in materia di previsioni di crescita non può non
portare al sovradimensionamento dei piani, primo fattore della dilapidazione del
territorio
Da un punto di vista operativo si tratta di potenziare gli organici delle Province, ora
ridotti ai minimi termini e impegnati in compiti burocratici, di riassegnare compiti
specifici e facoltà prescrittive ai piani provinciali, proprio in ragione del fatto che sono
o dovrebbero essere formulati in modo concertato con i Comuni. Va da sé che per ciò
che riguarda la tutela del paesaggio (come per grandi attrezzature e infrastrutture),
occorre da una parte un’aggregazione fra territori di diverse Province (piani separati
per le Province di Firenze, Prato e Pistoia sono un non senso), dall’altra
un’articolazione di territori stessi sulla base di considerazioni strutturali o di
omogeneità di caratteristiche. Articolazioni sovra-comunali che potrebbero essere il
riferimento degli ‘statuti del territorio’ di cui al punto precedente.
4.6 CONFORMITÀ FRA I DIVERSI LIVELLI DI PIANIFICAZIONE E NUOVO
RUOLO DELLA CONFERENZA PARITETICA INTERISTITUZIONALE
Il rispetto da parte degli enti locali del PIT – maggior ragione per la sua valenza di
piano paesaggistico – e dei piani delle Province deve riguardarne lo spirito e le finalità
e non esser interpretata in modo burocratico come ottemperanza limitata (nel
migliore dei casi) alla parte prescrittiva delle norme; a maggior ragione occorre
intervenire a livello amministrativo per reprimere la diffusa non osservanza dei
principi fondativi della legge di governo del territorio; in questo senso, la separazione
fra statuto del territorio e piano urbanistico o territoriale sarebbe un passo decisivo.
Poiché una simile riarticolazione del governo del territorio non è attuabile in tempi
brevi, è necessario da una parte riassegnare un ruolo significativo alla pianificazione
provinciale (v. punto precedente), dall’altra individuare dei meccanismi che assicurino
la conformità effettiva dei diversi livelli istituzionali di governo del territorio. In
questo senso dovrebbero essere anche rivisti il ruolo e la composizione della
Conferenza paritetica interistituzionale – ora di natura esclusivamente politica. Nei
tre anni di (mancato) funzionamento della Conferenza, sono stati sollevati solamente
due casi di incompatibilità fra piano provinciale e piano regolatore comunale. Un
evidente segnale che né Regione, né Province a ’adiscono’ la conferenza nonostante i
numerosissimi casi di contrasto fra strumenti urbanistici comunali e piani provinciali
o PIT. Dovranno essere, inoltre, modificate le modalità di ‘accesso’ alla conferenza,
rendendole possibili da parte di associazioni di cittadini senza il filtro degli enti locali
o della Regione.
4.7 REVISIONE DELLE POLITICHE RIGUARDANTI IL PAESAGGIO RURALE
Il Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013, per ciò che riguarda la tutela del paesaggio
agrario e dei suoi elementi tradizionali, rappresenta un deciso passo indietro rispetto
al piano precedente, non contenendo alcun specifico provvedimento in proposito, se
non la misura 216, azione 3, per la «creazione, conservazione e recupero di elementi
del territorio di interesse ecologico e paesaggistico finalizzati alla tutela e
conservazione della biodiversità animale e vegetale quali muretti a secco, siepi,
laghetti, pozze artificiali ». Il limite concettuale della misura è che essa è finalizzata a
investimenti non produttivi, mentre è evidente che solo un’agricoltura capace di
produrre beni o servizi, meglio se innovativi e di alta qualità, può tutelare il paesaggio
e, viceversa, non è possibile conservare un paesaggio storico (se non in casi
eccezionali) se esso non è in grado di produrre un reddito, ciò che, appunto, viene
esplicitamente escluso nella misura in questione - peraltro dotata di un modesto
finanziamento. In sintesi, il PSR 2006-2013 non coglie le opportunità del piano
strategico nazionale contenute nel capitolo 7, e in particolare nell’asse 2, dove sono
suggerite alcune ‘azioni specifiche, di notevole importanza e prettamente di natura
paesaggistica (cioè volte alla promozione di valori storico-culturali e non di sola
sostenibilità). Occorre anche rimarcare il totale scollegamento fra PIT e PSR, evidente,
ad esempio, nelle ‘schede di paesaggio e obiettivi di qualità’, facenti parte della
disciplina paesaggistica del PIT, dove ripetutamente si fa riferimento a inesistenti
misure del PIT finalizzate al recupero e alla tutela e alla valorizzazione del paesaggio
agrario, tradizionale, inteso come un valore aggiunto anche economico.
4.8 PROBLEMATICHE ENERGETICHE.
Le "problematiche energetiche” attraversano la vita e l’esistenza quotidiana di tutti i
cittadini italiani, e nel caso nostro toscani e anche in questo settore, dovranno essere
rovesciate le logiche finora prevalenti.
Per ciò che riguarda la politica di gestione dei rifiuti, la Regione è tuttora proiettata
nella programmazione di inceneritori: una politica rispetto alla quale la Rete dichiara
la propria netta contrarietà, mentre poche sono le azioni per il compostaggio e il
riciclaggio programmato, la riduzione a monte dei rifiuti, la raccolta porta a porta e gli
impianti di trattamento a freddo.
Per quanto riguarda l’uso delle risorse geotermiche per la produzione di energia
elettrica. la Regione Toscana dovrebbe valutare più accuratamente gli impatti
ambientali e sanitari delle alte entalpie, per troppo tempo trascurati dall’Enel, e
riconoscere le varie specificità territoriali. A questo riguardo, particolare attenzione
merita la tutela dell’Amiata al fine di salvaguardare le sue caratteristiche
paesaggistiche, agroturistiche e termali, e il suo importante serbatoio di risorsa idrica
naturale.
Dovrebbe inoltre essere ripensata la programmazione degli impianti di produzione di
energia elettrica ottenuta attraverso l’uso di combustibili fossili (petrolio e metano). Le
politiche autorizzative devono tendere a ridurre al minimo l’utilizzazione di
combustibili fossili e, qualora il loro uso non sia sostituibile, massimizzarne il
rendimento. Anche in questo caso è fondamentale non solo che sia predisposto un
piano energetico regionale degno di questo nome, ma che non sia impostato
settorialmente per poter concorrere alle politiche di tutela del patrimonio territoriale
in misura globale: sotto l’aspetto urbanistico, paesaggistico, ambientale e sanitario, al
fine primario di contenerne e diminuirne l’impatto globale sui territori. Va da sé il
rifiuto del nucleare perché palesemente antieconomico e perché non ha soluzioni
attendibili per il problema dello smaltimento delle scorie radioattive.
In particolare, allo stato attuale, per poter meglio definire e approvare il Piano
Energetico Regionale con le finalità suddette, si rende necessaria una moratoria sulla
localizzazione dei nuovi impianti e una valutazione partecipata, prendendo in
considerazione il ciclo integrale dell’energia.
4.9 ATTIVITÀ ESTRATTIVE
Queste attività hanno in Toscana una particolare rilevanza, tanto che il PIT sembra
volerle sovraordinare rispetto alle maggiori esigenze di conservazione del paesaggio, -
così persino nei parchi e nelle riserve regionali si ammette la possibilità di dare luogo
a ‘nuovi siti di escavazione’ (Disciplina generale del Piano art. 6 c. 2 p. a). Vi sono poi
plessi, segnatamente l’agro marmifero apuano, che di fatto sono sottratti a qualsiasi
regolamentazione.
Lo strumento di regolazione delle attività estrattive è, in Toscana, il PAER (Piano
regionale delle attività estrattive e di recupero delle aree escavate). L’impianto
generale del PRAER mostra i limiti di uno strumento di pianificazione urbanistica che
si prefigge, impropriamente, lo scopo di influire sui comportamenti economici di una
categoria produttiva, piuttosto che cercare di risolvere la sostenibilità ambientale
delle attività estrattive, a cominciare dal confronto delle escavazioni previste con il
regime vincolistico regionale e nazionale, del quale non vi è traccia e che, viceversa,
avrebbe dovuto costituire un primario elemento discriminante.
A questa inadeguatezza si somma quella conoscitiva: gli elementi di rappresentazione
del territorio dal punto di vista geologico, l’analisi del fabbisogno, della produzione e
della produttività potenziale sono inadeguati quando non del tutto assenti.
La maggiori lacune del PRAER si evidenziano in particolare su questi elementi:
a) è basato su una descrizione superficiale dei giacimenti (le materie prime), non sono
state individuate in maniera analitica le risorse ma sono state repertate quelle
segnalate, talvolta con errori materiali, perimetrando aree in cui la risorsa non esiste
o è comunque indisponibile; ne segue che la Carta delle Risorse del Piano non
descrive le reali disponibilità, ma rappresenta un “collage” di aspettative pubbliche e
private in merito alla messa in produzione dei giacimenti più appetibili;
b) la documentazione riguardante la produzione degli ultimi anni è quantomeno
lacunosa e non è disponibile nemmeno di un censimento completo e articolato delle
attività estrattive;
c) non è stata svolta una realistica analisi dell’offerta e domanda locale, da individuare
mediante un approfondito e documentato studio per categorie merceologiche e per
bacini di utenza. La suddivisione elementare del PRAER in materiali del settore I e del
settore II, non garantisce la sostenibilità dell’auspicata “autarchia provinciale” e
provoca viceversa forzature nel mercato, favorendo gli operatori non regionali,
svincolati dal contingentamento toscano;
d) una questione molto importante, invece è liquidata con poche righe che non portano
alcun contributo di novità, è il problema delle cave dismesse prima del 1995 e da
recuperare, che infatti restano a costituire ampie ferite nel paesaggio.
A tutto ciò va a sommarsi l’inerzia di molte Province, che avrebbero dovuto allestire i
piani di loro competenza e che invece sono tutt’ora vacanti.
Lo scenario complessivo è quello di un settore ampiamente lasciato all’intraprendenza
dei privati, con un’accondiscendenza coerente con la percezione industriale del
paesaggio: non valore in sé, ma risorsa grezza la cui ‘valorizzazione’ è da conseguire e
misurare col metro della redditività economica.
Il Presidente
Alberto Asor Rosa

mercoledì 24 febbraio 2010

CHINA


Cinesi a Prato: la vera sfida non è l'integrazione, ma la sopravvivenza del modello occidentale dello Stato di diritto.

Leggendo alcuni resoconti sull'insediamento odierno a Prato, alla presenza del Ministro dell'Interno Maroni, del Tavolo Permanente sull'Immigrazione, si avverte il tentativo mai sopito di alcune parti di rilanciare attraverso l'integrazione la soluzione della aliena e dilagante presenza della comunità cinese sul territorio. Come se venti anni di insuccessi non avessero insegnato nulla!
L'immigrazione cinese a Prato è esclusivamente un'immigrazione economica che non ha come obiettivo l'integrazione, come la intendiamo noi, all'interno della nostra comunità di accoglienza per godere dei benefici e degli stili di vita che gli immigrati trovano nella nostra città e nel nostro paese. Ci si integra in una società quando si sceglie la società di destinazione, la si accetta, e ci si augura di farne parte in prima persona e con i propri figli, contribuendone al suo benessere. Ciò accade in Italia per molte etnie, ma non certo per i cinesi.
Non si può dolersi che la comunità cinese non abbia avuto finora la possibilità di entrare in comunicazione con la comunità pratese ed italiana a causa di nostri errori. Un immigrato cinese non si trasferisce in Italia perché ama l'Italia, ne apprezza la cultura, e desidera che i propri figli vivano secondo le nostre abitudini. Un immigrato cinese, in particolare originario della provincia dello Zhejiang, si sposta per realizzare un'opportunità di guadagno, per ottenere un successo economico, indipendentemente dal paese nel quale questo progetto lo possa portare, o al massimo per sfuggire alla pianificazione familiare imposta in patria ed assicurarsi una numerosa discendenza.
Un immigrato cinese mantiene ben stretta la propria cittadinanza, perché sa bene che la Repubblica Popolare Cinese vieta per legge la doppia cittadinanza, e se vi rinunciasse verrebbe immediatamente considerato un traditore. La rete dei rapporti di solidarietà e cooperazione tra cinesi è talmente ben oliata da rimanere volutamente impenetrabile. Infatti, tale rete ha bisogno, per la sua sopravvivenza, di restare esterna alla società di accoglienza, perché altrimenti ne sarebbe soppressa dalle sue regole. Tale rete crea luoghi di extra-territorialità nei paesi stranieri e pone una seria minaccia allo stato di diritto dei paesi occidentali, ed in particolare dell'Italia.
L'immigrazione cinese è una grossa sfida per lo Stato nazionale e per l'Europa. La presenza della comunità cinese porta lo Stato ad interrogarsi sul suo ruolo, e sulle ragioni della sua esistenza. Ciò che le nostre istituzioni possono fare non è forzare la via verso una integrazione che non è richiesta, e nemmeno voluta, dalla stragrande maggioranza dei cinesi presenti a Prato. Ciò che lo Stato può fare è esercitare i suoi poteri affinché i commerci cinesi rispettino le regole che la nostra comunità si è data e che tali commerci distribuiscano legalmente i benefici su tutte le comunità in gioco. Lo strapotere della produzione e della distribuzione dei prodotti cinesi, deve essere ricondotto ad un vantaggio reciproco. Lo Stato deve riuscire a ricondurre la presenza dei business cinesi secondo razionalità.
Bene ha fatto il nostro sindaco a coinvolgere il nostro governo, i diplomatici della Repubblica Popolare Cinese, ed anche l'Europa. E' un salto di qualità necessario per contrastare il fenomeno. Vi è un problema generale sul controllo dell'immigrazione economica cinese in Italia, in Europa, e in molte parti del mondo. Se la Cina comunista vuole essere un partner mondiale affidabile e cooperativo deve provvedere alla corretta gestione dei flussi migratori provenienti dal paese.
La sfida a mio avviso non riguarda l'integrazione dei migranti cinesi, ma la vera sfida è la sopravvivenza del nostro modello occidentale di diritto e di convivenza nei confronti della strisciante e sottile aggressione economica e culturale di un mondo diasporico e transnazionale proveniente dalla Cina continentale, ed in particolare dalla provincia dello Zhejiang.

Damiano Baroncelli


lunedì 22 febbraio 2010

SILVIO


In difesa di Berlusconi

Da tempo sentivo insistente una voglia di onestà intellettuale. Si, perché si può disistimare, per esempio, Berlusconi come uomo, non apprezzarlo come politico o, Dio ce ne guardi, come statista. Ma non si può assistere, senza un moto di solidale comprensione, al pestaggio giudiziario organizzato cui da anni è quotidianamente sottoposto. Un massacro indegno che merita qualche meditata riflessione . Intanto perché tanti giudici (si dice più di ottocento) si interessano esclusivamente del Premier tralasciando centinaia, che dico, migliaia di delinquenti che, se esemplarmente puniti, potrebbe generare una indiscussa soddisfazione:discussioni notturne d alta voce,a volte perfino alterchi con orribili bestemmie;pubbliche clamorose impudiche attenzioni rivolte a signore di passaggio; pesanti offese a pubblici ufficiali; vendite non regolari effettuate ai margini di mercatini rionali da senegalesi peripatetici insopportabilmente insistenti e spesso offensive e cosi via delinquendo.
Prendeteli e condannateli senza attenuanti, sono li a portata di mano, non occorrono complicate rogatorie in paesi stranieri e non grideranno,loro,al complotto o alla persecuzione politica dalle colonne dei giornali e dalla T.V. Invece, come morsi da una misteriosa tarantola,a gruppi apparentemente isolati ma stretti da un patto nazionale, dedicano prevalentemente tempo, energie e risorse pubbliche per accusare un solo uomo che, oltretutto , possiede decine, che dico, centinaia di aziende,imprese,società,partecipazioni,cointeressenze note e meno note ,di eterogenea e spesso discutibile qualità e dimensione ,in Italia e all’estero . E quando da questo sterminato impero economico-finanziario del fortunato benemerito concessionario emerge una pagliuzza,una irregolarità piccola cosi,la si trasforma con assurdo clamore e inopportuna tempestività in una trave dove impiccare il Capo del governo.
Un’altra riflessione è d’uopo. Fateci caso. Il rancore compresso, il raptus ormai incontenibile dei magistrati,travalica spesso in un comportamento provocatorio con cui si cerca di colpire,insieme al Premier,molti suoi amici di indiscussa specchiata onestà: è il lampante tentativo di abbattere un intero gruppo dirigente al servizio esclusivo del Paese. Si tratta delle famose accuse di concorso più o meno esterno in associazioni mafiose. Innocenti amicizie, coabitazioni temporanee, ripetuti normali incontri accidentali, colleganze politiche, riunioni fra vecchi amici, vengono segretamente “attenzionate” con strumenti di indagine offensivi e inopportuni. Questi metodi,una volta per tutte, devono finire. Occorre formalizzare una netta invalicabile distinzione: mafioso è una condizione di rilevanza penale che il magistrato,a costo della vita,deve rigorosamente perseguire. Essere amico, consulente, sodale socio in affari di un mafioso, cosa diversa è. Altrimenti sarebbe come se, a seguito di una rapina, si arrestassero non solo gli autori materiali ma anche il palo, il basista e il fornitore delle armi
Ora ho capito, finalmente, perché i provvedimenti legislativi assunti per proteggere il “Perseguitato”dagli attacchi della magistratura, sono eticamente indispensabili. Il fatto preoccupante è che questi magistrati, infatuati dalla troppa libertà concessa, stanno pericolosamente aumentando i soprusi a loro piacimento. Da qualche tempo (ormai quotidianamente) una grandinata di inchieste, avvisi di garanzia,arresti,indagini,sequestri,perquisizioni ,si abbatte in tutte le direzioni senza rispetto per nessuno : governatori,onorevoli,ministri,assessori,vertici mitizzati di organismi pubblici,semplici consiglieri di destra di sinistra di centro,a Milano a Firenze a Roma a Bari Cosenza Napoli………
Cosa succede? Non sentite odore di una nuova Tangentopoli ? Non è ancora fumante e disastrosa la distruzione politico-istituzionale della prima Repubblica abbattuta da un pool di magistrati con un lucido complotto sovversivo .Bisogna fermarli,dobbiamo farlo tutti insieme prima che il sistema democratico rinnovato e migliorato da Berlusconi ,venga occupato e governato da più rabbiosi P.M. Vanno fermati perché loro sono il nodo inestricato dei nostri problemi,il cancro che corrode il tessuto sano di questo Paese,la metastasi che paralizza le istituzioni repubblicane e tiene sotto scacco il Governo . E c’è chi li difende, dicono : sono persone per bene lavorano con professionalità . Pochi sono gli scriteriati,fanatici manichei da sottoporre a visita psichiatrica,come ha proposto il Premier Berlusconi. Come in tutte le categorie si ritrovano persone di poco valore assolutamente inadatte a svolgere le loro importanti funzioni. Pensate per un istante a Scaiola. Vi sembra,con quella faccia, che possa fare il ministro? Eppure è li da una decina di anni che sobbalza incredulo quando lo chiamano ministro e cerca con disperato impegno di capire ,inseguendole,le parole che dice .Ma con i giudici non è cosi. Sono una corporazione alla quale la Costituzione ha riconosciuto poteri enormi che vengono usati prevalentemente per condizionare e prevaricare gli altri poteri dello Stato.
Fermiamoli presto,costi quello che costi. Ci potremmo ritrovare altrimenti(quasi ci siamo)al tintinnio delle manette e alla distruzione dei partiti,di maggioranza e di opposizione. Con Diliberto e il partito dei pensionati a governare il Paese.

Carlo Montaini


21 febbraio 2010

EMMA


Emma Bonino in sciopero totale della fame e della sete, in difesa della legalità e della democrazia